LA FIGURA FEMMINILE NEI GIORNALI DI TRINCEA

postato da Francesco Maggi [09/06/2016 18:55]
foto

 LA  FIGURA  FEMMINILE  NEI  GIORNALI  DI  TRINCEA.
 
All'iniziale approccio ai Giornali di Trincea della Prima Guerra Mondiale interesse e curiosità impongono di chiedere quali siano gli argomenti trattati. L'affermare semplicemente che non descrivono episodi di guerra o cronistoria di avvenimenti realmente accaduti non è certo bastevole ad esaurire l'interesse dell'occasionale neofita lettore. Tante e disparate sono le tematiche affrontate in maniera più o meno approfondita per cui appare arduo procedere anche a una semplice elencazione: si correrebbe il rischio di dimenticarne alcune, sia pure involontariamente, che al pari di altre meriterebbero una menzione. Verificata la difficoltà intrinseca di fornire un quadro esaustivo e volendo ugualmente cimentarsi in questa tipologia di analisi, si è pensato di fornire degli spaccati riguardanti specifici argomenti che ricorrono in numero maggiore in articoli, rubriche, poesie o disegni cercando di estrapolare il messaggio sul quale l'autore vuole indirizzare l'attenzione del lettore di turno. Nella fattispecie si è pensato di ricorrere ad un argomento che ad una superficiale analisi sarebbe potuto apparire apparentemente illogico nel contesto crudo ed atroce del conflitto mondiale che ormai da mesi incombeva sul Continente. Quale omaggio alla leggiadria femminile ed alla constatazione che sino ad allora, salvo rare eccezioni, la donna in generale era stata accantonata in ruoli marginali, desideriamo iniziare la trattazione della figura femminile rappresentata nei Giornali di Trincea.Il prolungarsi della guerra e l'impiego di tanti uomini di età varia per combattere contro l'esercito austro-ungarico ebbe come naturale conseguenza il manifestarsi di notevoli cambiamenti a livello economico e sociale, con il forzato utilizzo anche  delle donne nei posti lavorativi rimasti privi di personale. Nei campi, nelle fabbriche, nei servizi le crescenti esigenze di manodopera, in particolare per la produzione bellica, innescarono un massiccio impiego femminile nelle più svariate realtà lavorative. Donne di ogni età che sino ad allora si erano dedicate esclusivamente a ruoli casalinghi nell'interno delle proprie famiglie si trasformarono in contadine, operaie manifatturiere, impiegate pubbliche e private, quali portalettere (fig. 1), ferroviere e addirittura operaie nelle fabbriche di munizioni. 
 
 
 Fig. 1 - Illustratore: UMBERTO BRUNELLESCHI 
 
 
La figura femminile quale madre, consorte o sorella che, per necessità temporali originate dal conflitto in atto, si sostituiva al ruolo maschile nelle gestioni lavorative, agricoltura, allevamento, fabbriche o servizi, incombeva in modo assiduo nelle giornate e nei pensieri di ciascun militare al fronte. Parimenti le condizioni delle famiglie rimaste nelle province invase a seguito della sconfitta di Caporetto, gravavano pesantemente sulla psiche del soldato al punto che in una relazione della Sezione P della I Armata risalente all'1 luglio 1918 si raccomandava di "... abbandonare la propaganda basata sulla narrazione e sull'esposizione grafica dei maltrattamenti alla popolazione borghese nei paesi invasi...  per non aggiungere inutile dolore". Abbiamo fatto riferimento alla contingente sostituzione nell'abituale ruolo maschile occupazionale ed in realtà questo era avvenuto nel corso del conflitto che si era protratto ben oltre le previsioni e le aspirazioni di quanti avevano, baldanzosi, reclamato l'ineludibilità dell'intervento. Ma nella naturale emergenza di questo mutamento verificatosi nelle fabbriche, nell'agricoltura ed anche nei servizi, qualche fervida mente, partorita da quella ineffabile fucina di geni della penna e del pensiero che ruotava intorno a «La Tradotta», Giornale di Trincea della III Armata, aveva voluto intravedere, scherzosamente, una sorta di concorrenza originata dalla gelosia."Concorrenza", proprio così si intitola una tavola scherzosa apparsa sul numero 8 de «La Tradotta» datata 16 maggio 1918. Per scelta fu deciso l'anonimo, dato il carattere propagandistico del giornale, che doveva essere la rappresentazione sincera e scanzonata dello spirito di trincea, ma i testi, dallo stile appassionato, dalla fluida cadenza d'una quartina, possono essere ascritti a Renato Simoni mentre le immagini di leggiadre, esili e vaporose fanciulle a corollario dello scritto recano la firma inconfondibile di Umberto Brunelleschi. Mentre il soldato è costretto a fare di necessità virtù e "...da quando è in guerra, sa impiegar le mani anche in lavori che facea sua moglie" e quindi ripara gli strappi con ago e filo e ... "poi tuffa la biancheria nell'acqua fresca e gaia e ... stupendamente fa la lavandaia". Le donne, "... che al puntiglio sono pronte, da grande gelosia furono prese: Ah! Ci ruba il mestiere l'uomo al fronte? E noi farem da uomini in paese". Si vedono così le vetturine (fig. 2), le postine, la barbieretta (fig. 3); tuttavia anche le forme di ripicca hanno un loro termine naturale:
 
            "Si, è bello anche il mestiere altrui,         
             ma quando l'amor mio viene in licenza,       
             è meglio assai che faccia l'uomo lui!"
 
 
 
 Fig. 2 - Illustratore: UMBERTO BRUNELLESCHI
 
 
 Fig. 3 - Illustratore: UMBERTO BRUNELLESCHI 
 
Nei giornali di trincea il cui precipuo intento era quello di divertire, di sollevare il morale dei combattenti, al fine di stornare l'attenzione dai pensieri cupi della guerra e dalle incombenti paure originate dalla triste realtà della trincea, prevaleva, salvo qualche rara eccezione, la presenza dell'elemento femminile in una veste goliardico-popolare ospitata in rubriche quasi costanti nella generalità delle testate. Anche i nomi dei personaggi femminili generalmente utilizzati rispecchiavano l'uso costante di appellativi provenienti dalla tradizione popolare, con espressione al diminutivo, tipo Rosina o Teresina; il primo generalmente presente anche in tanti canti di montagna. Volendo procedere alla segnalazione di rubriche di natura satirica la nostra attenzione si dirige subito verso «La Tradotta», il giornale più conosciuto, e specificatamente sulle lettere del soldato Baldoria unitamente a quelle di risposte di Teresina tracciate entrambe dalla penna, dall'umorismo scintillante, di Arnaldo Fraccaroli ed illustrate da Giuseppe Mazzoni (fig. 4).  
 
 
 
                   Fig. 4 - Illustratore: GIUSEPPE MAZZONI 
 

Da menzionare inoltre le Lettere dal Campo di Pippo Buffa presenti ne «La Voce del Piave» e L'Epistolario di Rosina apparso su «La Giberna». Questa Rosina merita una approfondita trattazione in quanto incarna la figura della popolana apparentemente ingenua ma in grado di fornire un impulso fondamentale con il proprio comportamento e con lo scritto apparentemente sgrammaticato alla propaganda di guerra. Vediamola per larghe linee: la Rosina che esprime dei "trattamenti" che riserverebbe al nemico qualora lo incontrasse o fosse in grado di combattere,  conosce un po' tutti i dialetti poiché imparati dagli occasionali morosi provenienti da varie regioni; solo il suo padrone di casa, nonostante reiterati tentativi, non ha successo con lei in quanto è un signore che vive di rendita, quindi non è un uomo del popolo e soprattutto è un pacifista contrario per definizione alla guerra in genere qualunque ne sia la finalità. («La Giberna» N. 25, 3 settembre 1918). Ecco il fine ultimo che si vuole porre in evidenza, la necessità, le ragioni di un conflitto, sia pure talvolta poco sentito, unito al forte sentimento di rivalsa nei confronti sia del nemico sia di quanti con espedienti di vario genere riescono ad evitare di intervenire nel conflitto. Meritano una citazione particolare derivante quanto meno dagli appellativi altisonanti i personaggi creati dalla penna di Ardengo Soffici quali Archibaldo della Daga, fante, ex piantone, quasi Ardito e della sua morosa Rosina Dalfodero. La corrispondenza di quest'ultima, è caratterizzata dall'abuso di doppi sensi, parole apparentemente equivoche e pseudo volontari errori quando, ad esempio, nella nota rubrica "La lettera di Rosina" indirizzata questa volta al Direttore, con la presenza del suo moroso, per cui diventa "La lettera di tutt'e due" (fig. 5), afferma di aver toccato «il dito con il cielo», anziché il contrario, nel ritrovarsi tra le braccia del suo Archibaldo. 

 

 
 Leggiamo un breve periodo di questa lettera: 
 
"Carissimo Signor nostro Direttore,
Io mi sento così piena di giubilo che è come se avessi toccato il dito con il cielo, che signor Direttore, creda pure che abituata a scrivere col ritratto davanti, solo, creda pure, che invece a sentirselo lui, Archibaldo in persona, che mi scherza di dietro, mentre traccio queste frasi, che piacere che mi dà non glielo dico! ....." («La Ghirba» n° 18 del 18 agosto 1918). 
 
Con inaspettata, ma indubbiamente involontaria, lungimiranza viene sviluppata sul numero 2 de «La Tradotta» una tavola di quattro quadri dal titolo "Quando le donne saranno chiamate alle armi". Alle prime espressioni canzonatorie con velati doppi sensi segue una straordinaria didascalia finale con l'intento quasi di precorrere i tempi ma di zittire anche possibili maliziosi e ammiccanti sorrisetti:
 
      "Non ci vedremo poi nulla di male,     
       se un Colonnello sposa il Generale".
 
Sensazioni variegate stimolano le affusolate figure femminili dall'aspetto quasi etereo in stile Liberty disegnate da Umberto Brunelleschi ne «La Tradotta» e che ebbero spazio sconosciuto negli altri giornali di trincea. Sono di incerta e vaga definizione di status per cui lasciamo al lettore la scelta o il privilegio di decidere, a seconda della sua predisposizione mentale, a quale "categoria" assegnarle. Potrebbero riguardare esponenti delle Dame di carità oppure fanciulle dell'aristocrazia o dell'alta borghesia intente in opere benefiche di raccolta fondi o generi di conforto ed altro ancora da destinare ai soldati oppure ai profughi delle province invase.  Significativo, infatti, è il caso delle gentildonne napoletane intente a raccogliere fondi per confezionare "corredini anti pediculari" come si proponeva il giornale per i soldati «Per voi soldatini», Giornalino Illustrato Mensile con redazione al Palazzo Donn'Anna di Napoli, di cui uscirono otto fascicoli, quanti cioè se ne era proposta di pubblicare la redazione con abbonamento unico di L. 10. Potrebbero eventualmente essere rappresentanti di "quelle signore" d'alto bordo che oggi chiameremmo escort ma che un tempo erano additate con l'appellativo di "cocotte". In un caso o nell'altro si sarebbe trattato di elemento femminile irraggiungibile per il povero e modesto fante ma pur sempre capace di stimolare sogni morbosi o voli mentali pindarici contribuendo quindi ad accantonare per qualche istante i cupi pensieri della realtà contingente che offriva la vita di trincea. Ma il compito dei Giornali di Trincea non si esauriva solamente nelle espressioni e nelle forme ludiche, il loro intento era anche quello di insegnare e del resto uno dei sottotitoli de «L'Astico», giornale di trincea della I Armata, era "combattere e seminare" seminare ovviamente cultura. Cerchiamo quindi di evidenziare qualche esempio, qualche tratto della figura femminile espressa in una più giusta dimensione. Non ci sono dubbi in proposito, doveroso ricorrere a quella geniale e ineffabile fucina di artisti provenienti dai più svariati campi della cultura e dell'arte che risponde al gruppo dei collaboratori de «La Tradotta» giornale della III Armata. Abbiamo selezionato e scelto tre argomenti, tutti espressi in versi, tratti dalla terza pagina, quella artistica, curata da Renato Simoni che, nato a Verona nel 1875, aveva iniziato ben presto la carriera di giornalista e nel 1902 si era trasferito a Milano, dove aveva coronato il successo come commediografo e critico teatrale, al punto di iniziare la collaborazione con il «Corriere della Sera» proprio in veste di critico dal 1914. Negli anni ‘20 diventò direttore de «La lettura» e, assieme a Giuseppe Adami, scrisse il libretto dell'opera Turandot di Puccini e molte altre commedie teatrali. Commediografo prolifico, lavorò con grandi attori, come Ettore Petrolini. 
I tre argomenti in questione, tutti in rima, riguardano: «La Nina» tratta dal N. 3 del 7 aprile 1918, «La Madonnina Blu» pubblicata sul N. 4 del 14 aprile 1918 e «Le nostre donne» comparsa sul N. 21 del 15 dicembre 1918. 
 
                        
 
            LA NINA             
Nina, quella ragazza che ogni sera
passa qui sotto ed è tanto bellina       
che chi la guarda andar gaia e leggera   
si sente in cuor ballar la monferrina,
ieri, per via, seguita fu da un Tizio
che di seccar le ragazze ha il vizio. 
..........................................
 
Inizia un tentativo di approccio e la Nina, vedendolo in borghese, chiede se per caso sia stato riformato oppure se in licenza ma alle risposte negative accompagnate da insistenze gli suggerisce di andare al fronte. 
 
...........................................     
Andrei magari in guerra ma poi penso
che son timido e il sangue mi fa senso.
 
Proprio per questa ragione pensa di formarsi una famiglia
 
Dove il mio cuor sì mite e delicato           
si scaldi accanto a un cuor che gli somigli.
 

In tutta risposta la Nina gli propone come naturale conclusione per lui una sua parente sessantenne e nubile che addirittura sviene alla puntura di una spillo; aggiungendo che      

la rosa bella, fiammeggiante e pura        

non ha odor per i nasi che han paura.         

....................................................

Perciò lei, mi creda, perde     

il suo tempo con me, Sa, mio marito                                           

dev'esser vestito in grigio-verde! -                                         

il moscardin rimase sbalordito,       

grigio-verde anche lui nell'aria scura: 

verde di rabbia e grigio di paura.

La successiva situazione che desideriamo sviluppare riguarda quella contemplata ne "La Madonnina Blu" (fig. 7) scritta in rima alternata e con testo semi vernacolare ma intriso da una dolce e profonda musicalità.

 
 
                                   LA MADONNINA BLU 
 

     In una chiesa non lungi dal Piave 

     un lume solo nel buglio era acceso; 

     c'era, d'intorno, un odore soave    

     di vecchio incenso nell'aria sospeso.


     Sopra un altare, tra palme di rose,                                      

     una Madonna vestita di blù                                         

     volgea le meste pupille amorose                                      

     sul dolce sonno del bimbo Gesù.

 

La scena si apre quindi con il cigolio della porta e l'ingresso quasi furtivo di un vecchio prete che si accosta all'altare inchinandosi e rivolgendosi riverente alla Madonna; afferma di essere Papa Sarto, defunto da tempo, ma originario dei luoghi e pervaso dalla nostalgia di accostarsi al camposanto ove riposano i suoi genitori e di rivedere ogni tanto le acque del Piave. Talvolta riceve anche incoraggiamenti con parole ed azioni da San Pietro:

 

"...Don Bepo, stè a casa", «ma el verze l'usso, el me impresta la ciave».

Papa Sarto prosegue il discorso dicendo di aver fatto anche quella sera un giretto ma stanco per l'età:

«Go dito: andemo a sederse un pocheto e a far do ciacole con la Madona!»

Si rivolge quindi alla Mamma Celeste quasi con il fare di chi chiede un parere prima di enumerare un'ampia serie di malvagità commesse dagli austro tedeschi e dei loro alleati ai danni della inerme popolazione civile, soprattutto contro le povere giovani donne: «Se la xe bela,... Signor che pietà!». Continua rimarcando che neanche le povere chiese possono dirsi sicure, i nemici spaccano tutto, bombardano anche dal cielo e se sbagliano mira ripetono il tiro. In Francia nel giorno di Venerdì Santo han tirato su una chiesa innocente da cento miglia; quale motivo di vanto può riscontrarsi nell'uccidere la povera gente che prega ed è inoffensiva; oppure perché abbattere le campane ed anche utilizzare le chiese per scopi inusuali: 

     "Una caserma de turchi i ga fato

      d'una ciesetta de Udine, i ga, 

      dove la messa diseva el curato,       

      piantà la stala dei servi di Allah!

 

Ed ancora quali ragioni ci siano per rubare le campane, le chiese non parlano e non cantano, battesimi e funerali non ricevono il prezioso accompagnamento; spingendosi infine ad avvisare la Madonna circa possibili eventi futuri:
.........................       
La staga atenda, Madona, a so  Fio,         
che, se i lo ciapa, i lo incioda de novo.
 
Queste denunce, queste elencazioni di misfatti e soprusi che non possono identificare tali persone come appartenenti ai cristiani, provocano enormi risentimenti e commozione nella Madonna che:
 
        La Madonnina che sta sull'altare
        tra tante rose, vestita di blu,           
        china la fronte, e due lacrime amare   
        cadon sui ricci del bimbo Gesù.
 
        E il vecchio Papa dal cuore suo puro       
        questa preghiera ai soldati mandò: 
        «Salvè l'Italia, putei, tignì duro! 
        Viva l'Italia!» Ed in ciel ritornò.
 
Nella terza ode presa in esame «Le nostre donne»  riscontriamo un evidente inno alle donne, a tutte le donne; diremmo quasi un'elegia, un'apologia delle donne e del ruolo prezioso da loro svolto durante il conflitto.   
 
 
 
                                 LA  NOSTRE  DONNE 
 

   Qui al campo, ove non s'ode

   giammai fruscio di gonne                                              

   cantar le vostre lodi                                              

   io voglio o care donne.

 

L'autore specifica subito che non intende riferirsi alla Pina, la sua donna, e che pur essendo la sua delizia non ricorrono le ragioni per cui far compartecipare tutto il battaglione a particolari riservati e non ritiene neanche giusto che l'intera Armata venga a conoscenza che non porta, per esempio, più il busto.
 
    Altre virtù donnesche 
    io canto o donne belle,
    che non le gote fresche                                                   
    o le gambette snelle;
 

 

    io canto il cuor che serra                                                 

    quella gagliarda fede

    che al fante forza diede                                                 

    per vincere la guerra.

 

A questo punto si scioglie un'analisi, una continua lode alla costanza, pur nel silenzio del freddo focolare, con le quali le mamme da un lato pregando per il ritorno dei rispettivi figli in arme e dall'altro sperando che siano ancora vivi, infusero il loro coraggio e la loro determinazione al fine di tenere fermi sul Piave i soldati. E ancora, per non sovraccaricare di cupi pensieri i combattenti, chissà quante volte li avranno rassicurati circa la loro condizione scrivendo determinate: «Stanno bene i bimbi, io sto d'incanto!». E chissà quante altre volte nel vergare questi rassicuranti pensieri sui fogli bianchi abbiano forzatamente celato la loro sofferenza.  
 
   Fu questa umile storia 
   di vite eroiche e meste
   che ci portò a Trieste                                                   
   fulgenti di vittoria.

La poesia si conclude con un ulteriore elogio sincero alle nonne, sorelle, amanti lige al dovere similmente ai soldati. Il giusto riconoscimento, il doveroso tributo da offrire e di dedicare la vittoria innanzi tutto al loro coraggio ed alla loro ferma determinazione                                                   

   In un mattino d'oro 

   noi coglierem la fronda

   del sempiterno alloro                                                   

   sull'istriana sponda
                                                   

   E per la gloriosa             

   Patria, che il cuor c'infiamma,     

   te l'offriremo, o mamma, 

   te l'offriremo, o sposa.

 

Naturalmente ciascuna di queste tre ultime situazioni esposte ha una sua morale differente o, se vogliamo, una sua propria profonda introspezione psicologica non scevra dal contesto storico temporale e come conseguenza del differente avvicendarsi degli eventi. Nelle prime due esposizioni il messaggio ricorrente che si vuole evidenziare è quello di una forte e costante necessità di personale combattente e vengono inoltre rimarcate una serie di atrocità perpetrate dal nemico al fine di contribuire a generare nei lettori sentimenti di rivalsa se non addirittura di odio nei confronti della controparte belligerante.
      
 
Opposta e segnatamente più tranquilla e festosa appare l'atmosfera generale nel momento in cui si levano le lodi nei confronti di tutte le donne.  A dicembre del 1918 la guerra era da poco terminata vittoriosamente e si riteneva doveroso tributare giubilo e magnificazione alle donne, siano esse nonne, mamme, sorelle o fidanzate, compartecipi della vittoria grazie al loro agire rassicurante di sprone non disgiunto dal coraggioso impegno a non distogliere gli uomini dai compiti guerreschi. Occorre inoltre evidenziare che durante la Grande Guerra il prezzo pagato dalle donne fu altissimo ed il loro ruolo non fu solamente quello di familiari dei soldati impegnati al fronte. Come non menzionare, infatti, quante abbiano partecipato più attivamente nelle immediate retrovie; ci riferiamo a coloro che ricoprivano i ruoli di portatrici di munizioni in montagna, crocerossine, ausiliarie, infermiere (fig. 10). Ci preme a questo punto ricordare due figure femminili significative di impiego operativo durante il conflitto. Trattasi di Maria Plozner Mentil (Timau 1884 - Paluzza 1916), portatrice carnica uccisa da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916 ed insignita di medaglia d'oro al valor militare con larghissimo ritardo nel 1977 con "Motu proprio" dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, e di Margherita Kaiser Parodi Orlando (Roma 16 maggio 1897 - Trieste 1 dicembre 1918), giovanissima crocerossina presso la III Armata sul fronte orientale, decorata con la medaglia di bronzo al valor militare il 19 maggio 1917, con la seguente motivazione: "per essere rimasta al suo posto mentre il nemico bombardava la zona dove era situato l'ospedale cui era addetta" ed unica donna sepolta al Sacrario Militare di Redipuglia. Sulla sua lapide sono riportati le seguenti toccanti parole vergate da Giannino Antona Traversi: 
 
           "A noi, tra bende, fosti di Carità l'Ancella,     
            morte fra noi ti colse. Resta con noi, sorella".
                                             
 
               Illustratore: NANNI 
 
 
                                     Francesco Maggi
                              (www.giornaliditrincea.it) 
 
 
 
---------------------------------------------------------------