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Il Sangue del carso.

postato da blog.bertinifa.it [30/06/2020 17:08]
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11° (epilogo)

 

 

 

 

 

 

I morti che hanno dato il loro sangue sui nostri monti, sono inquieti nei loro cimiteri, nei luoghi dove sono spirati, lontano dagli affetti e dalla loro terra.

Avevano raggiunto la pace "affratellati dalla morte" ma oggi sono agitati.

Si, si: l'Ungheria è un paese fratello dell'Italia nell'Unione Europea ma che razza di Unione abbiamo fatto? L'Unione delle Banche contro i nipoti degli ungheresi e italiani che morirono qui?

L'Unione delle mascherine e dei distanziati sociali?

L'Unione degli imbecilli? (cfr. Zangrillo)

I morti si stanno strappando i denti che gli sono rimasti, nelle loro tombe, a vedere come stiamo usando la dignità e la libertà che avevano cercato di conquistare per noi, buttando il loro sangue.Non mi danno pace quando li incontro ai cippi eretti in loro memoria. Cippo Corridoni e brigata Sassari. Trincea delle frasche. Valloncello dell'albero solitario. Cima san Michele.

L'usignolo canta sfrontato e inconsapevole ma non mitiga lo stridore che emana da targhe come questa.

Il loro eroismo sia un messaggio per la presente generazione. Quale messaggio? A quale generazione?

Cari eroi, che ci osservate dal profondo del nostro cuore, cosa posso fare per accordare i vostri lamenti con gli usignoli che accompagnano le vostre notti su queste terre rosse?

Promettere che ce la metteremo tutta per non finire come imbecilli, prigionieri dei nostri smart phones?

Che seguiremo il vostro esempio lottando a sangue contro i nostri stessi fratelli, spaventati non per i cannoni ma per un'influenza?

E ai bersaglieri e ai finanzieri che vennero a morire su queste pietre per la grandezza della patria?

E a Francesco Rismondo da Spalato che fu ferito e poi impiccato come traditore?

Nel 1915, poche settimane prima dell'intervento italiano nella prima guerra mondiale, entrò con la giovane moglie sotto falso nome nel Regno d'Italia e il 16 giugno si arruolò come volontario nel Regio Esercito per combattere la guerra contro l'Austria-Ungheria. Inizialmente prescelto per un ufficio di interprete grazie alle sue conoscenze linguistiche, Rismondo insistette per essere assegnato al fronte e fu così che fu incorporato nell'8º battaglione ciclisti dell'VIII reggimento bersaglieri e inviato al fronte del Carso, dove si distinse sul Monte San Michele. Rimase probabilmente ferito nel corso di un combattimento nei pressi di Opacchiasella e cadde prigioniero dagli austriaci. Secondo alcune fonti sarebbe stato riconosciuto come disertore e giustiziato sulla forca il 10 agosto dello stesso anno.

Poi, interrogato da altri monumenti ai caduti, non ho saputo più replicare.

 


Mi sono fermato a riflettere sulla piazza della fontana a san Martino. Avevo sete. Ero passato da lì più volte chiedendomi come mai non ci fosse uno straccio di fontana pubblica in piazza della fontana. Invece c'era un intero monumento / fontana, con annessa fontana funzionante. Come avevo fatto a non vederlo? Non sarà che anche oggi la soluzione per la nostra sete sta lì, davanti ai nostri occhi, ma non la vediamo?

Bastava avvicinarsi. Interrogare la pietra e leggere. Dice:

QUI L'ACQUA NON SARÀ INFECONDA COME NON LO FU NEI GIORNI GLORIOSI IL SANGUE DEL SOLDATO


L'acqua non scorre più come dovrebbe. Sembra un segno che descrive bene il nostro momento storico.

In questi posti aridi l'acqua non è qualcosa che si possa sprecare. Va bene così. Ma il sangue scorre ancora. La terra del carso ne è intrisa. I morti sono ancora lì. Basta interrogare le pietre, le trincee, le caverne, i cippi, le lapidi, le corone d'alloro rinsecchite, ma rinnovate da anziani sempre più anziani, nelle ricorrenze.

Cosa dire a quei giovani che hanno dato tutto per "la patria"? Che è stato uno spreco inutile?

Sì, va detto. Piangere insieme a loro, col cuore aperto, e ammettere che non ne valeva la pena. È l'unico modo. Basta con le balle, con i cippi, con le targhe volute da gente che non si è mai sporcata le mani. È l'unico modo per non sentire più lo stridore col canto degli uccelli, le cicale, le rondini che sfrecciano urlando di gioia verso sera. Non è servito a niente, se non a dimostrare che si è uomini e donne: capaci di sacrificare la propria vita per gli altri. È l'unica cosa che ci distingue dai robot. È l'unica cosa che permette ai robot di diventare umani, come in Blade Runner. E allora ecco rinascere la speranza che, proprio ora che si subisce il ricatto che ci induce a dare via l'anima, in cambio di una sicurezza tecnologica, ci sia un impeto. Qualcosa che ci porti in piazza davanti al Municipio, come a Trieste, a reclamare una vita umana, nelle scuole, piuttosto che un destino asettico e disumano. Siamo umani, capaci di sentire col cuore. Capaci di affrontare anche la morte, se è l'unico modo per vivere una vita umana. E allora il Coronavirus non è più una minaccia, ma una sfida. La sfida lanciata ai giovani genitori e alle nuove generazioni per dimostrare di che pasta sono fatti. Se sono umani sapranno cosa fare: è non sarà un mostriciattolo coronato a piegarli.