Atom Feed RSS Feed

Il mio profilo

My Photo
Name: blog.bertinifa.it
Location:

Archivio

Conta visite

1 .   

Ultimi Commenti

RICERCA

Calendario

Lupi travestiti da agnelli

postato da blog.bertinifa.it [07/01/2019 10:22]
foto

Contro i fuorvianti diritti individuali, universali e assoluti, che sono stati concepiti per negare le concrete esperienze sociali da cui nascono: quelle identità collettive, che si riconoscono e vivono bene in sé stesse e che dovrebbero continuare ad essere il riferimento di un'autentica democrazia.
Per una pratica emancipante, basata su diritti autentici. Quelli radicati nelle forme di solidarietà che poi si sono incarnate nello Stato nazione: l'unica istituzione in grado di realizzarli, imponendo una ragionevole ridistribuzione del potere e della ricchezza.


È un grave errore, per la sinistra, attaccare le identità collettive, religiose o culturali in nome di pretesi diritti superiori, avulsi dalla realtà. Si creano false aspettative e scontate delusioni che poi portano ad arroccarsi sulle identità stesse, in cerca di riscatto.
Quando c'è smarrimento é naturale aggrapparsi alle identità profonde. Lo si fa a sinistra, radicalizzando l'antifascismo o il patriottismo. Lo fanno i popoli islamici che si radicalizzano di fronte ad un destino da emarginati. Per evitare tali arroccamenti vanno rispettate le identità preesistenti, creando piuttosto nuove identità di lotta per riscattare quei diritti reali che sono stati rubati, in nome di diritti maggiori ma vuoti. Per rilanciare queste nuove solidarietà va intanto smascherato il furto reso possibile dall'inseguire ideali tanto elevati quanto irraggiungibili. Serve criticare gli aspetti individuali, universali e assoluti, dei diritti umani: segno inequivocabile dell'operazione mentale che predispone al furto di ricchezza e di democrazia.


L'Individuale che annichilisce il Collettivo

Che ruolo hanno le identità collettive, così criticate dagli assolutisti, che tanto amano l'individuo isolato? L'identità collettiva è quel legame fra omogenei che fa da salvavita, nei percorsi di integrazione, quando le cose vanno male. È l'ancora di salvezza che si riesce a mettere da parte solo quando le cose vanno bene. Questo modo opportunista di gestire le solidarietà spontanee è riconosciuto dall'antropologia ma in modo implicito anche dalla nostra Costituzione, che fonda la sovranità popolare nelle comunità (identità) locali, preesistenti alla stessa Costituzione: cioè i Comuni. Ovviamente c'è una dimensione ottimale affinché questo principio funzioni. Dagli studi fatti si riconosce che una popolazione di 10 - 20.000 abitanti dà la massima efficienza amministrativa locale. Qualcosa di analogo si può dire per la dimensione dello Stato: la frammentazione migliora la partecipazione democratica ma riduce l'efficienza. L'accorpamento imperiale fa il contrario. Rimane il fatto che le migliori menti italiane sono partite dal legame sociale delle identità locali per rifondare la Repubblica. Tale principio democratico dovrebbe valere anche quando una comunità si ricostruisce in un nuovo territorio. Ciò che conta è che le identità collettive siano lasciate libere di formare comunità naturali e che tali comunità locali possano allearsi fra loro per raggiungere obiettivi comuni col massimo di efficienza possibile. È importante restare fedeli a questo principio della Costituzione anche oggi che nuove comunità chiedono ospitalità nei nostri territori. Queste identità vanno rispettate o almeno tollerate, quando portano con sé usi che stridono con le regole locali. Perché l'unica politica emancipante che possa funzionare è mettere d'accordo le varie comunità naturali per lottare verso un reale progresso inclusivo. I valori arretrati saranno abbandonati, senza usare la forza, migliorando insieme le condizioni sociali ed economiche. Su tale piano di sviluppo dei veri diritti, servono perciò diritti che tutelino l'individuo ma anche i gruppi naturali, le minoranze, le nazioni. Diritti che non calino dall'alto ma crescano dal basso tramite pratiche emancipanti. Perché ciò che cala dall'alto di solito è un cappio, mentre ciò che cresce dal basso è la coesione sociale, senza la quale la democrazia crolla. Impostare i diritti negando la loro origine sociale, come fa la Dichiarazione Universale dell'ONU, non può che boicottare il naturale sviluppo della civiltà dei diritti/doveri e della democrazia. 


Universale vs Identità ovvero Imperiale vs Democratico

I diritti universali ignorano, distruggendole, le identità collettive basate sulle solidarietà spontanee. C'è del metodo in tale follia. È la tecnica di promettere il paradiso della libertà da ogni vincolo sociale senza sancire la libertà di conseguire insieme l'emancipazione con il lavoro sociale necessario per realizzarla. Si promette la scorciatoia deresponsabilizzante, senza doveri e senza la fatica delle relazioni sociali. L'idea dei diritti universali di ciascuna singola persona è come una droga mentale che produce un entusiasmo pericoloso, che allontana la meta, piuttosto che avvicinarla. Passata quell'euforia che favorisce scelte autolesioniste, come abbattere i confini, cedere la sovranità o accettare la moneta unica delle banche, sulla distanza subentra l'apatia. Essendo i diritti universali fondati sul niente, che non sia una carta scritta, rimane una massa di individui isolati, sconfitti e impotenti che non rivendicano più nulla, convinti di essere la causa del loro fallimento. Guai se questa massa sperduta ritrova una propria identità e si rimette in cammino: salta il cartello che spaccia la droga dei diritti universali dell'uomo isolato e riprende corpo la democrazia effettiva.


Ciò che caratterizza la democrazia, contro l'universalismo astratto del liberalismo, è il principio di identità o di omogeneità dei popoli con sé stessi. Queste identità collettive sono davvero sovrane solo in democrazia. La democrazia è effettiva solo se le identità collettive sono libere di allearsi per un obiettivo comune. Antagonista alle identità è l'identità universale, cioè l'uguaglianza assoluta. Il principio sognante di assoluta uguaglianza però ha senso solo nell'impero, dove regna appunto il massimo dell'uguaglianza: nessuno conta più un ca**o. Innamorarsi dell'identità universale comporta purtroppo lo stare dalla parte dell'impero, non della democrazia. Corrisponde allo stare con gli Stati Uniti, quella federazione di stati che, millantando diritti umani universali, sotto la maschera di una democrazia formale, é in effetti un impero. Perché si comporta come un impero. Perché ciò che rende effettivamente democratica una società sono le condizioni economico sociali che permettono alle identità locali di realizzarla. Da questa prospettiva gli USA sono, nei fatti, un impero razzista, colonialista e rapace. Non basta votare per fare la democrazia, quando l'economia, l'informazione, la politica e la giustizia sono del tutto avulse dal controllo popolare.


Detto che l'universalismo è imperiale (con buona pace dei cattolici, la cui religione universalista è stata plasmata per rispondere ai bisogni dell'impero romano) resta da fare i conti con due modi d'intendere l'universalismo. La differenza fra l'universalismo globalista (anglo americano) e quello sovranista (europeo) è che il primo è nato in barca, mentre il secondo è nato sul continente e non può rinunciare a dei confini. Il globalismo nato in mare tratta i continenti come fossero oceani (merci e masse lavoratrici in movimento). Il globalismo di terra è più vicino alla mentalità continentale, ma ciò non toglie che si tratti comunque di imperialismo, in stile impero romano. Davvero gli innamorati dell'Europa Unita vogliono tornare all'impero romano o al sacro romano impero? L'Europa Unita è una riedizione dell'impero continentale, sotto l'egida americana, contro le potenze emergenti (Cina e Russia). Che sia di mentalità marinara o terrestre (vedi l'asse Germania, Francia, Russia) sempre imperialismo è. Sopprimerà quel poco di democrazia che rimane. A chi é di sinistra, l'onere di mostrare come tale progetto sia compatibile con la democrazia sostanziale. Toni Negri, sorpreso dai gilet gialli, annaspa nelle sue farneticazioni imperiali. Con lui la sinistra europeista. A favore della democrazia parla invece il popolo francese che canta sì la marsigliese (riecco l'identità) ma ignora il falso universalismo della Rivoluzione - libertè, egalitè, fraternité - in favore di una trinità più contingente: salari, rappresentanza e territorio (democrazia diretta, garantita da condizioni economiche dignitose). Queste sono le rivendicazioni che salgono dai territori delle periferie: richieste concrete. Senza tuttavia perdere di vista la causa della delusione popolare: l'imperialismo francese. Si chiede la testa dell'imperatore Macròn: rappresentante dell'oligarchia al potere. Questa è la nuova identità collettiva che si forma nelle esperienze di democrazia diretta! I gilet gialli sono la nuova identità collettiva antimperialista e anticolonialista, a una passo dalle stesse rivendicazioni che provengono dai movimenti panafricanisti.
Come l'Assoluto, diventando Assolutismo, divora il Contingente
Assoluto significa "assolto" (dal fare certi conti con la realtà). Basterebbe questo per subodorare l'inganno. Ma la storia mostra come quello di assoluto sia un principio necessario, purché temperato dal contingente. Nei primi regni il re era un monarca assoluto, cioè assolto da certi doveri di cui i sudditi si facevano carico. Però egli, ciclicamente, faceva un dono al popolo: il giubileo dei debiti. Questo gli garantiva coesione sociale e il sostegno del popolo riconoscente. L'assoluto c'èra già, ma non aveva ancora divorato la contingenza. Perciò quando la contingenza lo richiedeva, l'obbligo assoluto di onorare i debiti a interesse veniva sospeso. Tale buon senso si perde in un'epoca successiva, quando il re s'innamora dell'assoluto e diventa assolutista. L'assoluto diventa eterno e non c'è più la compensazione del giubileo periodico dei debiti, cioè del dono, che il sovrano fa ai contadini, restituendo loro le terre perse a causa del meccanismo del debito a interesse. Questo assolutismo, svincolato dalla contingenza, pare nasca in Egitto, diffondendosi poi nella cultura greco romana. Nella cultura greco romana effettivamente manca l'istituto del giubileo dei debiti per risanare le proprietà di terreni perduti tramite il meccanismo del debito ad interesse. C'è chi sostiene che una delle cause del crollo della coesione sociale imperiale sia stato proprio il meccanismo sostanzialmente capitalista che creava vasti latifondi incolti. Il Dio unico e universale del'imperatore Costantino è già un Dio occhiuto che registra tutto nel suo libro dei peccati e che non te la perdona se non dopo che hai purgato ogni debito nel Purgatorio. Come garantire la coesione sociale e il sostegno popolare se l'assolutismo del debito ad interesse crea latifondi, monopoli, povertà e schiavitù? Probabilmente la coesione sociale è stata garantita dal dono ai cittadini romani delle terre conquistate nei territori colonizzati. Perciò le colonie sono state la valvola di sfogo per le plebi impoverite dall'assolutismo del principio del debito a interesse. La soluzione ha smesso di funzionare con la fine dell'espansione, probabilmente. In compenso il trucco ha ripreso a funzionare nella fase colonialista del 19° secolo. E continua a farlo ancora oggi nella cultura neoliberista anglosassone. Ora però che noi stessi paesi europei del sud siamo diventati le colonie da mungere, il meccanismo rischia d'incepparsi, come sta succedendo in Francia. Morale di queste considerazioni? L'assoluto, cioè l'assolto, come ad es. l'istituto dell'immunità parlamentare, può anche andare bene. L'assolutismo invece, non temperato più dal contingente, crea una bolla di potere; destinata ad esplodere. Sperando che non sarà un'altra guerra mondiale ma solo una guerra civile come quella dei gilet gialli. Perciò basta con la falsa alternativa dei principi assoluti, se mancano i corrispettivi principi contingenti. La vera fonte dei diritti è contingente: il legame sociale che si crea nel condividere una pratica emancipante, al di là delle contraddizioni, fomentate dai nemici della democrazia, per tenere divisa la plebe. Per esempio: Il "razzista" o il "fascista": entità tanto vaghe quanto assolute, sono falsi problemi usati per creare divisioni. Falsi "cattivi" che ci mettono davanti gli occhi per invocare false soluzioni come i diritti individuali, generali e assoluti. Questi diritti calati dall'alto sono come "agnelli" che mascherano i "lupi": un modo di manipolazione delle masse ben descritto dal simbolo della Fabian Society: il cavallo di Troia inglese, dentro la sinistra europea. Comportarsi da razzisti o xenofobi è puramente umano: non individua il male assoluto. Qualunque compagno di lotta, che non ha ancora capito, può comportarsi così. Perciò, proprio come ci si chiede di andare oltre il colore della pelle o della fede religiosa, dobbiamo andare oltre agli atteggiamenti ingenui dei compagni che possono essere ancora reclutati alla giusta causa. Così si recupera ciò che dà sostanza ai diritti: il legame sociale che si crea donando sé stessi nelle pratiche emancipanti.
La spinta per farlo nasce dal condividere la stessa rabbia, piuttosto che altre forme di identità contingenti. La nuova identità nasce dalla stessa frustrazione di chi pretende quel benessere che oggi dipende solo da scelte politiche. Ciò che radica i diritti è il vincolo che si crea nel dono collettivo. In origine quel legame sociale si creava tramite il dono al Municipio (contenitore del "munus"). Era quello il vincolo che dava senso al diritto di reclamare qualcosa, quando poi ce ne fosse stato bisogno. Ancora oggi: qual è il modo più naturale di farsi accogliere da una comunità diversa dalla propria, se non tramite un dono? E quali sono le basi del diritto di chi abita in una comunità da generazioni se non l'aver prima partecipato a costruire il benessere della comunità?
Alla luce di queste considerazioni, chi sostiene i diritti assoluti calati dall'alto si schiera, paradossalmente, proprio dalla parte di chi pensava di aborrire: i colonialisti. Che necessariamente sono anche razzisti. Perché anche i ben intenzionati, esaltati dalla grandezza di questo modo di difendere i diritti umani, finiscono per sentirsi autorizzati a entrare a gamba tesa nei territori degli altri, a portarvi la buona novella. Per evitare violenza benintenzionata, che ha dietro di sé una scia di sangue lunga secoli, è meglio partire con maggiore modestia dal basso, dalla solidarietà già esistenti, che si creano perseguendo interessi economici comuni. Meglio rispettare ogni sana e legittima identità solidale. Ci sarà un motivo se la solidarietà è il peggiore nemico dell'élite imperialista.
Altro aspetto da considerare è che il principio dei diritti, avulso dal principio dei doveri genera conflitti. Purtroppo, il diritto assolto dall'obbligo di radicarsi nel dono collettivo si pretende, come fosse un debito arbitrario. Così si crea una depistante lotta tra poveri.
Riepilogando: l'assolutismo dei diritti, generalizza anche il principio schiavizzante e rapace del debito, nega volutamente il dovere del dono, che fa perno invece sulla solidarietà, e crea l'ambiente sociale perfetto per le fortune dei colonialisti di mestiere. Con una fava si prendono due piccioni: si nega valore alla solidarietà e si instilla il veleno dell'homo homini lupus. Per capire quanto velenoso sia il frutto del diritto assoluto di proprietà, si tenga presente che nel diritto romano il debito non onorato faceva diventare il corpo del debitore proprietà del creditore, che poteva farne ciò che voleva! Questa spietatezza insita nel meccanismo del debito e della proprietà, assolutizza un atteggiamento pericoloso. Nel senso che il diritto è qualcosa che si rivendica in modi non collaborativi. Perciò inserire un diritto arbitrario al posto di un vincolo maturato nel dono è davvero far passare un lupo sotto le sembianze di un agnello. Così il diritto assolto da ogni vincolo, crea una proprietà soggettiva, egoista, dispotica, fonte garantita di conflitti fuorvianti, di delusione e di apatia, mentre il dono comune, che sospende il principio rapace del debito ad usura, crea solidarietà. Questa solidarietà è il terreno su cui crescono i diritti acquisiti dal basso. Ed è anche la nuova identità di gruppo. Perciò le identità collettive vanno rispettate più che si può, perché fondate sulla solidarietà e la coesione sociale: garanzia di pace.
Temi fuorvianti per nascondere ciò che conta davvero
I globalisti abbattono i confini. I sovranisti marcano i confini. Criticare o sposare una delle due posizioni porta il dibattito su questioni secondarie. Ciò che emancipa è la solidarietà, consolidata nell'identità. Perciò va costruita un'identità collettiva emancipante: emarginati contro monopolisti. Per esempio: i Sindacati di base hanno sostenuto con successo gli interessi comuni alle diverse comunità emigrate e non, senza ficcare il naso negli usi e costumi altrui. La solidarietà trans culturale diventa così un punto di forza: la nuova identità emancipante che si fa riconoscere per i risultati conseguiti insieme: una redistribuzione della ricchezza, abolendo il debito o almeno rendendolo contingente, relativo; non assoluto. Perciò i sindacati dovrebbero cambiare la fonte della loro identità: non più l'ambiente di lavoro comune ma gli obiettivi.