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Turner, 1. Gli acquerelli della Tate Britain al Chiostro del Bramante

postato da arteculturaoggi.com [17/06/2018 19:32]
Romano Maria Levante

La mostra "Turner - Opere della Tate"  presenta dal  22 marzo al 26 agosto 2018, al Chiostro del Bramante, una selezione della  ricca raccolta di acquerelli e "goauche", 78 opere su carta, più 7 oli su tela, del  museo inglese cui furono assegnate le opere del grande paesaggista dell'800 definite patrimonio nazionale. Opere particolarmente significative sono esposte con i bozzetti preliminari. La mostra, patrocinata da Regione Lazio e Roma Capitale, Ambasciata Britannica di Roma e British Council,  prodotta e organizzata da Dart - Chiostro del Bramante in associazione con Tate,  è a cura di David Blayney Brown della Tate, che ha curato anche il catalogo Skira Editore.

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Una serie di motivi  rendono per noi particolarmente intrigante la mostra su Joseph Mallord William Turner. 

In una visita all'artista romano Gianni Testa - che spazia dalle figure ai paesaggi, dalla natura morta al sacro fino alla Divina Commedia - in occasione della sua recente svolta astrattista abbiamo saputo che alla domanda del  questionario della De Agostini  per la serie "Grandi Artisti" in cui è in corso il suo inserimento,  "quale opera vorrebbe possedere, nessuna esclusa, se potesse scegliere ?", ha risposto "un'opera di Turner".

Un altro motivo è legato alle recenti mostre di Hokusai e Hiroshige, i quali hanno riprodotto artisticamente il paesaggio giapponese nelle grandi direttrici verso le capitali, quella storica di Kyoto e quella emergente di Edo, l'odierna Tokyo,  nella tecnica dell' "ukiyoe"  che porta alla moltiplicazione in stampe per le quali c'è il concorso di altri soggetti in un vero artigianato artistico. E alla mostra di Monet, altro straordinario "poeta" del paesaggio.

In Turner abbiamo trovato lo stesso orientamento rivolto al  paesaggio,  risultato di viaggi e visite dei luoghi  in opere spesso dedicate alle incisioni, un processo di traduzione molto diverso da quello giapponese ma anch'esso con apporti dell'artigianato artistico di operatori specializzati.

L'interesse è accresciuto dal fatto che la mostra è incentrata su acquerelli e "gouache", con una presenza marginale di poche ma significative opere a olio su tela, e in quanto tale consente di approfondire questi generi sotto l'aspetto tecnico oltre che artistico esplorando anche la genesi delle produzioni di Turner, nel passaggio dalla visione dei luoghi agli schizzi fino all'opera compiuta.

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Gli acquerelli, disegni e schizzi della Tate

Una prima notazione riguarda  le speciali circostanze in cui gli acquerelli esposti sono pervenuti alla Tate Britain. Le sue disposizioni testamentarie riguardavano i dipinti a olio lasciati alla National Gallery  che conserva solo opere su tela per l'esposizione permanente in una sezione a lui intitolata  di un centinaio di quadri. L'immensa massa di opere su carta - acquerelli, disegni, schizzi - era destinata alla dispersione, ma la lungimiranza  dell'organo giudiziario competente, la Court of Chancery, stabilì che tutto quanto si trovava nel suo studio diventasse patrimonio nazionale, così gli acquerelli furono destinati alla Tate Britain che non aveva le limitazioni della National Gallery.


 E gli acquerelli sono la parte di gran lunga prevalente della sua notevole produzione artistica, destinati alla vendita al pubblico e ai collezionisti, e in modo particolare alla trasformazione in incisioni, un "ukiyoe"  occidentale, se è lecito accostarlo ai due grandi paesaggisti giapponesi. 

Ancora più cospicua la dotazione di disegni e schizzi, bozzetti e studi preliminari nei quali registrava istintivamente ciò che lo colpiva per puro diletto oltre che come base di opere da realizzare, girava sempre con taccuini e album da riempire di disegni del paesaggio che lo colpiva.

Il corpus complessivo di queste opere su carta a diversi livelli di definizione, fino agli oli su tela minoritari di numero ma quanto mai espressivi, consente di ricostruire il percorso della creazione artistica dalla visione reale alla sommaria fissazione su carta delle prime impressioni e sensazioni, alle elaborazioni successive tradotte o meno nell'opera finale. E offre un'occasione unica di approfondire soprattutto la tecnica dell'acquerello e la sua collocazione in campo pittorico.

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Si tratta di una forma artistica che, nel periodo di Turner, usciva dagli spazi ristretti degli album per  essere incorniciata e posta nelle pareti, conquistando un mercato di amatori e collezionisti della borghesia per i minori costi rispetto ai dipinti a olio su tela.  Era una forma artistica  tipicamente inglese, più accessibile anche agli artisti improvvisati per la sua spontaneità e immediatezza.

Ma il nostro artista non volle seguire l'onda montante, non esponeva gli acquerelli nella sede deputata della  "'Old'  Water-Colour Society",  pur essendovi suoi amici tra i fondatori, ma nella "Royal Academy" , dal 1804  al 1830, e nel proprio studio oltre che in mostre da  editori e incisori.

Il curatore della mostra David Blayney Brown, della Tate Britain, nel ricostruire il percorso artistico di Turner, attribuisce al suo approccio all'acquerello, oltre alle ragioni tecniche relative alle modalità di trasposizione cromatica e formale dei rilievi dal vero, strategie di mercato ben precise, come la scelta di dedicare le sue opere soprattutto all'incisione per allargarne gli spazi dopo essersi affermato con gli "acquerelli da mostra".

Perciò non si volle legare alla società appena citata degli acquarellisti in una fase in cui ne sorgevano altre in contrasto tra loro: "Tanto dal punto di vista della varietà dei soggetti, quanto da quella degli sviluppi tecnici o della gamma di canali utilizzati per presentarsi al pubblico, Turner non si lascia mai incasellare".  Questo anche per non limitare lo spazio aperto alla vendita delle sue opere, da lui molto curata fino a  destinare dagli anni '20 la maggior parte degli acquerelli all'incisione per allargarne la diffusione con la stampa, tornando poi agli acquerelli senza incisioni negli anni ‘40; ma terrà sempre uno spazio per opere personali,  "realizzate per suo proprio diletto", secondo la testimonianza di John Ruskin, un collezionista che gli fu molto vicino, e ha detto di lui "Turner dipinge a colori, ma pensa in termini di luce e ombra".

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La tecnica pittorica e la resa artistica

Agli acquerelli, nella collezione della Tate Britain si aggiungono le opere in "goauche"  e  tecniche come la pittura a sguazzo, schizzi e disegni sempre  su carta, nelle quali raggiunse una tale maestria da portare i risultati al livello ritenuto superiore della pittura a olio, al punto che un critico attribuiva loro un'"ammirevole verità e naturalezza" rispetto al "sentimento poetico delle pitture a olio2.

Il curatore, nel ricordare questo e altri apprezzamenti - "stupefacente mago",  "indiscutibilmente, in questo campo dell'arte, ai vertici" - cita anche questo commento sulle opere in "gouache" oltremodo illuminante sul rapporto tra i diversi mezzi espressivi: "Gli schizzi di un maestro possiedono maggior fascino dell'elaborato finale; a qualsiasi persona dotata di gusto essi offrono  la possibilità di dare sfogo alla propria immaginazione  per riempire gli spazi vuoti e completare il tracciato solo abbozzato", si tratta delle goauche su Farley Hall, la casa dove lo ospitava il collezionista Fawkes.

Le sue figlie hanno testimoniato che nella sua stanza c'erano un gran numero di fogli appesi ad asciugare sulle corde stese, come se fossero panni, mentre il loro fratello ha raccontato che mentre  il primo acquerello si asciugava, l'artista non perdeva tempo, faceva un altro abbozzo e poi ritoccava con l'unghia in modo apparentemente precipitoso, ma con precisione e delicatezza. 

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L'impiego della "goauche" , che aveva definito "roba da bestie", si adattava bene al cromatismo più intenso della maturità, tanto che il curatore afferma: "I vividi toni di rosso, giallo, blu e bianco di Cina vengono applicati con rapidità e destrezza, con un tocco sicuro e misurato che consente al disegno  di fornirci ancora una vasta gamma d'informazioni, grazie alle quali riconoscere o ricostruire l'ambientazione di queste stanze inondate di luce". Si tratta degli studi di Petworth, la sua "seconda casa lontano da casa"  realizzati per se stesso dopo la morte di Fawkes nel 1825.

In opere precedenti, concepite in un viaggio in Italia, sempre del genere "gouache", non c'erano queste tinte forti, ma colori ad acqua quasi trasparenti, "attraverso pennellate molto diluite e sottili - precisa il curatore - che sembrano quasi galleggiare (un contemporaneo disse perfino ‘amoreggiare') con la superficie del foglio e, soprattutto, lasciano spazio alla fantasia".

Mentre in seguito, le "goauche", eccezionalmente su carta colorata, dedicate alla Senna, dopo un viaggio a Parigi, per lo più "sono tratteggiate come rapidi schizzi in cui anche gli elementi principali sono suggeriti da semplici chiazze di colore e gli effetti della luce o il sole  di puntini biancastri. Il colore della carta funge da prima velatura, stabilendo la tinta di base a partire dalla quale si costruiscono via via i toni più scuri o più chiari".

L'artista supera il "disegno tinteggiato" per varcare il Rubicone che separa l'acquerello dall'olio negli anni '90, è la fase in cui si dedica presso la  Adelphi "Academy" del collezionista Thomas Monro ai "d'aprés" di grandi maestri, che affinano il suo stile. Conosce gli acquerelli di Cozen dall'atmosfera suggestiva, ma non tenta di imitarli, alla ricerca di uno stile sempre più personale.

Quindi, dopo aver elevato l'acquerello alla dignità del dipinto a olio, migliorò quest'ultimo con i risultati della ricerca in termini di trasparenza, luminosità e immediatezza, applicando alla tela le caratteristiche precipue delle sue opere su carta, e lasciando ampi spazi vuoti come riflessi di luce.

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Rapidità realizzativa e sensibilità cromatica, fino alle incisioni

Era straordinaria la sua capacità pittorica, le opere non venivano eseguite dal vero, ma create dopo essere rientrato nel suo atelier sulla base degli schizzi e appunti di viaggio, e soprattutto per mezzo della sua memoria nel fissare i colori e le intonazioni di quei momenti. I suoi viaggi spaziano dal Galles alla Scozia, dalla Francia alla Svizzera, fino all'Italia, spesso in zone montane, per lo più "tour estivi" nei quali fissava le sue impressioni su una massa sterminata di disegni di vario tipo che nell'inverno seguente gli servivano come base per l'opera definitiva.

Non solo, aveva una "prodigiosa rapidità", e il curatore afferma che "può eseguire quindici o sedici disegni a matita nel tempo che gli serve per colorarne uno", e riporta le parole del pittore Orrock  secondo il quale lavorava  contemporaneamente su quattro soggetti, con i fogli di carta stesi su piccole tavole con l'impugnatura nel retro: "Dopo averle intinte nell'acqua, lasciava cadere il colore sulla carta bagnata, creando marmorizzazioni e gradazioni su tutta la superficie...Il suo processo di finitura era meravigliosamente rapido, delineava le masse e gli elementi salienti, scuriva le zone d'ombra, graffiava la materia per creare le zone di luce più intensa, poi trascinava, tratteggiava, e punteggiava fino a che la composizione era finita".

Utilizzava un colore per volta, iniziando dalla tonalità più chiara passando poi agli strati più scuri, ottenendo variazioni anche impercettibili sia nei dettagli sia nell'intera composizione. Con questa estrema sensibilità cromatica e ambientale seguiva le variazioni di luce nel vari momenti della giornata, ci fa pensare a Monet e alle sue molteplici visioni della  "Cattedrale di Rouen".

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Il pittore Farington ricorda le sue affermazioni del 1799 secondo cui non utilizza "alcun procedimento sistematico per eseguire un disegno - egli evita ogni modalità specifica che rischi di farlo cadere nel manierismo. Aggiungendo colore, e talvolta cancellandolo qua e là, riesce finalmente a esprimere in qualche modo la propria idea". In sostanza, "disapprova l'approccio meccanicamente sistematico al disegno... così largamente diffuso. Ritiene che non possa produrre altro che manierismo e ripetitività".

Per le incisioni, nell'opera seriale più impegnativa con una grande varietà di paesaggi, il "Liber studiorum", non si limitava fornire i disegni, ma verificava il lavoro degli addetti alle operazioni per la stampa, che non era meramente esecutivo: dovevano aggiungere delle mezze tinte e colmare spazi lasciati aperti dall'artista senza curare i dettagli per lasciare il terreno alla capacità inventiva e interpretativa agli incisori. Che venivano messi addirittura in difficoltà con disegni "dalle tonalità abbaglianti" e contorni evidenziati dai colori brillanti dell'incisore.  

Anche questo ci riporta ai grandi paesaggisti giapponesi Hokusai e Hiroshige che dovevano  confrontarsi con gli artigiani specialisti dell' "ukiyoe", intagliatori e stampatori, questi ultimi potevano dare diverse sfumature ai multipli nell'effettuazione dei vari passaggi cromatici rendendoli diversi l'uno dall'altro.

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Il percorso artistico,  dalla  formazione alla maturità, fino  all'epilogo

Dopo questa panoramica della sua espressione artistica - in una serie di aspetti e momenti che abbiamo voluto citare senza ordine cronologico per dare un'immagine di sintesi - qualche flash sulla sua formazione e sul percorso che lo ha portato a risultati così eclatanti, da tutti riconosciuti.

Inizia come disegnatore topografo, a prima vista molto lontano dalla visione naturalistica del paesaggio ripreso con tonalità delicate, variabili in base alla trasparenza e alla luminosità. Ma a 13 anni, nel 1788, conosce l'architetto Hardwich e nel 1789 quello considerato il suo "vero maestro", Thomas Malton, che disegna nello sfondo degli edifici paesaggi dai forti colori; successivamente entra nella cerchia dei Wyatt, il cui capostipite aveva progettato  il teatro "Pantheon" a Londra,  che nel 1792 fu distrutto da un incendio, reso mirabilmente in un suo acquerello di quegli anni.

Non sono gli edifici a interessarlo maggiormente, tanto meno sotto l'aspetto topografico, ma i paesaggi anche se come contorno e sfondo ad immobili da promuovere, passando dal disegno tecnico all'espressione artistica. 

Così cominciano le prime commissioni di case di campagna, e si moltiplicano i viaggi nei quali immagazzina un'inesauribile quantità di stimoli sensoriali fissati sempre negli schizzi e disegni di cui si è detto, anche monocromatici, tracciati sugli album e i taccuini che aveva con sé. Il colore spesso viene aggiunto dopo, anche sugli stessi disegni, con la sua memoria molto vigile soprattutto per le tonalità ambientali, che sono la sua grande specialità, con una spugna riesce a creare quelli che vengono chiamati "effetti brumosi e aerei".  

La sua espressione artistica si affina nel tempo, e raggiunge il culmine a metà degli anni '40 dell''800, in cui si dedica ad opere rivolte a un pubblico ristretto di estimatori, e non più alla vasta platea cui erano destinate le incisioni a larga diffusione, peraltro entrate in fase discendente. 


 

Fuori dalla concitazione delle grandi serie e della vendita su vasta scala, può dedicarsi ai temi preferiti, tra l'altro senza aver bisogno di disegni o di informazioni preliminari. Secondo Ruskin non utilizza i colori dal vero, anche se sembra siano dati con immediatezza, tale è la sua spontaneità. Inoltre  non cura i dettagli, i paesaggi diventano studi di ombre, talvolta sfiorando l'astrazione.

I collezionisti committenti partecipano alla scelta dei soggetti e a tal fine vengono offerti loro  anche più acquerelli per lo stesso soggetto. In qualche caso, come per una montagna,  diverse vedute, all'alba e al tramonto con i relativi colori, per questo abbiamo "La Rigi blu" e "La Rigi rossa", in cui il curatore vede "il suo più grande traguardo dal punto di vista concettuale", e aggiunge: "E' anche un miracolo di delicatezza nella stesura delle sottili velature di colori cui si oppongono ombreggiature e punteggiature".  

Si rivolge sempre ai suoi collezionisti di acquerelli - in questo periodo Windus e Munro, Bicknell e Vaughan, oltre al giovane Ruskin - ma dal 1940 è Griffith ad occuparsi delle vendite, definito "tra il commercialista  e il mercante", e comunque "amante della pittura" che si impegna nel risolvere i problemi tra i pittori e i mecenati.

Alla morte di Turner fu tra gli esecutori testamentari designati, con Munro e Ruskin, ma non accettò per conflitto di interessi al pari di Ruskin, il quale si offrì  come curatore delle sue opere su carta - disegni, schizzi e acquerelli che non era riuscito ad acquistare come voleva essendo stati dichiarati patrimonio nazionale - perché potessero essere presentati al pubblico.

Due particolarità ci hanno colpito, molte dei queste opere erano di tipo personale, l'artista non aveva voluto diffonderle tenendole per sé, inoltre Ruskin non le aveva conosciute prima, e il suo giudizio oscillava tra lavori "molto belli" o "sommari e imperfetti rispetto alle opere precedenti", "il peggiore schizzo dell'intera serie, sciatto e maldestro" o "il migliore, ... che merita la più grande attenzione da parte del pubblico e lo studio più riverente da parte degli artisti".

E' a Turner  che vogliamo riservare tale apprezzamento del pubblico, quello degli artisti è dimostrato dalla scelta di Gianni Testa che abbiamo ricordato all'inizio. Le 92 opere, esposte - 85 acquerelli e "gouche"  su carta, 7 oli su tela - formano una galleria di paesaggi di grande fascino.

Ne parleremo prossimamente nella visita alla mostra entrando nel mondo speciale delle opere su carta, come gli acquerelli, a un livello eccezionale di perfezione artistica. sebbene per la maggior parte siano studi preparatori e opere incompiute di piccole dimensioni, ma forse anche questo contribuisce al loro fascino come espressione di uno stato d'animo spontaneo e immediato.

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Info

Chiostro del Bramante, Via Arco della Pace 5, Roma. Tutti i giorni, dal lunedì al venerdì ore 10,00-20,00; sabato e domenica  ore 10,00-21,00, la biglietteria chiude un'ora prima.  Ingresso,  intero euro 13, ridotto  euro 11  (aani 11-18 e oltre 65, studenti oltre 26 anni), euro 5 anni 4-11, e nei lunedì di "promo" per studenti universitari). Tel. 06.68809035, http://www.chiostrodelbramante.it   Catalogo: "Turner. Opere della Tate" , a cura di David Blayney Brown, Skira, marzo 2018, pp. 150, formato 28,5 x 24,5, dal catalogo sono tratte le citazioni del testo.   I successivi due articoli usciranno in questo sito il 4 e 7 luglio p. v., con altre 10 immagini ciascuno. Per gli autori citati, cfr.  i nostri articoli,  in questo sito, su Hiroshige 14, 19 giugno 2018, 5 luglio 2018, su Hokusai il 2, 8, 27 dicembre 2017, su Monet 9 gennaio 2018. 

Foto

Le immagini sono state riprese alla presentazione della mostra nel Chiostro dl Bramantre, si ringrazia la Dart con la Tate e  i titolari dei diritti, per l'opportunità offerta. In apertura, "La chiesa e il mulino di Gorring" 1806-07; seguono, "Donna anziana nella cucina di una casa di campagna (Interno di una casa  di campagna, studio a Ely)" 1795-96, e "Loch Long, mattino" 1801; poi, "Il guado" 1805, e "Immagine n. 26  per la conferenza  interna della Great Room presso la Somerset House, Londra" 1810; quindi, "Gordale Scar" 1808, e "La cascata di Mill Gill nei pressi di Askerigg, Wensleydale" 1816; inoltre, "Kirkby Lousdale" 1817, e  Il castello di Hylton" 1817; infine, "Veduta di Windsor da Lower Hope"  1805, e, in chiusura,  la vista dall'esterno del Chiostro del Bramante. 

 

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