L'ASTICO - 1918 - IX^ DIVISIONE E 1^ ARMATA

postato da Francesco Maggi [26/12/2013 15:30]
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  L'ASTICO  -  1918
  GIORNALE DELLA IX^ DIVISIONE E DELLA 1^ ARMATA 
 
              
   
 
 
  
Giornale della Nona Divisione e della Prima Armata, era "tutto scritto, tutto composto, tutto stampato da soldati (...) in faccia al nemico", come vantava. Era particolarmente gradito ai soldati i quali frequentavano volentieri la redazione che si trovava nel vicentino, a Piovene, alla base della Val d'Astico. Da segnalare una particolare rubrica, presente nella stesura del giornale, che segnalava i lavori "artistici" elaborati nelle trincee. Fra i redattori si segnalano Piero Jahier, artefice del giornale, che si firmava Barba Piero (Zio Piero nella dizione vernacolare genovese), Giuseppe Lombardo Radice che firmava gli articoli con lo pseudonimo Il filosofo Grigio-ferro, Emilio Cecchi, il Capitano Battistella e Francesco Ciarlantini, promosso ufficiale per meriti di guerra pur avendola iniziata da soldato semplice. Uscirono 39 numeri dal 14 febbraio  al 10 novembre 1918; a partire dal numero 37 il sottotitolo diventò "Giornale delle trincee della I^ Armata". 
 
Terminato il conflitto fu modificata la testata con quella de "Il nuovo contadino" che intendeva farsi portavoce di una sorta di affrancamento dei contadini dal potere latifondistico feudale ma l'idea, sia pur geniale ed avanzata per i tempi, naufragò ben presto anche per mancanza di finanziamenti ed il giornale dopo pochi numeri cessò le pubblicazioni.
 
 
          
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

                    SCRITTI  DI  PIERO  JAHIER 

GIORNALE DELLE TRINCEE:   L'Astico n. 1 - 14-2-1918 - Firmato: L'Astico.
 
Nasce tra una sconfitta e una vittoria che ci han fatto meditare: Caporetto - Il Piave. Venti giorni prima l'abattimento, il panico, l'umiliazione! Venti giorni dopo la resurrezione, il sacrificio, la gloria. Lo stesso esercito, la stessa patria, lo stesso nemico. Venti giorni prima le posizioni predisposte, cedute, 20 giorni dopo il terreno nudo, mantenuto.Dov'era il collegamento materiale più perfezionato; il disordine, la sfiducia. Dove non c'era collegamento: la concordia, la vittoria.  ......
C'era tra quegli uomini del Piave il collegamento morale che fa di ogni piega di terra una fortezzae di ogni petto convinto una infrangibile barriera.Veniva avanti il nemico imbaldanzito, apriva dei vuoti; ma subito li colmava la devozione.Riprovava anche l'offensiva di inganno che più delle armi gli ha aperto la strada. Lui, satollo del nostro pane, osava affernare che le nostre donne hanno fame. Ma quegli uomini rispondevano: non è vero. Lui impiccatore di moribondi, prometteva mitezza ai disertori. Ma quegli uomini rispondevano: ti conosciamo, lupo; cerchi servi da far lavorare sotto ilo fuoco dei nostri cannoni. Lui, scatenatore di guerre, profanava il nome della pace. Ma quegli uomini rispondevano: vai fuori straniero. E non solo c'era il collegamento tra quegli uomini, ma c'era la disciplina vera che si chiama fratellanza nel dovere, per la quale siamo tutti uguali - sia il nostro dovere comandare o ubbidire - e ci chiamiamo compagni .....E non solo c'era la fratellanza, ma c'era, riaccesa dalla barbarie nemica , la coscienza di giustizia della patria italiana che fa di ogni sldato nostro non il predatore, fedele finchè va bene, ma il martire di un principio.     
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Che cosa vuole questo giornale? Vuole che quel collegamento morale si rafforzi tra noi e non si allenti più mai. Vuole che la disciplina appassionata di quei giorni, che si chiama fratellanza, diventi di ogni giorno e di ogni uomo. Vuole che quella coscienza della patria giustanon ci possa più abbandonare. Benedetti voi difensori del Piave! Col vostro sacrificio non avete soltanto riscattato il passato, ma ci avete illuminato l'avvenire. Crediamo che un giornale nostro possa contribuire a questa fade. Ma un giornale nostro, di noi soldati soltanto, aperto a tutti noi che abbiamo questa volontà e questa vita. Tre anni di guerra ci hanno fatto un'anima che solo tra noi può comunicare. Poche pasrole dei giornali borghesi arrivano al nostro cuore: sono giornali delle grandi città, fatti da gente che vive nelle case, e si occupa di noi quando è andata bene un'azione. Allora dicono che siam tutti eroi. Sono giornali dei giorni festivi. Ci lasciano soli nei giorni feriali che sono i più lunghi e i più duri.Ma noi sappiamo di essere - oltrechè soldati fedeli - poveri (miseri) uopmini inselvatichiti nella solitudine delle loro buche; con alti e bassi di coscienza e di fede; con esaltazioni e miserie che solo tra soldati si possono curare.  Il giornale capace di affratelarci è quello esce dalle nostre baracche e dalle nostre tane. Che ci conosce: male e bene. Che ci confessa: e per questo ci consola.  
 
 
   
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
E' un giornale difficile questo, anzi impossibile se lo dovessero fare dei redattori. Ma noi bussiamo a tutte le baracche, entriamo in tutte le tane e diciamo. Soldato istruito dacci la tua istruzione per dividerla coi tuoi compagni che, senza volere, possono far male; soldato allegro: dacci la tua allegria per quelli che sono tristi e musoni. Basterà metterla su queste pagine perchè schiarisca mille visi; soldato coraggioso dacci la tua testimonianza di coraggio per aiutare i timorosi; soldato anziano: dacci la tua esperienza e le tue memorie, che ci riscaldiamo al passato, quando il presente è scuro; soldato giovane: dacci la tua fede ingenua che è la più ardimentosa! Con questo spirito vogliamo fare (faremo) il nostro giornale. (Stringersi alla patria fremente che aspetta da noi la redenzione).   
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

ULTIMO NUMERO

.. e il perchè lo sa il fante che non cammina più basso e coperto, ma fronte alta colla sua canzone in gola. Non ci sono più trincee. Tutte le baracche si sono svuotate. Soli e senza rancio stavolta i topi! E son proprio bambini che cinguettano dietro questi muri sforacchiati e son cottole chiare di donne che circolano tra quei mascheramenti dove ci fermavamo col cuore al galoppo! Ben vengano i pacifici carretti di masserizie al posto degli autocarri fragorosi. Il fante è contento di riconsegnare la casa al borghese. Vorrebbe dargliela (riconsegnargliela) in buono stato. Porti pazienza se la trova peggiorata. Avevamo bisogno di tutto noi, (i) senza tetto. Ci siamo anche un poco arrangiati. In compenso lasciamo tante strade in più e LA BELLA PACE. Non ci sono più trincee. I cecchini calano a mandre rotti e umiliati giù per le valli. E noi invece siamo entrati cantando in Trento nostra e col tricolore a ogni finestra e benedizioni su tutte le bocche e occhi umidi di riconoscenza e bambini che ci abbracciavano i pantaloni.

Splendi sicura aurora della nuova Italia!

Ah! il giornale delle trincee può ben finire; finisce bene! Ma se il giornale finisce, il dovere del combattente non è finito. Noi che abbiam traversato per primi le truppe nemiche siam rimasti sbalorditi del prodigio. Erano intere divisioni; migliaia di uomini tutti armati; e noi soltanto poche decine di arditi. EPPURE NON CI HAN TORTO UN CAPELLO. Parevano annientati da un giudizio superiore. E perchè sentivano in noi la sicurezza di chi ha ragione. La nostra idea giusta ci copriva. Questo ricordi, il fante che ha combattuto. Questa (Una) idea di giustizia per tutti i popoli ha trionfato. Ora dobbiamo proteggerla e praticarla anche col nemico che l'aspetta da noi come una spiegazione. Solo così manterremo ciò che abbiamo conquistato. Un'altra prova altrettanto difficile aspetta l'Italia. La prova della pace.

Ultimo numero  -  N. 39  -  10.11.1918
Firmato:  barba Piero.