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Domani, alle ore 10, nella sede centrale della Facoltà di Lettere e Filosofia, in via Po 17, aula magna, Gianni Vattimo terrà la sua lezione di addio all'accademia. Dopo 44 anni di insegnamento. Gianni è stato (ed è) un maestro. Uno dei pochissimi pensatori italiani contemporanei il cui nome resterà, senza essere inghiottito dai flutti della storia. Il "pensiero debole", discutibile finché si vuole, resta una originale teoria filosofica, che rideclina il problema della modernità e la modernità come problema, a partire da Nietzsche e da Heidegger. Un pensiero originale, in cui io, personalmente (forse sbagliandomi, non lo escludo), ho sempre sentito risuonare l'eco e la lezione di Karl Loewith, uno dei maestri di Vattimo. La modernità come epoca dell'indebolimento, dell'affievolirsi degli assoluti, erosi dallo stesso scorrere della storia. Una posizione di tutto rispetto e, come usano dire i Tedeschi, "epochemachend". Ho imparato molto da Vattimo, ed è sempre stato un maestro generoso. Anche umanamente: cosa tanto più rara, in un ambiente corrotto come quello accademico. Ha saputo mettere in pratica, inverandola, una frase che ritorna spesso nei suoi libri: "amica veritas, sed magis amicus plato". Una frase un po' epicurea, se vogliamo. Comunque in perfetta sintonia con la personalità di Gianni. Disponibilissimo con tutti, sempre pronto a discutere appassionatamente di ogni tema. I suoi esami erano sempre un evento magnifico: non ti interrogava, dialogava. E lo faceva perchè era il suo stesso paradigma interpretativo a richiederlo.La verità, se mai esiste, si raggiunge dialogando, nasce dal dialogo e dall'incontro di posizioni diverse. La carica emancipativa del suo pensiero affiorava anche nella quotidianità degli esami. Un grande maestro, che ha ancora tanto da insegnarci: anche fuori dalle mura accademiche. Riporto qui di seguito una intervista a Vattimo apparsa su Repubblica dell'11 ottobre: VATTIMO ULTIMA LEZIONE La Repubblica - 11 ottobre 2008 pagina 16 sezione: TORINO
E' una serenità nuova, quasi l' ammissione di un privilegio (vivere per pensare e per studiare) nelle parole di Gianni Vattimo alla vigilia dell' ultima lezione, l' ultimo faccia a faccia con gli studenti in un' aula di Palazzo Nuovo, fissata per martedì prossimo alle 10. Non che l' intellettuale capace di polemiche aspre o il filosofo presuntuoso - come lui stesso si definisce - si sia ritirato per sempre, questo no. Ma il momento appare più propizio ai bilanci, alle riflessioni, perfino alle nostalgie. «Anche se per ora - racconta l' inventore del "pensiero debole" - ho una tale quantità di impegni all' estero da farmi illudere che non sentirò troppo la mancanza di tutto questo~». «Tutto questo», cioè 44 anni di insegnamento, dal primo lavoro come assistente incaricato e dai primi passi all' ombra di Luigi Pareyson, ora è raccolto in un piccolo ufficio condiviso, la stanza 12 del secondo piano, dove l' unico tocco personale è una lunga foto dell' Himalaya e il resto sono libri «che forse neppure quelli delle bancarelle vorrebbero più». Professor Vattimo, che cos' è un «maestro» nell' università italiana di oggi? «Tante cose. Nel mio caso, qualcuno che si ostina a pensare alla filosofia come a uno studio anche generale, "tuttologico" e politico, dunque una grande occasione per la mente, che può essere utilissima anche a chi, supponiamo, da grande farà l' agente di turismo. E c' è la "psicanalisi dei poveri" che ogni professore esercita nel suo studiolo con lo studente venuto a chiedere la tesi, ma in realtà pieno di dubbi sul futuro. Quella, sicuramente, mi mancherà...». Lei ha avuto come allievi molti giovani brillanti, e qualcuno è diventato famoso.. «Sì, vado piuttosto fiero di uno come Alessandro Baricco, poi diventato scrittore importante. Fece una bella tesi su Benjamin, ma io lo incoraggiai a lasciare comunque i corridoi semibui dell' università, dove era tentato di accasarsi, e credo di avere fatto bene. Giuseppe Culicchia oggi è un narratore notevole. E Gianni Carchia, morto prematuramente ma grande filosofo. Tutti maschi? Già, perché sono un po' misogino e tra le filosofe salvo solo Franca D' Agostini. Poi ci sono quelli che mi hanno tradito..». Che cosa significa «tradire il maestro»? «Mettersi a contestare duramente le sue tesi. Anch' io lo feci con Pareyson, ma c' è da dire da un lato che ognuno tende a giustificare se stesso quando uccide il padre, e dall' altro che continuai a portargli grande obbedienza accademica. Non posso dire lo stesso per uno dei miei allievi più affezionati, che dopo aver lavorato a lungo con me è diventato un anti-vattimiano selvaggio, un realista empirista che si occupa di ontologia sperimentale. Come ho detto pubblicamente, dopo la sua ontologia del telefonino mi aspetto che si arrivi a quella dello sciacquone (l' allusione è al filosofo Maurizio Ferraris, ndr)». Qual è il suo consiglio a un ragazzo di oggi che venga a dirle «da grande voglio fare il filosofo»? «Sono bravissimo a sconsigliare, gli amici mi mandano i figli apposta...Tuttavia, dieci anni fa ero più pessimista: allora mi pareva che se facevi l' ingegnere o il medico un lavoro l' avresti avuto di sicuro, adesso sicurezze non ne hai comunque. Tanto vale seguire le proprie inclinazioni, fare qualcosa che ti piace. Concretamente, questi giovani filosofi potranno diventare professori al liceo, grazie all' ondata di pensionamenti: guadagneranno poco e avranno meno prestigio di un tempo, ma non sarà poi così male». Lei, invece, quanto guadagna? «4.100 euro al mese, grazie all' anzianità. E per la stessa ragione spero in una pensione lauta. Ma l' aspetto più bello sono gli inviti, le conferenze, un modo un po' ottocentesco di vivere... A volte si teme di essere un po' ridicoli, come ne Il professore va a congresso di David Lodge, poi però quando arrivi con la tua valigetta negli angoli più sperduti del mondo la gente è contenta e tu anche». I suoi genitori la incoraggiarono a studiare filosofia? «Papà era agente di polizia, la mamma pantalonista, mia sorella ragioniera... Ai loro occhi, ero il genio di famiglia e non era il caso di contrastarmi. Credo che alla fine non se ne siano pentiti». Lei invece si è pentito di qualcosa? «No, sono troppo presuntuoso. Le polemiche con Viano sul pensiero debole, ad esempio, sono state divertentissime e le rifarei subito. Invece di pentirmi, preferisco ricordare i momenti belli: sicuramente gli anni del movimento, quando ero preside ma al tempo stesso mi sentivo partecipe della protesta, anche se quei simpatici banditi degli studenti mi mettevano spesso in grande imbarazzo. Ne ricordo soprattutto due: Bruno Boveri e Ermanno Gallo». Un giudizio sui giovani e la politica oggi? «Che se appaiono meno impegnati la colpa non è loro, ma dei partiti. Si può forse essere fortemente del Pd, o appassionatamente di Rifondazione comunista?». E uno sulla città? «Devo ammetterlo, mi piace di più oggi, anche se mi chiedo fino a quando reggeremo il ritmo. Chiamparino è un pessimo politico, troppo moderato per me, ma un sindaco piuttosto bravo».
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