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Purezza vs Riconoscimento

postato da blog.bertinifa.it [26/06/2020 08:12]
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4° (continua dal post precedente)


Qui si mira a far abbandonare l'egoismo solitario del vaccinazismo per adottare quell'idea di libertà che ha poco da spartire con l'idea liberale della cultura anglosassone (liberi da legami esterni e interni), perché è l'idea greca del "fiorire insieme" (Liberi di condividere le risorse di tutti. Liberi di ... piuttosto che liberi da). È la visione del mondo e del proprio posto nel mondo che nasce dal condividere e dal riconoscere l'altro che c'è in noi e fuori di noi. Un'idea con profonde radici politiche perché, come insegnava Domenico Losurdo, studioso del marxismo, la vena più specifica e profonda della lotta di classe è la lotta per il riconoscimento.
La democrazia stessa si fonda sul riconoscimento: sul riconoscere l'avversario politico, sul lottare contro di lui ma sul lottare anche affinché esso possa continuare a esistere e a lottare per le sue idee.

Quando c'è da ipotizzare come funzioni un sistema complesso si fanno ipotesi. Poi si cercano riscontri nei dati naturali o sperimentali. Ma da dove vengono le ipotesi? Se lo chiedeva in particolare Albert Einstein. Vengono dai momenti creativi ma anche dalle visioni del mondo degli scienziati. Se un ricercatore è legato alla visione del mondo di Hobbes (homo homini lupus) farà ipotesi allineate con la sua visione del mondo e selezionerà i dati che confermano le sue credenze preconcette.
Se invece è inclusivo, amante di visioni collaborative piuttosto che competitive, farà ipotesi e dimostrazioni che confermino la sua visione del mondo.
Poi l'ipotesi più adatta dei due sopravvive alle critiche incrociate.
Purtroppo in certi settori della ricerca, politicamente molto rilevanti, certe critiche sono fortemente inibite. Perciò il meccanismo democratico della formazione del consenso sulle diverse ipotesi, qui si inceppa.

Alfred Tauber è un filosofo e storico della scienza. A lui il merito di aver messo a fuoco quanto la ricerca in campo immunologico getti le sue radici nel pensiero politico e filosofico, cercando risposte alla domanda centrale dell'immunologia: cos'è il Sé ? Cos'è l'io che l'organismo "difende" rispetto il non io, l'estraneo?
Il libro di Tauber descrive come la metafora dell'io, governi le teorie e le pratiche degli immunologi. Sebbene il confine netto tra l'io e gli altri continui ad essere rotto e riposizionato da uno spettro di funzioni basate su una graduazione di risposte immunitarie che non si adatta alla netta divisione tra il sé e l'altro.
I fatti parlano di un sistema dove i confini tra l'io e il non io non sono mai chiari.
Ciò nonostante gli immunologi non trovano di meglio che usare la metafora dell'io per interpretare i dati. Tuttavia il consenso degli immunologi converge nell'ammettere che il sé immunitario sia un costrutto polimorfo e indefinito. Anzi, a essere onesti, dovrebbero riconoscere che, con una affascinante inversione del mito corporeo, il sistema immunitario sia creato dal microbioma residente: il sistema immunitario sia costruito in concertazione con elementi estranei numerosissimi che convivono naturalmente nel nostro organismo.
Del resto molta diversità stanziale è presente in una grande componente silente del nostro DNA. Il nostro DNA è pieno di virus che si sono incistati e lì rimangono in silenzio, come un bagaglio di informazioni potenzialmente utili, cui poter attingere.
Non solo non è possibile negare le diversità, le moltitudini che convivono nel nostro corpo, ma addirittura si deve concedere che senza di esse il nostro sistema immunitario non potrebbe neanche funzionare.
Mentre l'aspetto difensivo del sistema immune è preminente in contesti medici o agricoli, tale punto di vista è bilanciato dal fatto che il corpo partecipi ad una comunità di "altri", la quale comunità contribuisce al suo welfare. In questo vantaggio ecologico non c'è alcuna circoscritta entità autodefinita designabile come IO.
La funzione immune ricade in un continuum di reattività dove il carattere di oggetto immune è determinato dal contesto nel quale esso appare, non dal carattere "estraneo" di per sé stesso. Ripeto: è il contesto della sua apparizione che rende estraneo l'estraneo al sistema immunitario. Il funzionamento dei vaccini lo dimostra: L'alluminio (potente agente infiammatorio) è il contesto che rende l'antigene meritevole di allarme immunitario. Altrimenti sarebbe ignorato. Come se la filosofia difensiva implicata nel nostro organismo fosse più o meno la seguente: in prima battuta ti riconosco e ti lascio vivere, ma se poi distruggi le mie cellule in maniera massiva, scatenando l'allerta immunitario, allora e solo allora ti riconosco come nemico pericoloso e genero una risposta che mira ad eliminarti (o che ti costringa ad adattarti al mio sistema vivente, tramite rapide mutazioni).
Con un triplo salto carpiato cambiamo contesto, dal biologico alla storia: il virus del cristianesimo si diffuse rapidamente attraverso le strade dell'impero romano, nella sua variante paolina universalista, piuttosto che nella originale formula nazionalista giudaica. Dopo essere entrato a Roma si rivelò pericoloso, perché non riconosceva la divinità dell'imperatore. Perciò il sistema immunitario dell'impero si mise a sterminarlo. Così continuò a mutare, nelle catacombe, finché non assunse le caratteristiche ritenute utili all'impero sotto attacco e diventare così religione di stato.
Lo stesso potrà accadere con il coronavirus attualmente in auge: a parte il fatto che l'impero lo sta già usando per un cambiamento di regime funzionale alla sua sopravvivenza. Anche sotto il profilo biologico il virus potrebbe diventare una risorsa utile. È un virus che come si sa contiene spezzoni del genoma del HIV. Chi può escludere la possibilità che la vita possa utilizzare quella informazione per generare una migliore difesa contro la minaccia HIV (per la quale non si è mai trovato un vaccino)? Ma le possibilità positive insite in questa inedita minaccia del Covid19 sono praticamente infinite. Ecco perché la vita non ha interesse a distruggerlo ma a farlo diventare ospite mansueto: potrebbe essere di cruciale importanze per affrontare ulteriori cambiamenti necessari alla vita su questo pianeta.


Torniamo a Tauber che, detto per inciso, non è d'accordo con l'operazione appena fatta: applicare l'insight teorico dell'idea immunitaria alla società.


Il pensiero di Tauber si riassume così: il primo compito del sistema immunitario è definire l'io del soggetto e solo secondariamente quello di mantenere l'integrità organica. L'io però non è un dato definitivo ma il prodotto sempre mutevole di un'interazione dinamica e competitiva con l'ambiente. L'io sarebbe dunque un sistema aperto alla sfida con l'esterno e da essa sfida costituito.
Se l'adolescente non affronta la sfida (prima con i fratelli, poi con i genitori, poi con altri adulti) non può sapere chi è. Non riesce a costruire la propria identità. Solo configgendo si riconosce e viene riconosciuto. Cos'è il riconoscere?
È prendere atto che si é, che si ha un nome, che si vuole affermare le proprie idee, senza essere distrutti.
Come avviene questo cruciale passaggio del riconoscimento?
Come si forma la tolleranza immunologica nei confronti del Sé?
La tolleranza immunologica, è una specifica depressione della risposta immunitaria indotta da una precedente esposizione all'antigene, tramite selezione clonale (vengono eliminati i cloni autoreattivi).
Il sistema immunitario non solo deve identificarsi in contrapposizione all'altro da sé, ma deve anche definire l'Io in base a se stesso. E lo fa contrapponendosi.


L'immunità è così un processo che prevede sempre un sistema aperto di auto definizione che produce L'IO ma anche L'ALTRO. Se invece l'altro lo distruggo per sempre, se distruggo il mio genitore, indirettamente distruggo me stesso. Se tratto l'altro come una cosa, divento cosa anch'io. Configgere senza distruggere è l'essenza della vita. È l'idea di Virkow e di Nietzsche del Corpo come luogo di confronto e competizione tra segmenti cellulari diversi e spesso confliggenti. Tutto l'organismo è fatto di meccanismi contrapposti in equilibrio.
Questo fisiologico conflitto non può perciò mai essere originale, compiuto ed integro ma si fa, si costruisce continuamente, vivendo e finché vive. I suoi confini non lo chiudono ma sono il margine permeabile del suo rapporto con ciò che lo attraversa e lo altera continuamente, sollecitandolo a reagire.
Trasponendo questo discorso al virus, un parassita della cellula vivente, che lotta per sopravvivere, c'è il fatto ben noto ai virologi di spessore che il virus ha tutto l'interesse di adattarsi all'uomo e all'ambiente. Anche un virus fabbricato in laboratorio, come il covid19, muta rapidamente, ma nel farlo si selezionano cloni meno aggressivi, più adatti a trovare un equilibrio con l'ospite.


Secondo Giulio Tarro è probabile che dismetta le parti più artificiali, inserite in laboratorio nel suo RNA. Solo così può sopravvivere.
Perché allora ci sono circostanze nelle quali il virus diventa veramente mortale?
Perché il meningococco che vive nelle nostre fosse nasali, si incattivisce e ci fa ammalare di meningite?
Per rispondere, bisogna intanto ammettere che in certe circostanze virus e batteri sono mortali. Le curve di mortalità di tali patogeni nel corso delle generazioni, dimostrano però INVARIABILMENTE che non sono stati i vaccini a tenerli a bada e a far trovare un equilibrio tra l'uomo e il patogeno, ma le condizioni igienico nutrizionali.


Un discorso più approfondito merita il virus della polio. In quel caso c'è stato comunque un equilibrio ecologico alterato che ha liberato il virus dal controllo immunitario fornito dalla madre al neonato.


Oltre al fattore igienico nutrizionale, potrebbe aver inciso anche il tempo, cioè il numero di generazioni e di piccole mutazioni adattive (sia nostre sia dei patogeni) che, come insegna Darwin, fanno emergere gli equilibri più adatti alle circostanze ambientali.
In particolare oggi è ormai certo che le condizioni nutrizionali spiegano come mai il morbillo sia mortale in Africa ma non lo sia nelle popolazioni europee, ben nutrite.
La mortalità di un agente patogeno potrebbe dimostrare che se l'equilibrio con l'ospite si rompe è perché già prima, nel rapporto tra uomo e il suo ambiente l'equilibrio si era rotto, creando le condizioni della fame o della malnutrizione (o dell'eccessiva igiene come insegna la vicenda del Poliovirus).
A quel punto l'alta mortalità ha perfino il senso di riportare l'uomo ad un migliore rapporto con le proprie risorse alimentari. Questa non è ovviamente la soluzione malthusiana auspicabile. La soluzione è migliorare le condizioni nutrizionali, cosa oggi fattibilissima, per esempio in Africa. Con costi infinitamente inferiori alle campagne vaccinali.

Se in africa si lasciassero gli africani migliorare le proprie condizioni di vita invece che affamarli, non ci sarebbero bisogno dei milioni di dosi di vaccino che i filantropi "regalano" agli africani.


Sembra quasi di sentirli i nostri filantropi:

"Bravo! E poi dove le troviamo le cavie dove poter fare i nostri esperimenti di riduzione della popolazione?"

(continua)