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    <title>Il blog di Diego Fusaro</title>
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    <description>Il proprio tempo appreso in pensieri...</description>
    <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
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      <title>Diego Fusaro</title>
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      <title>GIANNI VATTIMO, "BEN SCAVATO VECCHIO KARL!"</title>
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      <description>GIANNI VATTIMO, &amp;quot;BEN SCAVATO VECCHIO KARL!&amp;quot;&amp;nbsp;[recensione del libro&amp;nbsp;Bentornato Marx!&amp;nbsp;apparsa su &amp;quot;Tuttolibri&amp;quot; di La Stampa di sabato 23 gennaio 2010]&amp;nbsp;Ricordate la battuta di qualche anno, o decennio, fa: &amp;laquo;Dio ...</description>
      <content:encoded>&lt;p&gt;&lt;span style="font-family: tahoma; font-size: medium; -webkit-border-horizontal-spacing: 2px; -webkit-border-vertical-spacing: 2px"&gt;&lt;strong&gt;GIANNI VATTIMO, &amp;quot;BEN SCAVATO VECCHIO KARL!&amp;quot;&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;[recensione del libro&amp;nbsp;&lt;em&gt;Bentornato Marx!&lt;/em&gt;&amp;nbsp;apparsa su &amp;quot;Tuttolibri&amp;quot; di La Stampa di sabato 23 gennaio 2010]&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricordate la battuta di qualche anno, o decennio, fa: &amp;laquo;Dio &amp;egrave; morto, Marx &amp;egrave; morto, e anch'io non mi sento troppo bene&amp;raquo;? Ebbene forse possiamo cancellarla definitivamente. Dio se la cava ancora egregiamente, nonostante i dubbi alimentati dalle condotte scandalose dei suoi ufficiali rappresentanti in terra; e Marx &amp;egrave; ormai largamente risuscitato per merito del palese fallimento del suo nemico storico, il capitalismo occidentale, salvato solo dalle misure &amp;laquo;socialiste&amp;raquo; dei governi liberali dell'Occidente. Ad annunciare con freschezza (e audacia) giovanile il ritorno di Marx &amp;egrave; uno studioso torinese emigrato temporaneamente al San Raffaele di Milano, dottorando sotto la saggia guida di Giovanni Reale, un accademico non uso a coltivare giovani ingegni sovversivi. Bentornato Marx !, con il punto esclamativo, &amp;egrave; il titolo dell'affascinante libro di Diego Fusaro uscito presso Bompiani (pp. 374, e 11,50). Il libro ha il difetto di portare una dedica al sottoscritto, che ha avuto la ventura di essere tra i professori torinesi presso i quali ha studiato l'autore. Ma ne posso parlare senza pudore perch&amp;eacute;, a parte l'affettuosa dedica, di mio nel libro non c'&amp;egrave; niente, credo nemmeno una citazione; il che pu&amp;ograve; ben valere come garanzia: sia della seriet&amp;agrave; del lavoro, sia dell'assenza di qualunque conflitto di interesse in questa recensione. Anzitutto, ci voleva la passione e il coraggio di uno studioso giovane per affrontare l'impresa di una ripresentazione complessiva del pensiero di Marx; non tanto perch&amp;eacute; ancora agli occhi di molti Marx sembra essere un argomento tab&amp;ugrave;. Ma soprattutto perch&amp;eacute; bisognava fare i conti con una bibliografia sterminata di studi critici, di interpretazioni anche politicamente contrastanti, senza metterli semplicemente da parte come se fosse possibile tornare al &amp;laquo;vero Marx&amp;raquo; saltando la storia della fortuna e sfortuna dei suoi testi; e senza, d'altra parte, farsi travolgere dalle discussioni tra gli interpreti, producendo un ennesimo studio in cui Marx risulta oscurato da uno dei tanti ritratti che pretendono di rappresentarlo. Fusaro &amp;egrave; riuscito egregiamente a evitare i due rischi, e ha raccontato con chiarezza e vivacit&amp;agrave; vita e dottrina di Marx prendendo anche francamente posizione su tante questioni interpretative presenti nella vasta letteratura che cita e discute nelle note. Uno dei temi ricorrenti nel libro &amp;egrave; quello del rapporto tra Marx e il marxismo. Ma, dice Fusaro, l'opera di Marx &amp;egrave; stata sempre un cantiere aperto - anche il Capitale &amp;egrave; un libro incompiuto; e pretendere di cercare una verit&amp;agrave; originaria di Marx &amp;egrave; sempre stata solo la tentazione dei dogmatismi che hanno creduto di richiamarvisi anche in connessione con politiche di dominio. Dogmatismo &amp;egrave; anche parlare di un socialismo &amp;laquo;scientifico&amp;raquo;, ovviamente. Un vasto settore del marxismo novecentesco &amp;egrave; stato dominato (si pensa ad Althusser) dall'idea che Marx sia stato anzitutto uno scienziato della societ&amp;agrave;: proprio Althusser insisteva sulla &amp;laquo;rottura epistemologica&amp;raquo; che separerebbe il Marx giovane (i famosi Manoscritti economico-filosofici del 1844) dal Marx del Capitale, analista obiettivo della societ&amp;agrave; dello sfruttamento e dell'alienazione. Fusaro, del resto con l'appoggio di molti studi recenti, mostra che neanche l'analisi obiettiva delle strutture del capitalismo condotta nel Capitale sarebbe possibile senza l'operare, nello spirito di Marx, di un costante proposito normativo. Il termine &amp;laquo;critica&amp;raquo; che ricorre cos&amp;igrave; spesso nei titoli dei suoi scritti - dalla Critica della filosofia del diritto di Hegel fino allo stesso Capitale che &amp;egrave; sottotitolato &amp;laquo;Critica dell'economia politica&amp;raquo;, ha sempre avuto per lui il duplice significato: analisi di un oggetto per determinarne il significato e valore, e smascheramento e denuncia di errori e mistificazioni. Per questo Marx merita la qualifica di pensatore &amp;laquo;futurocentrico&amp;raquo;; per il quale la filosofia non deve limitarsi a descrivere (o addirittura, a contemplare) il mondo, ma deve trasformarlo (come dice la famosa undicesima delle Tesi su Feuerbach). A quella che Gramsci definir&amp;agrave; la &amp;laquo;filosofia della prassi&amp;raquo; Marx giunge partendo da posizioni che condivide con i &amp;laquo;giovani hegeliani&amp;raquo;, discepoli di Hegel che radicalizzavano in senso rivoluzionario le tesi del maestro, ma sempre mantenendosi nell'ambito di una critica teorica degli errori: cos&amp;igrave;, la religione veniva smascherata come proiezione del desiderio di perfezione dell'uomo, ma tutto si limitava a sostituirvi un atteggiamento mentale filosofico. Via via che, anche come giornalista della Gazzetta Renana, Marx acquista conoscenza concreta delle condizioni di sfruttamento in cui vivono i salariati della sua epoca, le posizioni di critica filosofica dei giovani hegeliani gli appaiono sempre pi&amp;ugrave; insufficienti: se l'uomo proietta in Dio una immagine di perfezione e felicit&amp;agrave; che non pu&amp;ograve; avere, non basta spiegargli questo meccanismo alienante; bisogna modificare le condizioni di miseria e di infelicit&amp;agrave; in cui di fatto vive. Questo in fondo &amp;egrave; il significato fondamentale del materialismo storico, che come lo spettro del comunismo ha tanto spaventato le borghesie di tutto il mondo. Il Manifesto del Partito comunista, scritto nel 1848, &amp;egrave; un lavoro &amp;laquo;su commissione&amp;raquo;, Marx e Engels lo scrivono per mandato dalla Lega dei comunisti che si riunisce a congresso nel 1847, mentre nel 1864 parteciperanno alla fondazione della Associazione internazionale dei lavoratori, poi passata alla storia come la Prima Internazionale. Anche se da &amp;laquo;giovane hegeliano&amp;raquo; ha aspirato alla carriera accademica, Marx &amp;egrave; ormai un attivista politico, anche la grande impresa scientifica del Capitale nasce in questo clima. Ma: critica e azione politica in nome di che? Marx, nonostante le apparenze e le opinioni di tanti suoi interpreti, &amp;egrave; un &amp;laquo;filosofo della storia&amp;raquo;, eredita da Hegel, rovesciandone il senso puramente idealistico, una prospettiva finalistica (una traccia secolarizzata di religiosit&amp;agrave;): non che ci &amp;laquo;sia&amp;raquo; un senso dato della storia, ma certo l'uomo lo pu&amp;ograve; creare se si progetta in un tale orizzonte. La descrizione scientifica del capitalismo ha solo senso in questa prospettiva emancipativa. Che nonostante il &amp;laquo;sonno della ragione&amp;raquo; mediatico-televisivo in cui siamo caduti, ha ancora, e di nuovo, la capacit&amp;agrave; di svegliare anche noi: davvero, bentornato Marx!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family: tahoma; font-size: medium; -webkit-border-horizontal-spacing: 2px; -webkit-border-vertical-spacing: 2px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: right"&gt;&lt;span style="font-style: italic" class="Apple-style-span"&gt;Gianni Vattimo&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Mon, 25 Jan 2010 10:12:58 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
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      <title>11 Tesi su Marx</title>
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      <description>&amp;nbsp;Il Marx che troverete nel mio libro &amp;quot;Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario&amp;quot; (Bompiani, 2009,&amp;nbsp;http://www.filosofico.net/bentornatomarx.htm&amp;nbsp;) &amp;egrave; integralmente incompatibile con tutte le tradizionali maniere ...</description>
      <content:encoded>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="font-family: 'lucida grande', tahoma, verdana, arial, sans-serif; font-size: 11px; color: #333333; line-height: 14px" class="Apple-style-span"&gt;Il Marx che troverete nel mio libro &amp;quot;Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario&amp;quot; (Bompiani, 2009,&amp;nbsp;&lt;a style="cursor: pointer; color: #3b5998; text-decoration: none" rel="nofollow" href="http://www.filosofico.net/bentornatomarx.htm" target="_blank" onmousedown="UntrustedLink.bootstrap($(this), "&gt;http://www.filosofico.net/&lt;/a&gt;&lt;a style="cursor: pointer; color: #3b5998; text-decoration: none" rel="nofollow" href="http://www.filosofico.net/bentornatomarx.htm" target="_blank" onmousedown="UntrustedLink.bootstrap($(this), "&gt;bentornatomarx.htm&lt;/a&gt;&amp;nbsp;) &amp;egrave; integralmente incompatibile con tutte le tradizionali maniere di intendere Marx. Il mio Marx &amp;egrave; filosofo, libertario, allievo di Fichte e di Hegel, non marxista ma idealista, pensatore non del collettivo ma delle singole individualit&amp;agrave; liberate dall'alienazione, e cos&amp;igrave; via. Tutti i paradigmi inerzialmente accettati volano gambe all'aria. Quello che io propongo &amp;egrave;, in definitiva, un &amp;quot;riorientamento gestaltico&amp;quot; di Marx: in ci&amp;ograve; che finora abbiamo visto un papero, proviamo a vedere un coniglio! Nel 1845 Marx scrive le famose 11 Tesi su Feuerbach. Mi permetto qui di enunciare le mie undici tesi su Marx, che troverete sviluppate (e argomentate) nel libro. Proprio perch&amp;eacute; sono &amp;quot;tesi&amp;quot; rapide e non argomentate, chiedo al lettore di avere la pazienza di leggere il libro prima di &amp;quot;puntare il dito&amp;quot; e accusarmi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family: 'lucida grande', tahoma, verdana, arial, sans-serif; font-size: 11px; color: #333333; line-height: 14px"&gt;&lt;br /&gt;1) Marx non fu affatto il fondatore del Marxismo, che fu invece fondato da Engels e da Kautsky nella forma di una dogmatizzazione catechistica del pensiero di Marx, pensatore della critica e, per ci&amp;ograve; stesso, incompatibile con ogni dogmatizzazione. La Kritik marxiana venne trasformata (e dunque trasfigurata) da Engels e Kautsky in una Weltanschauung granitica. Il marxismo fu dunque, in verit&amp;agrave;, un &amp;quot;engelsismo&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) Marx prese le distanze dal marxismo, ossia dalla sistematizzazione dogmatica del suo pensiero cominciata quando egli era ancora in vita: &amp;quot;tutto quel che so &amp;egrave; che io non sono marxista&amp;quot;, disse una volta. e critic&amp;ograve; punto per punto il nuovo movimento marxista (&amp;quot;Critica del programma di Gotha&amp;quot;, che si chiude con l'espressione sintomatica: &amp;quot;dixi et salvavi animam meam&amp;quot;).&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3) Marx non fu affatto un economista, ma un filosofo, allievo di Fichte e di Hegel: il movimento con cui Marx vuole uscire dalla filosofia per approdare alla scienza (a partire dall'Ideologia tedesca, del 1845-1846) rivela una profonda simmetria con il movimento teorico di Fichte e di Hegel, anch'essi teorici del superamento della filosofia nella scienza, intesa - quest'ultima - come scienza della totalit&amp;agrave;. &amp;quot;Ein Triumph der deutschen Wissenschaft&amp;quot; (&amp;quot;un trionfo della scienza tedesca&amp;quot;): cos&amp;igrave; Marx qualificher&amp;agrave; il proprio pensiero nel 1866. Il riferimento geografico alla Germania (&amp;quot;tedesca&amp;quot;) &amp;egrave; tutto fuorch&amp;eacute; casuale: la scienza tedesca era quella di Hegel e di Fichte, la scienza della Totalit&amp;agrave;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4) Marx fu un teorico delle individualit&amp;agrave; libere, non della collettivit&amp;agrave; livellata. La costante preoccupazione di Marx &amp;egrave; l'individuo e la sua liberazione dai meccanismi repressivi, schiavistici e alienanti della societ&amp;agrave; capitalistica. Marx mira a realizzare le promesse inevase del liberalismo, prima tra tutte la realizzazione effettiva della libert&amp;agrave; del singolo. La quale &amp;egrave; possibile solo nella forma di un &amp;quot;libero sviluppo delle individualit&amp;agrave;&amp;quot; solidali tra loro e titolari di eguale libert&amp;agrave;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5) Marx fu pensatore della critica e non elabor&amp;ograve; mai un sistema: il suo &amp;egrave; un campo di teorie in fieri, in continua rielaborazione a seconda del momento storico. I titoli delle sue opere lo rivelano in modo inconfutabile: da &amp;quot;Per la critica della filosofia hegeliana del diritto&amp;quot; al &amp;quot;Capitale. Critica dell'economia politica&amp;quot;, passando per &amp;quot;La sacra famiglia. Critica della critica critica&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6) Marx fu un filosofo della storia, che lesse il corso degli eventi come una lunga sequenza necessaria e destinata a sfociare nel comunismo come &amp;quot;regno della libert&amp;agrave;&amp;quot; (e non dell'uguaglianza). Lo schema hegeliano dell'universalizzazione della libert&amp;agrave; (dalla libert&amp;agrave; di uno alla libert&amp;agrave; di tutti) viene &amp;quot;futurizzato&amp;quot; da Marx, che apre la dialettica hegeliana al &amp;quot;non-ancora&amp;quot;: la libert&amp;agrave; di tutti, da Hegel ottimisticamente intesa come gi&amp;agrave; attuata nel presente, &amp;egrave; da Marx rinviata al domani comunista. La filosofia della storia di Marx resta la pi&amp;ugrave; seducente promessa di felicit&amp;agrave; di cui la modernit&amp;agrave; sia stata capace.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7) Chi oggi dice che &amp;quot;Marx &amp;egrave; morto&amp;quot; lo fa per metterlo a morte, perch&amp;eacute; sa quanto &amp;egrave; ancora vivo e scomodo. &amp;quot;Marx &amp;egrave; morto&amp;quot; - questa insopportabile litania - non &amp;egrave; allora la presa d'atto di un decesso, ma l'esorcismo volto a mettere a morte un vivo, la cui capacit&amp;agrave; critica resta, ad oggi, fortissima. Nessuno si sogna di ricordarci ossessivamente che Platone, Hegel o Kant sono morti...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8) Non si pu&amp;ograve; tornare a Marx, ma solo ripartire da lui: dalle sue teorie, dalle sue illuminazioni. Da Marx si dipartono molti sentieri che, a seconda di quello imboccato, permettono di addentrarsi nella selva o di perdersi in essa. Proprio perch&amp;eacute; Marx non ha coerentizzato alcun sistema (Engels) o alcuna religione di stato atea e monopolistica (Stalin), occorre ripartire dal suo &amp;quot;cantiere aperto&amp;quot; per sviluppare nuove teorie critiche in grado di denunciare le contraddizioni di cui &amp;egrave; intessuto il nostro oggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9) Marx &amp;egrave; il pi&amp;ugrave; grande critico della societ&amp;agrave; capitalistica (che &amp;egrave; ancora la nostra societ&amp;agrave;): chi pretende di spiegare l'attualit&amp;agrave; usando le sole lenti interpretative marxiane, &amp;egrave; certo votato alla miopia; ma chi rinuncia del tutto a indossare le lenti interpretative di Marx, &amp;egrave; destinato alla totale cecit&amp;agrave;. La critica dell'oggi non pu&amp;ograve; non ereditare il codice originario marxiano. Alienazione, feticismo delle merci, produzione fine a se stessa, svalorizzazione del mondo umano: sono tutte categorie che restano valide ancora oggi e che permettono di sottoporre a critica il paesaggio capitalistico odierno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10) Marx ha svelato che la schiavit&amp;ugrave; nel mondo moderno &amp;egrave; una schiavit&amp;ugrave; economica, non politica: gli operai, chi lavora nei call-centers, ecc, sono &amp;quot;schiavi del salario&amp;quot;, soggetti all'estorsione di &amp;quot;pluslavoro&amp;quot;. La nostra non &amp;egrave; l'epoca della libert&amp;agrave; - come ripete pomposamente la tradizione liberale, da Smith a Popper - ma &amp;egrave; semmai una nuova fase della lunga &amp;quot;preistoria&amp;quot; dell'umanit&amp;agrave;, all'insegna della schiavit&amp;ugrave;: se ci si spinge sotto l'epidermide della realt&amp;agrave;, si scopre che la libert&amp;agrave; formale convive con l'asservimento materiale-economico di chi &amp;egrave; costretto, proprio perch&amp;eacute; formalmente libero, a vendersi quotidianamente per potersi mantenere in vita come schiavo del capitale (dagli operai ai lavoratori dei call-centers, ecc.).&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;11) Marx non &amp;egrave; responsabile delle tragedie compiute in nome di Marx, esattamente come Cristo per quelle compiute in nome di Cristo. Marx sta al comunismo novecentesco come Cristo sta alle crociate. O anche: Marx sta al marxismo come Cristo sta al cristianesimo; Engels sta al marxismo come Paolo di Tarso sta al cristianesimo.&lt;/span&gt;    &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 14 Jan 2010 09:23:05 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
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      <title>Cominciamento e (è?) ripetitività.</title>
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      <description>&amp;nbsp; E anche quest'anno &amp;egrave; volato via, pi&amp;ugrave; rapidamente di quanto non si potesse immaginare - come sempre - quand'era cominciato. Un anno ricco di eventi, la maggior parte dei quali positivi. Una buona annata, dunque. Assolutamente da ripetere. ...</description>
      <content:encoded>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font face="times new roman,times"&gt;&amp;nbsp; &lt;/font&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size: 14pt; line-height: 150%"&gt;&lt;font face="times new roman,times"&gt;E anche quest'anno &amp;egrave; volato via, pi&amp;ugrave; rapidamente di quanto non si potesse immaginare - come sempre - quand'era cominciato. Un anno ricco di eventi, la maggior parte dei quali positivi. Una buona annata, dunque. Assolutamente da ripetere. Con momenti magnifici che sarebbe bello potessero ripetersi per l'eternit&amp;agrave;, ma che invece sono stati inghiottiti dal vortice del tempo e sopravvivono solo sotto forma di &amp;quot;distensione&amp;quot; retrospettiva dell'anima, come avrebbe detto Agostino. Proprio negli ultimi scorci del 2008, poco prima che il vecchio anno si involasse per sempre, mi &amp;egrave; venuto spontaneo svolgere alcune considerazioni sulla festa del capodanno e sulla particolare &amp;quot;temporalit&amp;agrave;&amp;quot; su cui si regge. Meditando sulla tradizionale &lt;em&gt;Zeitfrage&lt;/em&gt;, che ha assorbito le energie teoretiche di larga parte dei filosofi moderni e contemporanei (Hegel, Husserl e Heidegger, per &amp;quot;stringere&amp;quot; il campo su tre soli nomi), riflettevo sul fatto che, a ben vedere, con il capodanno ci troviamo dinanzi a una forma contraddittoria e quasi paradossale di temporalit&amp;agrave;, in cui la concezione lineare del tempo si interseca con quella ciclica premoderna, andando a formare una sorta di cortocircuito temporale. In che cosa consiste tale contraddizione temporale? Prover&amp;ograve; a esporla in modo semplicissimo, senza nascondere che &amp;egrave; sempre difficilissimo parlare del &amp;quot;tempo&amp;quot; - so che cos'&amp;egrave;, ma quando poi devo spiegarlo non sono in grado, come gi&amp;agrave; rilevava Agostino. Da un certo punto di vista, il capodanno sembra inserirsi in una concezione ciclica del tempo, essendo una ricorrenza che si presenta iterativamente ogni anno, con puntualit&amp;agrave; &amp;quot;svizzera&amp;quot;: capiti quel che capiti, ogni anno, il 31 dicembre ci troviamo - volenti o nolenti - a salutare l'arrivo del nuovo anno e a congedare quello che se ne sta andando, con nostalgia o - molto pi&amp;ugrave; spesso - con entusiasmo. Lo stesso termine &amp;quot;anno&amp;quot; - vale la pena ricordarlo - deriva dal termine latino &amp;quot;anulus&amp;quot;, vale a dire &amp;quot;anello&amp;quot;, e segnala dunque un movimento ciclico, il cui punto di inizio coincide con quello di fine (proprio come avviene, appunto, con il 31 dicembre, e pi&amp;ugrave; precisamente con la mezzanotte del 31 dicembre, in cui la fine &amp;egrave;, insieme, l'inizio). &lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Sotto questo profilo, ci troviamo dunque in un &amp;quot;regime di temporalit&amp;agrave;&amp;quot; di tipo ciclico e ricorsivo, o anche &amp;quot;naturalizzato&amp;quot;, in quanto il tempo con cui abbiamo qui a che fare - bench&amp;eacute; il 31 dicembre sia a tutti gli effetti una data convenzionale - &amp;egrave; un tempo analogo a quello naturale, che torna ciclicamente su se stesso secondo i ritmi delle stagioni. Eppure il capodanno, se analizzato da una diversa angolatura, sembra una festa strettamente connessa con una concezione lineare del tempo, con quella che i tedeschi chiamano &lt;em&gt;lineare Zeitauffassung&lt;/em&gt;. In che senso? Nel senso che, molto banalmente, il festeggiamento del capodanno non &amp;egrave; mai il semplice &amp;quot;saluto&amp;quot; di un anno che se ne va e di un nuovo anno che sta per prenderne il posto: al contrario, il festeggiamento del capodanno presenta un nesso simbiotico con l'idea (o forse con la speranza) secondo cui l'anno che sta arrivando sar&amp;agrave; migliore rispetto a quello che stiamo per lasciarci alle spalle. Il capodanno - questo &amp;egrave; il punto decisivo - ha a che fare con l'idea di un futuro diverso e, possibilmente, migliore: pertanto, esso sembra reggersi su una concezione del tempo &amp;quot;linearizzata&amp;quot;, non ciclica, &amp;quot;denaturalizzata&amp;quot;, progressiva, irreversibile, e dunque tipicamente moderna in quanto &amp;quot;futurizzante&amp;quot;. Tutti quanti, chi pi&amp;ugrave; e chi meno, siamo convinti che l'anno che arriver&amp;agrave; sar&amp;agrave; diverso da quello che se ne sta andando: mentre il corso naturale del tempo non varier&amp;agrave;, e il 31 dicembre dell'anno prossimo arriver&amp;agrave; di nuovo con la solita precisione (proprio come arriveranno la primavera, l'estate, ecc.), sul piano strettamente &amp;quot;storico&amp;quot; siamo tutti indotti a pensare che l'anno nuovo non coincider&amp;agrave; con quello passato, ma recher&amp;agrave; con s&amp;eacute; novit&amp;agrave; che lo renderanno, in un certo senso, unico. Dall'anno nuovo ci si aspetta sempre qualcosa di migliore, o, in termini tipicamente moderni, un &amp;quot;progresso&amp;quot; (comunque lo si concepisca). Questa &amp;egrave; la duplicit&amp;agrave; antinomica del capodanno e della sua temporalit&amp;agrave; &amp;quot;anfibia&amp;quot;, mediana tra la concezione lineare e quella ciclica, tra quella &amp;quot;naturalizzata&amp;quot; e quella &amp;quot;storicizzata&amp;quot;. Tutto questo per dire che - parafrasando Hegel - la filosofia pu&amp;ograve; anche essere la propria festa appresa in pensieri.&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;BR /&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 01 Jan 2009 21:45:14 GMT</pubDate>
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      <title>Festività in avvicinamento</title>
      <link>http://blognew.aruba.it/blog.filosofico.net/Festivit__in_avvicinamento_5296.shtml</link>
      <description>&amp;nbsp; E' passato troppo tempo dall'ultima volta che ho aggiornato questo &amp;quot;spazio virtuale&amp;quot;, disperso nel web. Non ricordo nemmeno cosa avevo scritto, l'ultima volta! E dire che la mia memoria - se non ricordo male... - &amp;egrave; sempre stata ...</description>
      <content:encoded>&amp;nbsp; &lt;p style="line-height: 150%; text-align: justify; tab-stops: 486.0pt"&gt;&lt;span style="font-size: 16pt; line-height: 150%"&gt;E' passato troppo tempo dall'ultima volta che ho aggiornato questo &amp;quot;spazio virtuale&amp;quot;, disperso nel web. Non ricordo nemmeno cosa avevo scritto, l'ultima volta! E dire che la mia memoria - se non ricordo male... - &amp;egrave; sempre stata piuttosto buona, tutt'altro che labile. Ad ogni modo, di cose ne sono successe in queste ultime settimane. La vita, tra Torino e Milano, scorre rapida, rapidissima, ma non a tal punto da rendere impercettibili le emozioni, anche le pi&amp;ugrave; intense, con le persone pi&amp;ugrave; care. Non posso raccontare tutto quel che ho &amp;quot;passato&amp;quot; in queste intense settimane, e non posso farlo per il semplice fatto che... non me lo ricordo! O, meglio, ho ricordi un po' confusi, sfuocati, come se qualcosa di ci&amp;ograve; che ho vissuto fosse gi&amp;agrave; morto... ieri sera, ad esempio, - per citare un ricordo cartesianamente &amp;quot;chiaro e distinto&amp;quot; - sono stato al cinema a vedere &amp;quot;Il bambino col pigiama a righe&amp;quot;, un film bello, intenso, commovente: lo consiglio vivamente a tutti, perch&amp;eacute; &amp;egrave; sempre bene che la nostra coscienza subisca &amp;quot;morsi&amp;quot; e &amp;quot;ferite&amp;quot;, come ricordava molto opportunamente Kafka. E con quel film di &amp;quot;ferite&amp;quot; alla coscienza se ne ricevono in abbondanza: &amp;egrave; la storia di un legame, di un'amicizia tra due bambini separati dal reticolo spinato di un campo di concentramento nella Germania nazista. Un film che sono stato contento di vedere, per l'intensit&amp;agrave; con cui rievoca la tragedia ebraica, senza conferire - come spesso accade - la fisionomia dei &amp;quot;mostri&amp;quot; ai Tedeschi, e dunque senza trasfigurare la realt&amp;agrave; storica, ma ricordandoci che quella tragedia scaturiva da uomini potenzialmente come noi. Il male &amp;egrave;, a volte, &amp;quot;banale&amp;quot; e tutt'altro che profondo nelle sue radici. Un film che, per di pi&amp;ugrave;, unisce la profondit&amp;agrave; alla sobriet&amp;agrave;. Oltre a questa vicenda cinematografica, ho recentemente seguito, a Milano, un seminario di &amp;quot;filosofia della storia&amp;quot; con Remo Bodei, sul tema della coscienza del tempo e della storia: un viaggio stupendo tra le riflessioni di Aristotele, di Polibio, di Agostino, di Hegel, di Marx e di Nietzsche, per citare solo quelli che ricordo con maggiore nitidezza. Veramente un corso interessante e ricco di spunti, che spero di mettere a frutto al pi&amp;ugrave; presto, magari impiegando al meglio le festivit&amp;agrave; natalizie, ormai vicinissime: l'ideale sarebbe - chi lo sa - trasformarle in una vera e propria &amp;quot;festa del pensiero&amp;quot;; naturalmente siete tutti invitati, l'ingresso &amp;egrave; gratuito. Ci troviamo, quando che sia, nel &amp;quot;mondo del pensiero&amp;quot;, fatto della pregiata stoffa di cui son fatti i sogni.&lt;span&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;BR /&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Sun, 21 Dec 2008 20:43:36 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
      <dc:date>2008-12-21T20:43:36Z</dc:date>
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      <title>di nuovo a Napoli</title>
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      <description>&amp;nbsp; Torno a scrivere su questo blog dopo qualche giorno (troppi giorni, in realt&amp;agrave;) di assenza. Il tempo manca sempre, ma su questo ho gi&amp;agrave; avuto modo di pronunciarmi. E cos&amp;igrave; il blog &amp;egrave; rimasto &amp;quot;in silenzio&amp;quot; per troppo ...</description>
      <content:encoded>&amp;nbsp; &lt;p style="text-indent: 36pt; line-height: 150%; text-align: justify"&gt;&lt;span style="font-size: 16pt; line-height: 150%"&gt;Torno a scrivere su questo blog dopo qualche giorno (troppi giorni, in realt&amp;agrave;) di assenza. Il tempo manca sempre, ma su questo ho gi&amp;agrave; avuto modo di pronunciarmi. E cos&amp;igrave; il blog &amp;egrave; rimasto &amp;quot;in silenzio&amp;quot; per troppo tempo, come se si fosse preso un suo periodo di vacanza. E dire che di cose degne di essere raccontate ne sono successe, e non poche (tra cui, per inciso, la vittoria di Obama). L'altra settimana, per dirne una, sono stato a Napoli: seminari di dottorato con Ernst Nolte. &amp;Egrave; sempre un piacere tornare nella citt&amp;agrave; partenopea, e anche questa volta lo &amp;egrave; stato. Interessante anche il seminario, sulla &amp;quot;rivoluzione conservatrice&amp;quot;. Anche se non mi ha convinto il tono generale, il &amp;quot;background&amp;quot; su cui Nolte ha installato le sue considerazioni. Non mi era chiaro - soprattutto - dove volessero andare a parare. Mi consola il fatto che nemmeno i miei amici e colleghi l'abbiano colto. Ad ogni modo, &amp;egrave; stato interessante sentire questo &amp;quot;pezzo di storia vivente&amp;quot; della cultura europea, gi&amp;agrave; allievo di Heidegger. Uno storico dalle spiccate doti di filosofo della storia. A parte questo, sembra arrivato il grande freddo quass&amp;ugrave;, al nord: e questo non fa altro che accrescere il mio rimpianto per Napoli. Proprio a Napoli - sto procedendo per associazioni di idee, lo ammetto - ho acquistato a Port'Alba alcuni vecchi e introvabili tomi di Karl Korsch, un &amp;quot;gigante&amp;quot; del pensiero del Novecento, oggi pressoch&amp;eacute; totalmente dimenticato. Credo che me li legger&amp;ograve; a breve, ho una gran voglia di &amp;quot;esplorare&amp;quot; le riflessioni korschiane sul marxismo, sull'hegelismo, e su molte altre cose. &lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;BR /&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Tue, 25 Nov 2008 07:50:14 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
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      <title>Internet e filosofia</title>
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      <description>Sono reduce da alcuni giorni letteralmente devastanti, tra lo studio &amp;quot;matto e disperatissimo&amp;quot;&amp;nbsp; (in realt&amp;agrave;: scrittura matta e disperatissima) e un convegno (davvero ben riuscito, direi) sul rapporto tra i nuovi mezzi tecnologico e ...</description>
      <content:encoded>&lt;span style="font-size: 12pt; line-height: 150%"&gt;&lt;font size="2"&gt;Sono reduce da alcuni giorni letteralmente devastanti, tra lo studio &amp;quot;matto e disperatissimo&amp;quot;&lt;span&gt;&amp;nbsp; (&lt;/span&gt;in realt&amp;agrave;: scrittura matta e disperatissima) e un convegno (davvero ben riuscito, direi) sul rapporto tra i nuovi mezzi tecnologico e l'insegnamento (tenutosi ieri, presso la Biblioteca di Villa Amoretti di Torino). Questo affollarsi caotico di impegni ha, naturalmente, inciso anche sull'aggiornamento del blog, che per qualche giorno &amp;egrave; rimasto silente. Cercher&amp;ograve; ora di rimediare, e lo far&amp;ograve; parlando (per sommi capi) dell'intervento che ho fatto ieri al convegno. L'idea che ha fatto da guida al mio discorso &amp;egrave; semplice, direi anzi semplicissima: il rapporto dell'uomo con la tecnica ha subito, storicamente, variazioni fondamentali. Restringendo il campo alla modernit&amp;agrave;-contemporaneit&amp;agrave;, direi che il mutamento di atteggiamento deve essere compendiato in tre tappe: a) la commovente fiducia ottocentesca; b) la diffidenza novecentesca; c) la sobria fiducia postmoderna. Partiamo dalla prima tappa storica, &amp;quot;tuffandoci&amp;quot; nel passato ottocentesco: autori come Comte, Marx, Fourier e Saint-Simon (ma potrei allungare a dismisura l'elenco) nutrivano una fiducia &amp;quot;commovente&amp;quot; e del tutto acritica nei confronti della tecnica. Per loro, gli strumenti tecnici erano, in s&amp;eacute;, neutri e potenzialmente positivi: tutto dipendeva dall'uso a cui li si piegava. Prendiamo il caso di Marx: se nel mondo capitalistico le macchine &amp;quot;schiacciano&amp;quot; l'uomo, ci&amp;ograve; dipende dall'uso capitalistico delle macchine stesse. Nella societ&amp;agrave; dell'avvenire, esse verranno diversamente impiegate e dunque aiuteranno l'uomo anzich&amp;eacute; opprimerlo. Un ragionamento lineare, che ritorna, decinato in mille modi, nella stragrande maggioranza dei pensatori del XIX secolo. Passiamo ora alla seconda tappa del nostro itinerario: il Novecento comincia a diffidare della tecnica: non solo perch&amp;eacute; vede le tragedie a cui essa pu&amp;ograve; dar luogo, peraltro con un'assoluta razionalit&amp;agrave; tecnico-formale (lager, gulag e bombe atomiche), ma anche (e, direi, soprattutto) perch&amp;eacute; comincia a sospettare che i mezzi tecnici non siano affatto neutri, ma abbiano una forte struttura di dominio: tv e radio, ad esempio, presuppongono che uno (o pochi) parli(no) e tutti gli altri ascoltino. Sono, in se stesse, a prescindere dall'uso che se ne fa, gerarchicamente orientate: implicano una relazione &amp;quot;verticale&amp;quot; tra chi comanda e chi &amp;egrave; comandato. In questo senso, non sono democratiche. La Scuola di Francoforte e Pasolini hanno detto cose profondissime su questi temi. Ora, il terzo momento - quello che, per pura comodit&amp;agrave;, ho definito &amp;quot;postmoderno&amp;quot; - implica un nuovo riorientamento paradigmatico: si riguadagna una sobria fiducia nella tenica. E ci&amp;ograve; accade alla luce della scoperta di internet. La sua struttura non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; gerarchica, verticale, anti-democratica: al contrario, &amp;egrave; rizomatica, policentrica, orizzontale. Tutti (potenzialmente, &amp;egrave; chiaro) possono prendere la parola, dire la loro, discutere, anche opponendosi. La struttura rizomatica e policentrica &amp;egrave;, per sua essenza, quella che meglio favorisce la democrazia e la democratizzazione. Il paradigma interpretativo della Scuola di Francoforte non sembra pi&amp;ugrave; fare presa. Molto pi&amp;ugrave; convincente sembra invece la lettura di chi, come Gianni Vattimo, parla in riferimento al web (cfr. &lt;em&gt;La societ&amp;agrave; trasparente&lt;/em&gt;) di un fecondo proliferare dei punti di vista e delle prospettive, in un processo democratizzante ed emancipatorio mai verificatosi prima d'ora. La societ&amp;agrave; si fa &amp;quot;opaca&amp;quot;, perch&amp;eacute; manca una verit&amp;agrave; &amp;quot;trasparente&amp;quot; accettata da tutti e trasmessa &amp;quot;verticalmente&amp;quot;: ma proprio in questo trionfo prismatico delle interpretazioni e dei punti di vista si danno immense &lt;em&gt;chances &lt;/em&gt;di libert&amp;agrave;, di prospettivizzazione e di esplosione delle differenze. &amp;Egrave;, parafrasando Nietzsche, il mondo in cui Dio &amp;egrave; morto e prendono a vivere molti d&amp;egrave;i, in un inedito politeismo dei valori e delle prospettive.&lt;/font&gt; &lt;/span&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 30 Oct 2008 18:10:38 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
      <dc:date>2008-10-30T18:10:38Z</dc:date>
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      <title>On Revolution</title>
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      <description>&amp;nbsp;Riflettere tra s&amp;eacute; e s&amp;eacute; fa sempre bene. Soprattutto in un'epoca in cui non si pu&amp;ograve; fare altrimenti. Le tue idee, nell'epoca del &amp;quot;politically correct&amp;quot;, devi tenertele per te, guardandoti bene dall'esternarle. Direi, senza ...</description>
      <content:encoded>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="2"&gt;&amp;nbsp;&lt;/font&gt;&lt;span style="font-size: 16pt; line-height: 150%"&gt;&lt;font size="2"&gt;Riflettere tra s&amp;eacute; e s&amp;eacute; fa sempre bene. Soprattutto in un'epoca in cui non si pu&amp;ograve; fare altrimenti. Le tue idee, nell'epoca del &amp;quot;politically correct&amp;quot;, devi tenertele per te, guardandoti bene dall'esternarle. Direi, senza esagerazioni, che rispetto ai tempi in cui Pasolini scriveva i suoi articoli, siamo regrediti di (almeno) mille anni. Ne parlavo ieri sera col mio amico Marcello. Ebbene, oggi riflettevo tra me e me sulla &amp;quot;dialettica&amp;quot; dell'agire rivoluzionario. Non che sia un tema attuale in questi giorni, perch&amp;eacute; i &amp;quot;contestatori&amp;quot; della Riforma della scuola possono essere apostrofati in molti modi ma non certo &amp;quot;rivoluzionari&amp;quot;. Anche perch&amp;eacute;, tutto sommato, la figura del rivoluzionario conserva una sua &amp;quot;nobilt&amp;agrave;&amp;quot;, che non sono certo disposto a riconoscere ai &amp;quot;bivaccatori&amp;quot; a tempo perso che se ne stanno sdraiati negli androni degli atenei italiani.&amp;nbsp;La mia era, se cos&amp;igrave; si pu&amp;ograve; dire, una riflessione generale in senso &lt;em&gt;geschichtsphilosophisch&lt;/em&gt;. Il problema di ogni rivoluzione - pensavo - sta nel fatto che non si pu&amp;ograve; mai capire quando la rivoluzione &amp;egrave; finita, quando ha fatto quel che doveva fare. Non &amp;egrave; mai possibile stabilire - questo &amp;egrave; il punto -&amp;nbsp;quand'&amp;egrave; il momento della &amp;quot;normalizzazione&amp;quot; postrivoluzionaria. La rivoluzione tende sempre a essere permanente. Con tutte le conseguenze che ne derivano. Se, infatti, si normalizzasse, cesserebbe di essere rivoluzione, e si ricadrebbe nel &amp;quot;pratico-inerte&amp;quot; di cui dice Sartre nella &amp;quot;Critica della ragione dialettica&amp;quot;. La rivoluzione deve proseguire, non c'&amp;egrave; altra strada. E per proseguire - questo l'aspetto pi&amp;ugrave; inquietante - deve continuare a mietere vittime, a crearsi nemici per poi annientarli. Questo &amp;egrave; storicamente valido per la Rivoluzione francese come per quella russa. Dopo aver sterminato i dissidenti, gli oppositori, i rivali politici, la rivoluzione comincia a divorare i suoi figli. Sterminati i borghesi, occorre sempre trovare nuovi nemici del popolo: e cos&amp;igrave; viene il turno di Bucharin, Trotsky, ecc. La categoria di &amp;quot;nemico del popolo&amp;quot; &amp;egrave;, sotto questo profilo, la pi&amp;ugrave; interessante. La rivoluzione non pu&amp;ograve; arrestarsi, deve sempre manetenere attiva la &amp;quot;furia del dileguare&amp;quot;. Questo &amp;egrave; il problema.&lt;/font&gt; Come fare allora a portare a termine una rivoluzione senza che essa diventi &amp;quot;autocannibalica&amp;quot;?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Sun, 26 Oct 2008 17:04:47 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
      <dc:date>2008-10-26T17:04:47Z</dc:date>
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      <title>La riforma della scuola....</title>
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      <description>Sono giorni di fuoco, per via di questa riforma e delle proteste che ha suscitato. Nuovi tagli dei fondi, come sempre. Nihil novi sub sole. Sono anni che si procede sciaguratamente in questa direzione. A pagarne le conseguenze sono sempre gli studenti, ...</description>
      <content:encoded>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="3"&gt;Sono giorni di fuoco, per via di questa riforma e delle proteste che ha suscitato. Nuovi tagli dei fondi, come sempre. Nihil novi sub sole. Sono anni che si procede sciaguratamente in questa direzione. A pagarne le conseguenze sono sempre gli studenti, ovviamente, che si vedono portare via i servizi. Solo non capisco perch&amp;eacute; ci si ostini a infuriarsi contro &lt;em&gt;questa&lt;/em&gt; riforma, isolandola dal pi&amp;ugrave; generale contesto tragico che in questi anni ha visto maturare, una dopo l'altra, riforme della scuola sempre pi&amp;ugrave; squallide. Come se questa riforma fosse un fulmine a ciel sereno!!! Il fatto &amp;egrave; che ci troviamo tra le onde di un inarrestabile declino della scuola. Cos&amp;igrave; la penso io, almeno. L'altro giorno ho visto un nutrito gruppo di ragazzi, in universit&amp;agrave;, stesi per terra, che bivaccavano e &amp;quot;manifestavano&amp;quot; (in questo modo?) contro la riforma. Mi domandavo quale fosse il loro modello di scuola. Difficile schierarsi con la riforma, ma non pi&amp;ugrave; facile schierarsi con loro. E' pieno di intellettuali che si schierano, del resto. Che pretendono di essere &amp;quot;organici&amp;quot;. Organici a chiss&amp;agrave; che cosa, poi. Visto che ormai in Italia nessuno mette in discussione le &amp;quot;sacre leggi&amp;quot; del libero mercato. Personalmente, diffido degli intellettuali e non vorrei mai far parte del loro &amp;quot;ceto&amp;quot;. Sono come i banchi di pesci: si muovono tutti insieme&amp;nbsp;seguendo la corrente del &amp;quot;politically correct&amp;quot;. Rinunciano alla loro autonomia di pensiero, al loro profilo&amp;nbsp;personale, per mettersi al servizio di &amp;quot;formazioni ideologiche&amp;quot; di varia natura. E' la morte del pensiero. Tutto sommato, preferisco ancora il modello della &amp;quot;teoria critica&amp;quot; praticata nella solitudine della &amp;quot;torre d'avorio&amp;quot;: scinderai il nodo tra teoria e prassi, &amp;egrave; vero; ma se non altro non rinunci alla spinta critica, a pensare con la tua testa anzich&amp;eacute; a pensare in nome del Partito. &lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Sat, 25 Oct 2008 07:42:55 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
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      <title>Sul PD</title>
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      <description>Un partito di berlusconiani che fanno finta di non essere tali: ecco, a mio modestissimo parere, in che cosa consiste l'esperienza del PD. Berlusconiani che fanno finta di non essere tali: o che, nella migliore delle ipotesi (concedendo a qualcuno il ...</description>
      <content:encoded>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="3"&gt;Un partito di berlusconiani che fanno finta di non essere tali: ecco, a mio modestissimo parere, in che cosa consiste l'esperienza del PD. Berlusconiani che &lt;em&gt;fanno finta&lt;/em&gt; di non essere tali: o che, nella migliore delle ipotesi (concedendo a qualcuno il beneficio della &amp;quot;buona fede&amp;quot;), &lt;em&gt;non sanno&lt;/em&gt; di essere tali. Li capisco anche, da un certo punto di vista: il berlusconismo non &amp;egrave; un fenomeno nobilitante, &amp;egrave; anzi grezzo e talvolta goffo. Il suo strato politico &amp;egrave; poco significativo, perch&amp;eacute; in realt&amp;agrave; &amp;egrave; un movimento economico. John Locke era mille miglia pi&amp;ugrave; avanti, se non altro aveva provato a elaborare una sua originale teoria politica (giusta o sbagliata che fosse). Era, si sa, un illuminato. Lui. Ben altrimenti i berlusconiani. Ma che dire del PD? A parte un vuoto e stucchevole fraseggio anti-berlusconiano, un anti-berlusconismo estetizzante e &amp;quot;da tavola&amp;quot; (che va bene e fa &amp;quot;fine&amp;quot; in ogni occasione), non vedo nulla che sia veramente antiberlusconiano. Berlusconiani che fanno finta di non essere tali. Berlusconiani senza Berlusconi, forse: di volta in volta identificato con il &amp;quot;nuovo Mussolini&amp;quot;. E' tipico, del resto: quando non si ha pi&amp;ugrave; una classe di riferimento (la classe operaia, la classe pi&amp;ugrave; integrata al&amp;nbsp;modo capitalisitico di produzione e di vita), quando non si ha pi&amp;ugrave; un'identit&amp;agrave;, bisogna formarsela rievocando vecchi spettri, vecchie ideologie. In primis l'antifascismo. Se osi criticare il punto di vista della Sinistra, subito ti addossano la categoria di &amp;quot;fascista&amp;quot;. L'antifascismo diventa cos&amp;igrave; una categoria totalitaristica. Un nuovo credo. Trionfa l'antifascismo in completa assenza di fascismo. Ora, ritornando pi&amp;ugrave; da vicino sul PD: se si vuole contrastare la visione di Berlusconi (e non il singolo uomo), occorre avere una visione da contrapporre. Alla visione liberistica, occorre saperne contrapporre un'altra. Il PCI, con tutti i suoi limiti, aveva una sua Weltanschauung da difendere, giusta o sbagliata che fosse. Ma il PD? Critica il capitalismo di Berlusconi in nome di cosa? Di un capitalismo regolato, moderato. Sciocchezze che Marx, pi&amp;ugrave; di un secolo fa, aveva dimostrato impossibili. Chi dice capitalismo, dice sfruttamento, schiavit&amp;ugrave;, alienazione: e non &amp;quot;accidentalmente&amp;quot;. E' nella sostanza stessa del capitalismo creare miseria fisiologicamente, sottosviluppo per una parte dell'umanit&amp;agrave;. E' questa la dialettica del progresso capitalista, che genera benessere e ricchezza per alcuni&amp;nbsp;ma, nello stesso movimento, li nega ad altri. Pretendere di riformarlo &amp;egrave; ridicolo. &lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Sat, 18 Oct 2008 18:24:33 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
      <dc:date>2008-10-18T18:24:33Z</dc:date>
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      <title>l'eccellenza?</title>
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      <description>Dopo due giorni di silenzio, torno a farmi sentire. Dilaga in questi giorni, nel provincialissimo Stato in cui vivo, la polemica sui bambini stranieri in classe... un dibattito pittoresco, piuttosto risibile su entrambi i fronti. I Leghisti, che temono ...</description>
      <content:encoded>&lt;p align="justify"&gt;&lt;font size="3"&gt;Dopo due giorni di silenzio, torno a farmi sentire. Dilaga in questi giorni, nel provincialissimo Stato in cui vivo, la polemica sui bambini stranieri in classe... un dibattito pittoresco, piuttosto risibile su entrambi i fronti. I Leghisti, che temono il &amp;quot;contatto&amp;quot; infettivo con l'Altro; la Sinistra, che si fa portavoce del solito buonismo ridicolo del &amp;quot;volemoce tutti bene&amp;quot;. Una polemica pronvincialissima, almeno dal mio punto di vista. Su questioni che, in un Paese serio, non dovrebbero far problema. Una cosa, per&amp;ograve;, mi ha colpito, e non in positivo: la Sinistra - che pure pu&amp;ograve; aver detto cose sensate, paventando il rischio dell'emarginazione dei bambini stranieri - non si &amp;egrave; mai posta il problema inverso. E non solo su questo tema. Giustissimo sostenere che tutti devono avere il diritto all'apprendimento, che bisogna combattere le discriminazioni (di qualunque tipo: di genere, razziali, ecc.). Giustissimo anche sottolineare che il discorso portato avanti dalla Lega non &amp;egrave; affatto politicamente innocente, ma conserva&amp;nbsp;un triste sottofondo&amp;nbsp;xenofobo. Tutte cose giuse e sacrosante. Per&amp;ograve; non si pu&amp;ograve; nemmeno trascurare il problema dell'eccellenza. &lt;/font&gt;&lt;font size="3"&gt;Voglio dire: che ne &amp;egrave;, che ne sar&amp;agrave; dell'eccellenza?&amp;nbsp;Qual &amp;egrave; il destino di chi&amp;nbsp;ha talento? Non &amp;egrave; un problema, per la politica italiana. Chi &amp;egrave; bravo si deve veder &amp;quot;frenare&amp;quot; dai tanti somari che si trova in classe. Anzich&amp;eacute; spiegare Dante o Tucidide, bisogner&amp;agrave; rispiegare l'italiano o, nel caso dei somari nostrani (che non sono pochi), bisogner&amp;agrave; tornare sempre sulle stesse cose (e poi per chi? per gente a cui non gliene importa nulla di apprendere, questa &amp;egrave; la verit&amp;agrave;). Spiace vedere questa tendenza tutta italiana, che io - modificando una nota espressione di Hegel - chiamerei &amp;quot;furia del livellare&amp;quot;, del rendere tutti uguali. Tutti uguali verso il basso, si intende.&amp;nbsp;Ma se si rende uguale il diverso, non si sta gi&amp;agrave; commettendo una somma ingiustizia? Al liceo, ho visto coi miei occhi applicata (solo da una docente, per fortuna!) questa &amp;quot;furia del livellare&amp;quot; post-sessantottina, per cui se studiavi, se ti davi da fare, se eri in gamba, dovevi essere &amp;quot;colpito&amp;quot;, livellato, starei per dire &amp;quot;dekulakizzato&amp;quot; (ma non lo dico per il rispetto di chi ha vissuto sulla sua pelle l'esperienza sovietica in tutta la sua tragicit&amp;agrave;: altro che &amp;quot;umanesimo radicale&amp;quot;, altro che essenza umana come &amp;quot;valore supremo per l'uomo&amp;quot;, altro che &amp;quot;regno della libert&amp;agrave;&amp;quot;!). Spiace vedere tutto questo, oggi. La giusta posizione di un problema (la possibile discriminazione dei bambini stranieri) nasconde un altro problema, altrettanto serio: a che livello stiamo riducendo la nostra scuola, tra &amp;quot;tagli&amp;quot;, diminuzione del personale e azzeramento dell'eccellenza?&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Fri, 17 Oct 2008 18:21:54 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Diego Fusaro</dc:creator>
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