Essere-senza-tempo: perché siamo sempre di fretta?
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Diego Fusaro, ESSERE SENZA TEMPO. ACCELERAZIONE DELLA STORIA E DELLA VITA, Bompiani, Milano 2010, prefazione di Andrea Tagliapietra, 411 pagg., 12 euro., http://www.filosofico.net/esseresenzatempo.htm
Mi affretto dunque sono. Sembra questo il nostro destino. Vi siete mai chiesti perché ogni vostra giornata è all'insegna della fretta e dell'"essere-senza-tempo"? Perché non abbiamo mai abbastanza tempo per fare ciò che vorremmo o dovremmo fare? Qual è il senso di questa accelerazione di ogni settore della nostra esistenza? Sorge il sospetto - già messo a fuoco da Heidegger - che questa velocizzazione elettrificante sia autoreferenziale, svuotata di ogni significato e volta a riprodurre a ritmi sempre più intensi la realtà così com'è, il "capitalismo assoluto-totalitario". Ci affrettiamo senza sosta e, al tempo stesso, non sappiamo dove stiamo andando. La dimensione del futuro si è eclissata e viviamo in un eterno presente, in cui l'orizzonte è sempre, immancabilmente, il presente stesso: l'eternizzazione del presente si accompagna alla desertificazione dell'avvenire, in un mondo disincantato che ha smesso di credere a Dio ma non al mercato. Se la modernità aveva perseguito futuri migliori, in nome dei quali accelerare la marcia, il nostro tempo vive del e nel presente, in una programmatica rinuncia all'avvenire e alle promesse inevase del moderno. E non di meno sopravvive, e si fa anzi sempre più intensa, l'accelerazione dei nostri ritmi esistenziali. Il nesso tra capitalismo e nichilismo dell'accelerazione risulta qui lampante, soprattutto se si esamina un fenomeno del paesaggio postmoderno: il cosiddetto "consumismo". L'ideologia che serpeggia tra le pieghe della società consumistica è quella dell'emergenzialità assoluta e del tempo cairologico: per poter essere sempre al passo coi tempi e con la moda, bisogna affrettarsi nell'acquistare le nuove merci (emergenzialità) e saper cogliere il momento opportuno (il tempo cairologico) per arrivare primi, bruciando sul tempo gli altri consumatori, secondo una versione postmoderna del carpe diem. Non stupisce, in quest'ottica, che le mode cambino sempre più in fretta, al punto da diventare "stagionali". Anche in questo risiede, d'altro canto, la contraddittorietà della religione consumistica, che proclama a gran voce l'imperativo della soddisfazione dei clienti e che in segreto coltiva l'obiettivo opposto, ossia la loro costante insoddisfazione, unica garanzia affinché essi non restino indifferenti alle nuove merci che ogni giorno vengono al mondo. La soddisfazione dei desideri tramite le merci è sempre parziale, lascia ogni volta molto a desiderare, è suscettibile di miglioramento e - questa la conseguenza - è sempre rinviata a un domani che, costantemente differito, non arriverà mai: l'esistenza del consumatore non risiede nel godimento delle merci possedute, ma in una perenne quanto snervante condizione di fretta e di dinamismo scaturente dal rincorrere le nuove merci che quotidianamente vedono la luce. Dopo un attimo, arriverà puntualmente un altro attimo, denso di nuove promesse di soddisfazione e, dunque, tale da indurre a una corsa forsennata da una merce che non ha soddisfatto appieno i nostri desideri a una nuova merce, non ancora collaudata ma analoga - nella sua struttura - a quella precedente; proprio come, del resto, nella società consumistica, l'attimo successivo è sempre qualitativamente analogo a quello precedente. Il futuro ha cessato di essere pensabile, secondo il pathos dell'escatologia benjaminiana, come "la piccola porta da cui poteva entrare il Messia" per trasformarsi in una porta infernale da cui sempre rientra lo stesso presente, in una "danse macabre" di istanti che muoiono per poi rinascere tali e quali. Diego Fusaro, "Essere senza tempo. Accelerazione della storia e della vita" (Bompiani, 2010, 410 pagg., 12 euro, con prefazione di Andrea Tagliapietra): http://www.filosofico.net/esseresenzatempo.htmViviamo nell'epoca della fretta, un "tempo senza tempo" in cui tutto corre scompostamente, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. L'endiadi di essere e tempo a cui Martin Heidegger aveva consacrato il suo capolavoro del '27 sembra oggi riconfigurarsi nell'inquietante forma di un perenne essere senza tempo. Figlio legittimo dell'accelerazione della storia inaugurala dalla Rivoluzione industriale e da quella francese, il fenomeno della fretta fu promosso dalla passione illuministica per il futuro come luogo di realizzazione di progetti di emancipazione e di perfezionamento, la nostra epoca "postmoderna", che pure ha smesso di credere nell'avvenire, non ha per questo cessato di affrettarsi, dando vita a una versione del tutto autoreferenziale della fretta: una versione nichilistica, perché svuotata dai progetti di emancipazione universale e dalle promesse di colonizzazione del futuro. Nella cornice dell'eternizzazione dell'oggi resa possibile dalla glaciale desertificazione dell'avvenire determinata dal capitalismo globale, il motto dell'uomo contemporaneo - mi affretto, dunque sono - sembra accompagnarsi a una assoluta mancanza di consapevolezza dei fini e delle destinazioni verso cui accelerare il processo di trascendimento del presente. INDICE Prefazione di Andrea Tagliapietra 1. Non c'è tempo! Modernità irrequieta. 1. Mi affretto dunque sono. Fenomenologia della fretta. 2. L'impazienza della storia: cenni sul moderno regime di temporalità. 3. Tutto corre. Ipertrofia dell'aspettativa e «futuro-centrismo» dei concetti. 4. The time is out of joint: tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria. 2. Che fretta c'era? Genealogia dell'«essere-senza-tempo». 1. Rivoluzione industriale e velocizzazione della tecnica, della scienza e della produzione. 2. Dialettica dell'impazienza. Rivoluzione francese e accelerazione del mutamento socio-politico. 3. Lotte per il tempo. Accelerazione dei ritmi di vita e sindrome della fretta. 4. Le «locomotive della storia»: il treno come simbolo della temporalità moderna. 3. Sempre più veloce. Testimonianze moderne del tempo rapido. 1. Carpe diem. Tempo che stringe e passione per il futuro. 2. Il più veloce dei mondi possibili. Fretta e utopie del tempo nella letteratura. 3. «Come se la storiografia non riuscisse più a tenere il passo della storia»: il punto di vista degli storici. 4. «Verrò presto!»: la fretta come secolarizzazione di un'idea ebraica e cristiana. 5. La genesi dell'idea di «abbreviazione dei tempi» tra religione e scienza. 4. Tempus fugit. Filosofie della fretta. 1. Riguadagnare il tempo perduto: strategie dell'alta velocità. 2. Kant e l'accelerazione del progresso come imperativo categorico dell'umanità. 3. Hegel e lo «Spirito del mondo» con gli stivali delle sette leghe. 4. Il tempo delle merci: Marx e la concezione materialistica dell'accelerazione. 5. Time is money. Capitalismo e astuzia dell'accelerazione. 6. Lenin, Hitler e le «cronopolitiche» della fretta. 5. Accelerazione senza futuro e nichilismo della fretta. 1. Il disagio della velocità e la tirannia dell'istante. 2. Niente tempi morti, per favore! Internet e la fretta globalizzata. 3. Dal «futuro passato» all'«eterno presente»: accelerazione postmoderna. 4. Elogio della tartaruga. Cairologia consumistica e nuove emorragie di tempo. 5. Eternizzazione del presente, desertificazione dell'avvenire. |
commenti
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Il "nostro destino". Prima di lasciare scritte certe parole ci si dovrebbe chiedere: qual è il mio mondo? Quanti mondi ci sono? Quali sono le mie effettive conoscenze del mondo e di altri mondi? A chi è destinato il mio pensiero? Si dovrebbero specificare i contesti, ma la mancata specificazione nasconde la volontà di ignorare l'alterità. Io non vivo nella fretta, mi dispiace che la mia esistenza sia per qualcuno una nullità. Tanti auguri per il vostro futuro, ma non avete mai pensato di rompere l'involucro che vi siete creati? Per chi indossa lenti colorate di rosso tutto appare rosso. Così però si rischia di scambiare un grande quadro per una crosta. Certo, gli studi filosofici sono una bella cosa, ma per essere filosofi veri e propri oltre che studiosi bisogna andare per il mondo. E se si va per il mondo cercando ovunque la propria patria, si diventa solamente ostici. Insomma, ci sono anch'io, e con me tanti altri diversi da me e da voi. O dovrei dire "Voi"? Perché dovunque ti giri in Italia, trovi qualcuno che ingigantisce se stesso e fa la voce troppo grossa. Capita al borseggiatore, all'ingegnere, e anche allo studioso di filosofia. Ma insomma, dovremo fare i segnali di fumo per reclamare la nostra esistenza? Se continua così tra poco i panettieri non si accorgeranno della nostra presenza. Penseranno che se non abbiamo fretta, non abbiamo neanche fame. Naturalmente questo gigantesco "Io" o, peggio, "Noi", viene camuffato sempre dietro argomenti particolari, nella fattispecie la vostra fretta. Così ogni obiezione viene rifiutata, e anche sugli stessi particolari. Spero che il taglio così poco accademico del mio messaggio incontri il Vostro beneplacito. Sapete perché tanta polemica? Perché spiace sentirsi accomunati e essere poi fraintesi. Non è una cosa da poco.
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| postato da astolfo il 30/08/2011 15:29 | |
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sono una scrittrice poetessa che da sempre affronta la tematica del tempo, del suo passaggio, della sua accelerazione, da quando da piccola rimasi folgorata da alcune citazioni di Seneca. Trovai in lui in compagno dei miei pensieri. Crescendo tutti i miti deludono in un modo o in un altro ma questo è un'altra storia.
Sto leggendo il tuo libro e a parte tutto quello che già in tanti ti hanno detto sulle tue teorie e la loro validità e freschezza ti posso dire che hai il dono di dire cose complesse ed articolate senza annodare il cervello, senza annoiare neanche per un istante. Non ho quasi mai la sensazione di dovere costringere la mia mente a leggere perché sono interessata. Sai quello che vuoi dire, lo dici e scrivi in modo sciolto e dinamico. Collocare, annidare nel futuro "tutte" le nostro aspettative, le nostre prospettive ci fà correre sempre di più verso il luogo dove abbiamo stabilito la nostra irragiungibile meta. L'irragiungibilità è anche la nostra "comfort zone", quella dove non esiste il nostro attuale fallimento ma la speranza del raggiungimento illusorio di qualcosa collocato più avanti. Adesso qui davanti a me si svincola dal buio un altro giorno Un giorno come tanti, non ancora impegnato Giorno, che farai di me? Sei flusso infernali tra le mie mani lente Riesco appena ad arginare l'acqua tanto per respirare. saluti |
| postato da Serdakowski il 29/05/2011 11:02 | |
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Ciao, siamo la redazione di uniromatv, visto il tema del tuo blog volevamo segnalarti questo servizio sulla presentazione dell'ultimo libro di Richard Shusterman sull'estetica pragmatica: http://www.uniroma.tv/?id _video=18388 . A presto!
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| postato da uniromatv il 24/03/2011 15:50 | |
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Ho preso anch'io "Essere senza tempo" per la suggestione del titolo. Ne ho tratto un'impressione opposta rispetto a quella di Meccanosfera, decisamente meno supponente. E' un'opera eccezionale, e so di cosa parlo, perchè ho raccolto materiale per una vita in vista di scrivere proprio quel libro (tener presente che rispetto a Diego potrei essere un padre attempato). Non mi ero deciso a passare alla stesura perchè speravo che qualcun altro lo facesse in vece mia: quello che non mi sarei aspettato era che uno sbarbatello potesse farlo così bene (confesso però che non è la prima volta che mi accade: era già capitato con "Quando gli uomini incontrarono le montagne"). Quanto alla bibliografia, sarà anche bulimica, ma è credibilissima: nel senso che non è necessario, e nemmeno umano, aver letto tutti i libri che si citano; è sufficiente sapere che esistono, e che sono lì se ne hai bisogno. A proposito, mi azzardo a dire che alcuni titoli mancano ("Computus" di Arno Borst, ad esempio).
Naturalmente non sono d'accordo su tutto quello che Diego scrive, ci mancherebbe altro: ma la sua "narrazione", le sue argomentazioni sono oneste, fondate, tutt'altro che arbitrarie e compilative e giocanti sul nulla, con buona pace di meccanosfera e della sua disperata solitudine (forse è più adatto a letture buddiste4). Sapere che ci sono ragazzi così ridà ossigeno ad un anziano insegnante in preda ogni tanto alla sindrome dell'inutilità del suo lavoro. E lo porta anche a permettersi una domanda a Diego: perchè manca, in questo affresco fantastico, qualsiasi accenno a Leopardi e al marxista-leopardiano Timpanaro? Non sarai mica convinto anche tu che si tratta di pensatori nichilisti? |
| postato da paudrake il 10/03/2011 13:54 | |
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ps (ripropongo il post perchè è stato per errore tagliato dopo l'invio)
Letto tutto. Non so dire se è più sconcertante la bulimica bibliografia o la frase sul finale: "la filosofia può, forse, limitarsi a far valere un'istanza testimoniale". Notare bene il 'forse' e il 'limitarsi' nonchè questa mirabile e costruttiva istanza meramente 'testimoniale'! Il titolo e i titoli dei capitoli sono l'unica cosa buona, tranne rivelarsi poi contenitori vuoti, incipit che creano un'aspettativa sempre delusa: dove era possibile sperare nella scoperta di un nuovo evento ecco affiorare un ennesimo nulla a divorarne il fantasma. Io proporrei di cambiare il titolo da ESSERE SENZA TEMPO in TEMPO SENZA ESSERE, nel senso di tutto il tempo speso per nulla, per sentirsi più desertificati di prima, per amplificare proprio ciò che si voleva scongiurare. Appunto per questo non dirò più nulla, perchè non ci sono appigli in un deserto, non c'è mai una vera logica in un collage di estrapolazioni arbitrarie, in uno pseudopensiero compilativo e monocromatico, in una strana pluralità di stili che tradisce un lavorio collettivo mascherato. Ora sono però più vigile di prima, perchè so con maggiore esattezza cosa devo evitare per l'anno nuovo. Auguroni. |
| postato da meccanosfera il 06/01/2011 14:43 | |
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Letto tutto.
Non so dire se è più sconcertante la bulimica bibliografia o la frase sul finale: >. Notare bene il 'forse' e il 'limitarsi' nonchè questa mirabile e costruttiva istanza meramente 'testimoniale'! Il titolo e i titoli dei capitoli sono l'unica cosa buona, tranne rivelarsi poi contenitori vuoti, incipit che creano un'aspettativa sempre delusa: dove era possibile sperare nella scoperta di un nuovo evento ecco affiorare un ennesimo nulla a divorarne il fantasma. Io proporrei di cambiare il titolo da ESSERE SENZA TEMPO in TEMPO SENZA ESSERE, nel senso di tutto il tempo speso per nulla, per sentirsi più desertificati di prima, per amplificare proprio ciò che si voleva scongiurare. Appunto per questo non dirò più nulla, perchè non ci sono appigli in un deserto, non c'è mai una vera logica in un collage di estrapolazioni arbitrarie, in uno pseudopensiero compilativo e monocromatico, in una strana pluralità di stili che tradisce un lavorio collettivo mascherato. Ora sono però più vigile di prima, perchè so con maggiore esattezza cosa devo evitare per l'anno nuovo. Auguroni. |
| postato da meccanosfera il 06/01/2011 14:41 | |
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ho trovato molto intressante l'intervista di diego fusaro. In questi giorni credo che acquisterò e leggerò il suo libro.Mi ha molto colpito la sua affermazione per la quale l'endiadi essere e tempo è stata sostituita da essere senza tempo. H o sempre pensato che la fretta ma anche la frenesia da cui siamo agiti, sia una sorta di maledizione del nostro tempo. Personalmene cerco sempre di promettermi di abbandonare questo modo di vivere ma non ci riesco. E' come se fossimo teleguidati. Se provo a capire e a cercare di spiegare le ragioni del vivere quotidiano mi risulta difficile. Siamo un pò tutti in preda ad una sorta di bulimia esistenziale, non ci basta e non ci soddisfa appieno nessuna esperienza. Il nostro secolo ha visto oltre all'eclisse della ragione anche l'eclisse del soggetto inteso come protagonista, come individuo consapevole delle proprie azioni. Noi non agiamo bensì siamo agiti. Ciò detto è necessario trovare la cura a quella che appare sempre più una grave patologia. La filosofia è certamente una terapia, ma perchè ciò si concretizzi è necessario che la filosofia esca dal tempio e vada a contaminarsi e a contaminare nell'agorà.
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| postato da olimpia.ammendola@virgilio.it il 28/12/2010 17:52 | |
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ho trovato molto intressante l'intervista di diego fusaro. In questi giorni credo che acquisterò e leggerò il suo libro.Mi ha molto colpito la sua affermazione per la quale l'endiadi essere e tempo è stata sostituita da essere senza tempo. H o sempre pensato che la fretta ma anche la frenesia da cui siamo agiti, sia una sorta di maledizione del nostro tempo. Personalmene cerco sempre di promettermi di abbandonare questo modo di vivere ma non ci riesco. E' come se fossimo teleguidati. Se provo a capire e a cercare di spiegare le ragioni del vivere quotidiano mi risulta difficile. Siamo un pò tutti in preda ad una sorta di bulimia esistenziale, non ci basta e non ci soddisfa appieno nessuna esperienza. Il nostro secolo ha visto oltre all'eclisse della ragione anche l'eclisse del soggetto inteso come protagonista, come individuo consapevole delle proprie azioni. Noi non agiamo bensì siamo agiti. Ciò detto è necessario trovare la cura a quella che appare sempre più una grave patologia. La filosofia è certamente una terapia, ma perchè ciò si concretizzi è necessario che la filosofia esca dal tempio e vada a contaminarsi e a contaminare nell'agorà.
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| postato da olimpia.ammendola@virgilio.it il 28/12/2010 17:52 | |
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Il tempo è la coneguenza del ragionamento causale cui la mente umana non può sottrarsi. L'agente causale è sempre prima e la conseguenza è sempre dopo.
Questo impedisce di concepire alla mente umana sia il concetto di infinito che di non-tempo. Ciò a livello psicologico. A livello storico, invece, la percezione del tempo è manipolata, in quanto la società presente è pensata (o meglio, fatta pensare dai poteri forti attraverso l'ideologia dominante)come finita, compiuta e non più in divenire. Se non c'è divenire, non c'è tempo. Il presente è infatti un non tempo, perchè non c'è un prima e un dopo. Attraverso la negazione del tempo, viene quindi negata la storia che è, appunto, divenire. La fretta è invece un prodotto dell'economia capitalistica. Il prodotto dell'organizzazione scentifica del lavoro, in cui il tempo deve essere necessariamente produttivo, o altrimenti è "perso", in quanto l'unica modalità dell'esistere è quella produttiva. Ma il tempo dell'organizzazione del lavoro capitalistica è ridotto in unità tutte identiche a se stesso, e quindi non più in videnire, ma semplicemente strumento di misura della produzione. Non ho letto il tuo libro, ma spero di aver contribuito alla discussione. |
| postato da Frank il 13/12/2010 15:46 | |
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Sono contento che è tornato a postare signor Fusaro.
I suoi Post,mi appassionano sempre. Saluti. |
| postato da Luigi 6 il 23/10/2010 23:14 | |


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