Allenarsi al pensiero complesso, riflettendo sui colori

postato da Petra Dal Santo - KEA s.r.l. [09/07/2020 17:17]
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Invito alla lettura di Alice Barale, Il giallo del colore: un'indagine filosofica, Jaca Book, Milano, 2020

Secondo la definizione proposta da Luciano Floridi, filosofiche sono le domande che ammettono più di una risposta, ovvero le domande ragionevolmente reiterabili, aperte al dissenso informato e onesto. Per affrontare questo tipo di problemi sono necessarie risorse non solo empiriche e logico-matematiche, ma anche semantiche e noetiche, poiché le risposte non sono oggetto di scoperta, ma vanno modellate e costruite, contestualizzandole rispetto a un senso e a un fine.

Leggere il libro di Alice Barale è come scoprire con stupore aspetti inediti di un parente che pensavamo di conoscere bene.
Da secoli scienziati di varie branche, pensatori e artisti si arrovellano intorno alla domanda "che cos'è il colore?", producendo risposte che non solo propongono soluzioni, ma pongono anche nuovi interrogativi, mantenendo aperto il quesito.
Il giallo del colore, oltre a essere una lettura molto coinvolgente - perché scopriamo che i colori, così familiari, sono fonte di profondo spaesamento -, è anche un ottimo allenamento alla pratica delle domande aperte, prezioso in ambito lavorativo per affrontare in modo più efficace problemi complessi. Una bella lettura per le vacanze!

"Secondo recenti studi, gli esseri umani sono in grado di distinguere circa due milioni di sfumature di colore".
"I "termini-base per i colori" variano dagli undici di molte lingue europee ai due o tre delle lingue non scritte proprie di diverse popolazioni non industrializzate".
"Le parole che gli antichi Greci usavano per indicare i colori non coincidono con le nostre": "curiosamente ... nella narrazione epica il cielo può essere grande e ampio, stellato, di ferro o bronzo, ma non è mai blu" (Maria Michela Sassi, I colori dei Greci http://www.tuttomondonews.it/colori-dei-greci/)
"Lo stesso oggetto ... può apparire verde sotto una certa luce e marrone in altre condizioni di illuminazione, o arancione per qualcuno e rosso per altri. Le variazioni non riguardano soltanto individui con particolari problemi visivi, ma si danno anche fra soggetti "normali"".
"I piccioni ... sembrano percepire come diverse coppie di colori che noi percepiamo come uguali, e risulta difficile immaginare i colori che un piccione effettivamente vede".
"Nonostante il numero dei "termini-base per i colori" possa variare considerevolmente da una lingua all'altra, il modo in cui i confini tra i colori vengono posizionati è sorprendentemente simile".

Già questa piccola galleria di citazioni tratte dal libro di Alice Barale ci fa percepire due aspetti apparentemente contraddittori con cui l'indagine sul colore fa i conti:

  • Instabilità. Fisiologia e linguaggio, spazio e tempo, specie e contesto sono solo alcuni dei fattori che rendono il colore una caratteristica più variabile di quanto non crediamo abitualmente
  • Legalità. Viceversa, spostando l'attenzione dal colore singolo al sistema colore, ne cogliamo la grammatica interna, che regola con precisione i rapporti di somiglianza e opposizione tra i colori.

 

Il colore è irreale o reale?
Dipende dal soggetto percipiente o dalle caratteristiche dell'oggetto o dalla relazione fra le parti?
Che ruolo giocano le variabili ambientali, storiche, culturali e personali?
È la percezione a influenzare il linguaggio o viceversa? Oppure il rapporto fra percezione e linguaggio è circolare?
Forse l'unica certezza è che il colore ci sfugge, finché lo indaghiamo da un punto di vista solo quantitativo (scientifico) o solo qualitativo (percettivo). Ci richiede un approccio plurale, che implica l'accettazione attiva della mancanza di un fondamento stabile e la conseguente necessità di negoziare risposte contestuali allo spazio semantico di appartenenza e allo scopo per cui sono formulate.

Leggendo Il giallo del colore ci accorgiamo che la capacità di pensare sull'abisso è una conquista recente.

Nei primi due capitoli Alice Barale ripercorre le lotte di scienziati e pensatori contro l'essenza instabile dei colori.
Gli eliminativisti li liquidano, negando che siano caratteristiche degli oggetti fisici.
I relazionalisti ammettono la realtà del colore, facendola però slittare dalla sfera fisica dell'oggetto a quella fisiologica dell'osservatore. Il colore appare nella relazione fra un oggetto e un determinato osservatore in determinate condizioni. Una posizione interessante, poiché fa scaturire la percezione del colore dall'azione senso-motoria della persona all'interno dell'ambiente, azione guidata anche dalle sue aspettative vitali.
I fisicalisti ipotizzano l'esistenza di caratteristiche fisiche dell'oggetto (per esempio il modo di riflettere la luce), indipendenti dall'osservatore, ma che ne causano la percezione del colore, pur ammettendo la produzione di effetti diversi su tipi di osservatori diversi.

Il cosiddetto realismo ingenuo, tutt'altro che semplice, prende le mosse dal disagio nei confronti di un'entità, che ci restituisce un'immagine che non è né solo quantitativa, né solo quantitativa. Ricorrendo al concetto di sopravvenienza (la proprietà A sopravviene sulla B, se sorge sulle basi di A, ma non vi è né contenuta né inclusa), il realismo ingenuo disegna un modello in cui le caratteristiche fisiche, quantitative, dell'oggetto non causano la percezione dell'osservatore in modo meccanicistico e necessitante, ma "fanno la differenza" rispetto all'effetto qualitativo.

Nel terzo capitolo lo scenario si complica ulteriormente, poiché Alice Barale punta l'attenzione non più sull'essenza del colore, ma sui suoi effetti, cioè sul valore spirituale che gli attribuiamo e che, in base alle interpretazioni, pare svincolato da variabili storiche, culturali e personali (perché il valore simbolico sarebbe connaturato al colore) oppure correlato a tali variabili (perché il colore, prima ancora che natura, sarebbe cultura, cioè concetto astratto e parola).
L'autrice scrive pagine affascinanti su due esperienze di soglia: la sinestesia e i fuochi d'artificio.
Vivere queste esperienze ci fa balenare il pensiero del colore come entità al tempo stesso reale e indipendente da noi, non intenzionabile e sorprendente, indeterminata e in attesa di prendere forma nella parola e nella memoria, impossibile da pensare in sé, ma solo nella sua emersione alla coscienza e al linguaggio, dove ottengono una connotazione qualitativa.

Alice Barale dedica al colore come parola l'ultimo capitolo, che ruota intorno al pensiero di Ludwig Wittgenstein e al suo passo decisivo verso l'assunzione positiva dell'assenza di universalità nell'ambito dei colori.
In Wittgenstein è centrale non il singolo colore, ma i colori come sistema, come grammatica, la cui funzione è aprire all'osservatore la via verso ciò che è possibile nel mondo dei colori, nell'ambito dei rapporti legali di somiglianza e opposizione.
La grammatica dei colori, in quanto via verso il possibile, supporta l'elaborazione di un numero indefinito di sistemi cromatici, tutti ugualmente non necessari e imprevedibili, e proprio per questo tutti ugualmente ammissibili.
Seguendo Wittgenstein, l'autrice compone il contrasto fra legalità e variabilità dei colori: intesa come apertura del possibile, non come fondamento universale, la legalità permette l'emersione, nello spazio e nel tempo, di sistemi cromatici le cui "differenze e variazioni non ostacolano la possibilità di comprenderci. Non perché esista un verde (o un rosso) universale, al di là delle oscillazioni soggettive ... ma al contrario proprio perché non esiste".

Una lezione importante sulla legittimità del pluralismo che scaturisce dalla negoziazione su un terreno comune.