Atom Feed RSS Feed

Il mio profilo

My Photo
Name: Il Caffè Orientale
Location:

Calendario

il caffè orientale

Talvolta le domande più semplici richiedono le risposte più complicate. In questo caso, tenterò di rendere semplice una risposta molto difficile. Il Caffè Orientale nacque nel 2007 come sito internet culturale dedicato alla Mitteleuropa e, ancor più precisamente, all'intera Europa centro-orientale. Ma a questo punto il rigore scientifico delle convenzioni mi avrebbe imposto di essere ancora più preciso e, dunque, avrei dovuto distinguere tra Europa danubiano-balcanica, Paesi baltici, Russia e Caucaso, oppure chissà quale altra cervellotica definizione così poco adatta a chi i confini preferisce superarli anziché tracciarli. D'altra parte, lo ammetto, la parola "orientale" suscita sempre grande curiosità. Qualche bizzarra ipotesi, ben lontana da ragionevoli riferimenti storico-geografici, ha chiamato in causa persino la Massoneria! Ma nulla di tutto ciò ha mai avuto a che fare con questo blog! Ebbene, dopo dieci anni di storia, il Caffè Orientale è, contemporaneamente, sia il risultato di un progetto incompleto (e forse irrealizzabile), sia l'inizio nonché la continuazione di un nuovo percorso. Un itinerario, insomma, dove la rotta, da ormai cinque anni, segue anche la via del Nord: Scandinavia, Gran Bretagna e tutta l'Europa settentrionale. Il futuro guarda in tutte le direzioni, dentro e fuori il Vecchio Continente. Il motivo è semplice: un blog dedicato ai viaggi non deve fermarsi mai. Non può smettere di raccontare storie, visitare luoghi, conoscere persone e culture. Forse avrei dovuto pensarci subito. Magari il "Caffè", che tanto faceva pensare ai fratelli Verri, non avrebbe avuto bisogno di aggettivi, soprattutto di tipo geografico. Eppure la vita è così: nulla è per sempre. Così, dopo il decennale di questo sito (nel 2007), ho pensato che fosse bello ripartire proprio dalle origini, ossia dai diari di viaggio. A futura memoria, nel caso in cui qualcuno volesse riscoprire come eravamo e come era il mondo all'inizio del 2000...

Chi sono

"My way so far" e due parole per presentarmi...

contatti

ilcaffeorientale@gmail.com

Archivio

RICERCA

Orologio

Conta visite

Aprile 2019 - "Californication", Berkeley e San Francisco

postato da blog.ilcaffeorientale.com [30/06/2019 15:17]
foto

Nel 1999 uscì “Californication” dei Red Hot Chili Peppers. Avevo sedici anni, ma forse non immaginavo ancora come potesse essere la California. Eppure le mie letture giovanili, costellate di letteratura e musica beat (Jimi Hendrix, Malcolm X, il Vietnam, Jack Kerouac, Woodstock e molto altro), avevano monopolizzato la mia fantasia di teen-ager. Sino a questo viaggio, però, erano state solo straordinarie suggestioni. Oggi, invece, sono davvero diventate parte di quella lunga camminata che siamo soliti chiamare vita. Inizia così il mio indimenticabile viaggio dalla Norvegia alla California, in compagnia di Nora.

 

23 aprile 2019, ore 11.35, Oslo Gardermoen-San Francisco (Oakland)

Abbiamo appena trascorso la Pasqua a Bergen. Siamo arrivati a Oslo ieri (lunedì di pasquetta). Ora, invece, ci attendono 10 ore e 25 minuti di volo. Non so ancora con quale umore potrò affrontarle, ma questo sarà sicuramente il viaggio più lungo della mia vita. Arriveremo a San Francisco alle 13.00 (ora locale) con un fuso orario di 9 ore indietro rispetto alla Norvegia (e all’Italia).

A bordo tentiamo di combattere la noia guardando Walk The Line (Quando l’amore brucia l’anima), dedicato agli esordi musicali di Johnny Cash. La pellicola mi sembra troppo lunga. Peccato, perde il ritmo che, invece, la colonna sonora sarebbe assolutamente in grado di mantenere. Eppure il momento più emozionante del volo è la traversata della Groenlandia. Siamo fortunati, le nuvole sono rade, così quell’immensa distesa di ghiaccio e neve si presenta a noi contornata da una foschia azzurra appena accennata.

L’Artico ghiacciato sotto il nostro aeroplano ci accompagna sino a Terranova, per poi virare verso il Canada. Dopo qualche turbolenza, nei pressi di Calgary, l’aereo supera il confine: Seattle, Portland, la California è ormai vicina. Quando atterriamo, all’aeroporto di Oakland, capisco che qualcosa, in un modo o nell’altro, si è aggiunto alla mia vita.

All’aeroporto dobbiamo sottoporci a un doppio controllo, come da prassi. Prima una macchina automatica ci richiede dieci impronte digitali, la scansione dell’iride e del passaporto. Poi, con il pass ottenuto, possiamo accedere al secondo controllo, quello “umano”. Un agente mi pone alcune (semplici) domande delle quali, ovviamente, conosce già la risposta. Dopodiché, effettua una seconda scansione delle impronte digitali e dell’iride. Il cibo proveniente dall’estero è vietato e, pertanto, viene sequestrato.

Insomma, benvenuti negli Stati Uniti d’America, benvenuti in California! Il primo impatto con Oakland è quasi “familiare”. Migliaia di Suv parcheggiati uno di fianco all’altro come a Malpensa, colline verdi, caldo, qualche palma. Quando arriviamo al nostro alloggio, il Downtown Berkeley Inn, siamo già ansiosi di capire quanto ci sia di diverso da una parte all’altra del mondo occidentale. Sono giunto sino a qui per lavoro.

Tra pochi giorni, infatti, illustrerò i miei studi a un convegno presso l’università di Berkeley. Nessun regalo, nemmeno il più generoso, avrebbe mai potuto darmi la soddisfazione di arrivare in California grazie ai miei studi. La cultura e l’istruzione possono coprire qualsiasi distanza e, soprattutto, colmare qualsiasi difficoltà economica. A Berkeley ci sono 28 gradi, le strade sono vivaci e si respira un clima che definirei “berlinese”.

Anche il disagio dei senzatetto è molto berlinese. Anzi, è perfino peggiore. Ci sono intere comunità di persone che vivono accampate nelle tende ai bordi delle strade, sui marciapiedi, nei parchi. Gli Stati Uniti, come sappiamo, sono il luogo delle contrapposizioni estreme e queste sono le prime, palpabili, differenze con l’Europa: la mancanza del cosiddetto welfare.

La sanità e l’istruzione pubblica, elementi essenziali della moderna società europea, qui sono ancora conquiste lontane. Eppure, nel nostro Vecchio Continente, fatichiamo ancora a capire il significato e l’importanza del “bene pubblico”. Così, anziché mantenerci uniti e trovare soluzioni reali a problemi comuni, stiamo andando (forse) incontro alla disgregazione dell’Unione Europea.

Nonostante i miei timori, il jet-lag non sta producendo particolari effetti. Ne approfittiamo per salire sulla collina dietro al campanile di Berkeley. Il sole sta tramontando, si accendono le prime luci, l’umidità si alza sopra alla baia di San Francisco. Per un attimo rivedo la copertina di “Hotel California” degli Eagles.

 

Fondata nel 1868, l'università di Berkeley è la più antica fra le dieci università californiane
 

Abbiamo ancora qualche ora di autonomia prima di crollare sul letto: un hamburger, una birra, i playoff della NBA, O’Neal e Barkley (idoli della mia adolescenza) che commentano le partite. A prescindere dalla fisica quantistica, viaggiare nel tempo è possibile: sono tornato indietro di oltre vent’anni.

 

24 aprile 2019, Berkeley

Abbiamo già scoperto il nostro locale preferito per la colazione: il Blue Door. Qui potete trovare ottimi bagel (dolci, salati, veg, ecc.) a prezzi assolutamente accessibili. Non aspettatevi caffè decenti, anche se dubito che un italiano decida di venire sino in California per bere un buon espresso. Uno dei personaggi migliori di questo luogo è un ospite, probabilmente homeless che sembra uscito da un film di fantascienza.

È un cyber, afro-americano, con i dreadlocks, gli occhiali neri, laptop e smartphone. Porta con sé un carrello che sembra un ufficio della Nasa. I led blu delle sue attrezzature illuminano costantemente l’angolo a destra dell’ingresso dove ama sedersi ogni mattina (come avremo modo di constatare). Un altro paradosso americano: non si può comprare una casa, ma è possibile avere apparecchiature informatiche di ultima generazione. D’altra parte, acquistare uno smartphone costa molto meno di un appartamento.

Il wi-fi pubblico farà il resto e, almeno nel mondo digitale, ci si può sentire meno soli. Dopo un paio d’ore, mentre stiamo passeggiando all’ombra, un tizio ci intima (urlando) di fermarci. Suggerisco a Nora di proseguire, come nelle peggiori periferie milanesi. Ma il tizio non demorde e replica: “- Se dico di fermarvi, significa che dovete fermarvi”. A quel punto assecondiamo la sua aggressività. Ha quasi tutti i denti d’oro, è molto robusto. Comincia a insultare pesantemente Nora senza, però, guardarmi.

La accusa di averlo spinto, perciò Nora si scusa. Senza farmi notare, la guardo e le faccio segno di non contraddirlo. Probabilmente si aspetta che il “macho” reagisca e scateni una rissa. Dopo un minuto ininterrotto di provocazioni, si volta dalla mia parte. Ormai ho capito che abbiamo violato il suo spazio, la sua unica casa: il marciapiede.

Non ha davvero voglia di attaccare, pretende soltanto rispetto, chiede che gli venga riconosciuto quel minuscolo angolo di presunta “proprietà” (o comunque possesso). Rimane spiazzato dalla mia reazione. Non rispondo agli insulti né alle provocazioni. Lascio che si sfoghi: forse è sotto l’effetto di qualche droga sintetica molto pesante. Oppure, più semplicemente, è uno dei tanti malati di patologie psichiatriche che, purtroppo, non hanno diritto a cure e assistenza. Ha capito che non volevamo invadere la sua “casa”.

Ci lascia andare quasi come se fosse deluso, per una volta non ha trovato qualcuno terrorizzato oppure offeso dalla povertà. Tutto questo è accaduto poco dopo aver visitato il villaggio Thornburg (o Normandy Village), noto anche come “villaggio europeo”. Si tratta di un condominio, nato alla fine degli anni Venti del XX secolo, ispirato all’architettura rurale dell’Europa settentrionale. In altre parole, un altro paradosso della ricchezza che, anche in questi luoghi, differenzia le persone tra chi può ricostruire casa propria dall’altra parte del mondo e chi, una casa, non potrà mai averla.

 

Il villaggio Thornburg fu progettato da William Raymond Yelland e Jack Thornburg. La sua apertura risale al 1927
 

Trascorriamo le ore più calde del pomeriggio in camera, ascoltando musica e pensando a quanto sia ancora strano essere arrivati qui. Dopo l’apertura del convegno, troviamo un pub straordinario, il Tupper & Reel. Atmosfera blues, musica dal vivo quasi ogni sera, baristi cordiali e simpatici, ottima birra artigianale a prezzi accettabili. Qui, al banco, conosciamo Alex, uno psichiatra australiano (di Melbourne) la cui madre ha origini rumene. Ha più o meno la mia età ed è giunto sin qui per lavoro.

Ha partecipato ad un congresso a San Franscisco e ora è qui perché un suo amico suonerà in questo locale tra poche ore. Facciamo subito amicizia, ci spiega che nelle strade vorrebbe aiutare tutti. È evidente che molti dei senzatetto hanno problemi psichiatrici non tanto diversi dalle persone che egli stesso cura ogni giorno a Melbourne. Mi ricorda molto il racconto di un medico brasiliano che conobbi molti anni fa a Praga.

Dopo essersi laureato in medicina e aver cominciato a lavorare in ospedale, mi disse, si rese conto che molti pazienti non necessitavano di cure, bensì di cibo. Fu così che decise di non proseguire con quel lavoro e preferì diventare un informatico. È difficile stabilire se si trattasse di un comportamento poco coraggioso oppure di una scelta radicale. Forse non spetta a chi non conosce quelle realtà sociali stabilirlo.

Resta il fatto che lo spirito berlinese che aleggia nell’aria ci suggerisce di cenare insieme. Di fianco al pub c’è un ristorante che serve specialità della Louisiana. Ho scoperto un nuovo amore. Si chiama Angeline’s, è sempre pieno, occorre prenotare con due giorni di anticipo ma le porzioni sono abbondanti, gustose e il prezzo molto abbordabile. Questa cucina creola, innaffiata da un’ottimo vino californiano, rende questa serata splendida, come il catfish e gli hushpuppies che mi ritrovo nel piatto.

Concludiamo la serata abbastanza presto, domattina vorremmo visitare San Francisco e, nel pomeriggio, continueranno i lavori del convegno. Ma non possiamo fare a meno di ascoltare un po’ di jazz con il gruppo dell’amico di Alex. Buonanotte Berkeley.

 

25 aprile 2019, San Francisco

Il 25 aprile non è mai un giorno banale, almeno per gli italiani. Prendiamo il treno (Bart) da Berkeley a San Francisco. Appena giunti a destinazione, un sassofonista afro-americano ci accoglie sulle note di “Uptown girls”. Noi, invece, siamo diretti al villaggio dei pescatori, il Fishermen’s Wharf. Ormai si tratta di un luogo estremamente massificato, ma vale la pena, almeno per qualche minuto, di dare un’occhiata all’isola di Alcatraz e ai leoni marini che popolano la baia.

 

Tra questi grattacieli affacciati sulla baia di San Francisco, capisco di essere davvero negli Stati Uniti

 

Dopodiché ci spostiamo verso il Mechanique. In questa sorta di capannone, potrete trovare il meglio dell’intrattenimento ludico moderno, dall’inizio del XX secolo sino ai giorni nostri. Videogames per tutti i gusti, dai vecchi pixel degli anni Ottanta fino a Super Mario, i giochi automobilistici con il simulatore, apparecchiature analogiche, pupazzi meccanici che si schiaffeggiano e combattono sul ring, palloni da basket da mandare a canestro.

 

 Questo pontile nei pressi dell'Embarcadero mi ricorda il Molo Audace di Trieste. A destra, invece,si estende il Bay Bridge
 

Con dieci dollari potreste trasformare la vostra mattina in una giornata al luna park. È ciò che facciamo prima di incamminarci verso Columbus Avenue, nel cuore del quartiere italiano. Saliamo sino a Lombard Street per poi salire sul tram reso celebre da Harvey Milk (storico e indimenticabile attivista del movimento LGBT).

Sulla via del ritorno, a bordo del Bart, un gruppo di giovani si esibisce in una danza acrobatica che ci ricorda un video diventato virale di un ballerino sotto l’effetto degli acidi che, qualche anno fa, aveva terrorizzato i pendolari della metropolitana.

Anche se è difficile immaginare qualcuno che salta da un tornello all’altro della metropolitana di Gorla a Milano completamente nudo come Tarzan, ammetto che ciò che impressiona maggiormente è l’indifferenza di chi non viene direttamente aggredito dal “simpatico” (e lisergico) esibizionista. Stasera, in ogni caso, è cominciato il convegno: una nuova avventura mi attende e, da domani, sarà vita da “campus”.

 

26 aprile 2019, Berkeley

Colazione al Blue Door e giornata di conferenze. Interrogarsi sulla violenza, i movimenti di estrema destra, il terrorismo, non è mai banale. Eppure ciò che conta non è la teoria, bensì la pratica. Se determinati fenomeni, ciclicamente, si ripropongono, significa che il campo di studio non può limitarsi alle idee ma deve estendersi alla società, ossia alle persone e ai luoghi. Così, quasi per ironia della sorte, nel pomeriggio, un colpo di pistola squarcia la quiete di una tranquilla giornata californiana.

 

La Sather Tower prende il nome da Peder Sather, un ricco filantropo e banchiere norvegese. Ultimata nel 1917, è uno dei simboli dell'Università di Berkeley
 

Nel parco vicino al campus è stato ucciso un uomo. Il fuggitivo è ricercato, gli elicotteri volano sopra di noi e qualche sirena risuona tra gli isolati. Insomma, trovarsi in America significa anche saper distinguere la finzione dei film dalla realtà della vita. Per noi non ci sono conseguenze, se non la soddisfazione di non essersi trovati all’aperto in quel momento.

Prima di cena acquisto un paio di Converse color ruggine che, ormai lo so, diventeranno uno dei simboli di questo viaggio. Ancora Tupper & Reed, Angeline’s e carne di...alligatore. Assomiglia al pollo ma con un leggero retrogusto salato: anche se cerchiamo spesso il conforto della verdura, apprezzo molto il piatto. La serata si conclude serenamente, anche perché domani sarà il mio turno.

 

27 aprile 2019, Berkeley-San Francisco

È arrivato il “gran giorno”. Questo pomeriggio esporrò i miei studi all’università di Berkeley. Eppure, dopo una colazione fantastica in un bistrot francese (oggi il Blue Door apre più tardi), scopro di avere un dito gonfio. Il mio mignolo è blu, ma non ricordo di averlo sbattuto da qualche parte.

Quel gonfiore mi inquieta, così penso che, forse, non sarebbe inutile un rapido controllo medico. Sono tranquillo, non ho sintomi ma, soprattutto, ho una copertura assicurativa. Eppure, trovare un medico al pronto soccorso per una cosa apparentemente innocua potrebbe costarmi molto, almeno diverse centinaia di dollari e parecchie ore di attesa. In hotel non hanno indirizzi ai quali possa rivolgermi, così chiedo assistenza all’università.

Comincia una “girandola” di telefonate da un capo all’altro del continente, attraverso centralini che, probabilmente, rispondono dal Kentucky o dal Wyoming. Non hanno la più pallida idea di dove possa essere un medico nelle vicinanze e mi chiedono almeno tre volte di ripetere il nome, il cognome e i sintomi. Manca solo che mi domandino di farmi una diagnosi. Fortunatamente troviamo un centro medico nelle vicinanze grazie all’interessamento di una delle organizzatrici.

Ci accompagna presso una clinica privata dove, con un centinaio di dollari, vengo visitato nell’arco di neanche un’ora. La sanità, negli Stati Uniti, è un privilegio. La dottoressa mi misura la pressione e mi chiede quando avevo volato. Tre giorni fa, rispondo. Per fortuna esclude il rischio di una trombosi o, comunque, qualcosa che potesse richiedere approfondimenti.

Tutto dovrebbe tornare nella normalità, probabilmente si tratta soltanto di un inconsapevole incidente notturno. Posso godermi il “momento da raccontare ai nipotini”. Nel pomeriggio sono al mio posto e la soddisfazione prende il posto della stanchezza. Adesso, finalmente, possiamo goderci pochi ma intensi giorni di vacanza. Torniamo a San Francisco, stavolta per rimanerci sino alla partenza. Ceniamo in un ristorante thailandese economico ma gustoso (che diventa subito uno dei nostri locali preferiti) e poi ci spostiamo verso un pub scozzese che esiste dal 1959. Alcuni ragazzi ballano, altri sono già ubriachi.

Il barman di turno avrà poco più di cinquant’anni. Osserva una ragazza con la faccia stampata sul tavolo e apparentemente priva di sensi. Qualche amico tenta di rianimarla. Lui no, è abituato, forse rassegnato, magari persino invidioso di non avere più voglia di ridursi in quel modo.

Ad un tratto, come la Bella Addormentata, si risveglia “baciata” dalle parolacce dei suoi amici e, soprattutto, di colui che sembra esserne il compagno. La portano via come se fosse un sacco da svuotare nella baia. Fuori la povertà di chi non ha nulla, dentro il disagio di chi (forse) ha troppo.

 

28 aprile 2019, San Francisco

"Poi ci ripromettemmo due giorni di baldoria a San Francisco prima della partenza..." (Jack Kerouac, Sulla Strada, 1951).

“Grosso guaio a China Town”. Solo questo richiamo cinematografico degli anni Ottanta potrebbe rendere l’idea di come ci “perdiamo” tra le vie di questo antico quartiere. Raggiungiamo l’indirizzo presso il quale sorgeva il minuscolo ospedale dove nacque, nel 1940, Bruce Lee. Nonostante il traffico e i turisti, riusciamo a estraniarci al Vesuvio, quello che fu il locale preferito da Jack Kerouac.

 

Una palazzina nel cuore di China Town
 

Un altro filo spezzato con il mio passato adolescenziale che torna a funzionare. Il mio passato e il mio presente, come tra le pagine di “On the Road”, non sono mai stati così vicini. Così, dopo una pizza nel quartiere italiano, siamo ancora a spasso tra quei saliscendi di asfalto e architettura vittoriana. Stasera decidiamo di portare in camera una cena thailandese. La televisione trasmette “Ghostbusters”. Il gioco è fatto. “American mode”.

 

29 aprile 2019, San Francisco

Oggi tocchiamo forse il momento più alto di questo lungo viaggio: il leggendario quartiere hippie di Haight-Ashbury e Ocean Beach. Dopo una passeggiata di qualche ora attraverso i caffè, i negozi di dischi e il parco naturale, raggiungiamo una di quelle spiagge californiane che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato di visitare. In questa atmosfera da Baywatch, togliamo scarpe e calzini.

La sabbia è bollente, l’acqua del Pacifico ghiacciata. Prima di proseguire, ci sediamo per quasi un’ora sulla spiagga: 2pac, i Red Hot Chili Peppers, gli Offspring. È tutto qui, in poche note che, dopo questi giorni, non saranno mai più uguali a quelle immaginate in adolescenza.

 

"California Love" di Tupac Shakur, dopo questo momento, non sarà mai più la stessa
 

Ci resta solo il classico Golden Gate, poi saremo pronti per l’ultimo “tuffo” nel blues. Trascorriamo la prima parte della serata nel più vecchio locale di San Francisco, il Saloon. Per colpa di una mancia dimenticata (dalla norvegese) rischio anche di essere sbattuto fuori da un biker, un Hell’s Angel che serve al banco.

Mi sdebito subito e sgancio 5 dollari di mancia scusandomi ma chiedendogli di usare quei 5 dollari per bere una birra alla mia salute. Il suo comportamento cambia come se fossimo “fratelli” da una vita. Mi risponde: “Allora puoi tornare quando vuoi”. I due musicisti, intanto, improvvisano per oltre due ore.

 

L'effetto "fumetto" è frutto di una modifica...Ma l'effetto "blues" è assolutamente originale!
 

Qualcuno balla, altri cantano, tutti bevono, nessuno (forse) pensa, almeno per qualche ora. Noi torneremo in Europa domani, eppure ci resta ancora qualcosa da vivere.Se avete intenzione di sfidare la vostra glicemia, infatti, il Tommy's Joynt è il ristorante giusto per voi. Qui le porzioni sono talmente abbondanti che i vassoi debordano. Si possono scegliere diversi piatti del giorno, una serie notevole di contorni e, soprattutto, di carni. Abbinato a uno (o più) cocktail, il vostro pasto potrebbe richiedere diverse ore per essere digerito. 

 

30 aprile 2019, San Francisco

Il quartiere latino di Mission è un altro mondo. Assai esteso, ancora più “isolato” rispetto a quello italiano o cinese. San Francisco, ricordiamolo, fu una città sottratta al Messico dopo la guerra contro gli Stati Uniti nel 1848. Eppure il quartiere di Castro, uno dei teatri più caldi delle lotte di Milk, si trova qui.

È difficile capire se, tra queste strade, Stati Uniti e Messico si incontrano o si scontrano. Certamente, però, si confondono ma non si fondono. Oltre al caldo che sembra ricordarci quasi il cofine di Tijuana, infatti, cambiano i colori. Qui tutto brilla, dai murales alle pareti. Le chiese sono bianche e le strade sembrano quasi confondersi con l’afa in una sorta di miraggio desertico.

 

Uno dei tanti murales sparsi per Mission
 

Si tratta di un’altra delle tante declinazioni che una città come San Francisco, al pari di Berlino, può assumere. Diversi mondi in un solo micro-cosmo. Così, ci imbarchiamo alle 16,30 (ora locale). Viaggeremo durante la notte e saremo a Oslo in tarda mattinata.

Mi sentirò a casa soltanto quando potrò intravedere le coste dell’Islanda e i fiordi norvegesi. Sarà la mia “Melegnano artica”, come quando si torna a Milano dopo le vacanze. Eppure sento che tornerò, sia negli Stati Uniti, sia in California.

 

Epilogo

Sapevo che esistesse il mal d’Africa, ma non il mal d’America. Provo un sentimento di nostalgia che non riesco a spiegare. Mi affascina l’America delle origini, irrequieta e curiosa, sommersa tra i nomi antichi delle vere popolazioni locali che giunsero sin qui in epoche assai remote. Mi diverto a immaginare un incontro tra vichinghi e nativi americani e, allo stesso tempo, fatico a escludere che le condizioni climatiche e qualche rapida guerra, abbiano spinto i navigatori nordici a tornare in Europa. 

Mi piace guardare attraverso la “genetica” degli americani che furono irlandesi, italiani, tedeschi, scandinavi, ma anche africani e, soprattutto, pellerossa. Guardo, insomma, a quell’America indomabile  dei pionieri, ma anche a quella dei politici corrotti e degli scrittori alcolizzati che, in qualche sperduto angolo del continente, potrebbero avere ancora qualcosa da dirci.

Fabio

 

I migliori hashtag californiani

#uptowngirls

#lanote

#150Berkeley

#creole

#theopal

#clipper

#norwegian

#sanfranciscobayblues

#californiadreamin'

#soulman

#carnedialligatore

 

Il diario precedente...

Primavera 2019 - "Mediterraneo baltico"