Sharing economy B2B: come le aziende condividono e collaborano per diventare pi├╣ competitive

postato da Petra Dal Santo - KEA s.r.l. [22/10/2013 15:42]
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Paolo Preti e Raffaello Vignali curano un interessante libro sulle reti di impresa e sui contratti di rete, strumenti per migliorare la competitività internazionale delle PMI italiane, senza snaturarle (Paolo Preti e Raffaello Vignali a cura di, Con-correre per competere. Le reti di impresa tra territorio e globalizzazione. Da un'indagine della Fondazione Costruiamo Il Futuro, Gruppo 24 Ore, Milano, 2013)

"Eravamo un paese grande in un mondo piccolo e ci siamo trovati a essere un paese piccolo in un mondo grandissimo".

In un contesto dinamico, caratterizzato da elevata incertezza e innovazione costante, le reti di impresa e la loro formalizzazione nella tipologia giuridica dei contratti di rete sono uno strumento per migliorare la competitività delle PMI (piccole e medie imprese) italiane sui mercati internazionali, poiché sembra permettere alle aziende di tenere insieme i vantaggi dell’essere grandi e dell’essere piccoli.

Come nodi della rete le aziende diventano grandi, superando le debolezze proprie delle PMI:

  • Fanno massa critica creando sinergie
  • Mettono in comune risorse (umane, immateriali e materiali) per avviare progetti di ricerca e sviluppo, nonché di innovazione di prodotti, processi e servizi che non sono alla portata delle singole imprese
  • Riducono il time-to-market di nuovi prodotti e servizi, aumentando la possibilità di raggiungere il mercato prima che l'idea sia sfruttata da competitor o risulti obsoleta
  • Si propongono come interlocutori unici a fornitori, partner e rivenditori (in particolare esteri), finanziatori e clienti, rafforzando la loro posizione contrattuale
  • Possono destinare più risorse al marketing, a incrementare la visibilità e riconoscibilità di marchi e prodotti
  • Rafforzano la loro capacità produttiva.

Grazie al networking le aziende mantengono però anche i vantaggi del “piccolo”:

  • Autonomia
  • Flessibilità
  • Costi fissi contenuti e comunque inferiori a quelli che comporterebbe la gestione di un'impresa di grandi dimensioni.

Reti di impresa e contratti di rete, questa la conclusione cui giungono Paolo Preti e Raffaello Vignali, permettono alle PMI di diventare grandi pur restando piccole, rendendole internazionalmente più competitive: più export, più partecipate estere e più brevetti sono i risultati osservati.

Ad aprile 2013 sono state registrate 764 reti di impresa che coinvolgono 3.900 aziende.

I contratti di rete, che rappresentano la formalizzazione di una spinta dal basso, sono inquadrati in particolare dalle leggi 33/2009 e 122/2010, dal decreto di legge 78/2010 (che prevede la sospensione d'imposta relativamente alla quota di utili accantonata per realizzare gli investimenti previsti dal programma di rete), dalla legge 180/2011 (che agevola i rapporti fra reti di impresa e pubblica amministrazione nel contesto di bandi e gare) e dalla legge 179/2012 (che permette a una rete di imprese di configurarsi come soggetto giuridico).

I contratti di rete di collocano quindi nell’alveo di altre aggregazioni fra imprese, informali, formali o patrimoniali. Eccole in dettaglio:

  • Informali
    • Subfornitura: le reti di subfornitura hanno una connotazione verticale, che si diparte dall’azienda capofila, e prevedono in genere minore tutela e partecipazione da parte dei subfornitori
    • Distretto: sono fondate sulla concentrazione territoriale di aziende specializzate in singole fasi del processo produttivo di un singolo settore
  • Formali:
    • Consorzi: implicano la delega di alcune funzioni alla parte terza rappresentata dal consorzio
    • ATI (associazione tempotanea di impresa): hanno un orizzonte temporale limitato e sono spesso finalizzate alla mera partecipazione a bandi
  • Patrimoniali
    • Joint venture e holding: implicano la perdita di autonomia delle parti e privilegiano aspetti manageriali e organizzativi a cui le PMI sono meno avvezze.

A livello europeo il contesto normativo di riferimento è lo Small Business Act (2009 e 2011) a favore della collaborazione fra PMI europee e l’Enterprise Europe Network, una rete di 600 organizzazioni in 50 paesi (camere di commercio e dell'industria, poli tecnologici, università e agenzie di sviluppo) con l’obiettivo di aiutare le aziende a trovare partner internazionali, sviluppare prodotti e servizi innovativi, accedere a finanziamenti, ecc.

Sebbene non fondate sull’uso di servizi digitali collaborativi, le reti di impresa presentano alcuni tratti comuni con la sharing economy:

  • Presuppongono la fiducia fra le parti
  • Sono agevolate dalla figura di un promotore che si mette in gioco in prima persona
  • Privilegiano la condivisione, la collaborazione, l’accesso e lo scambio con altre aziende ed enti, anziché l’internalizzazione di tutte risorse
  • Perseguono l’obiettivo di essere più produttivi con meno risorse, o meglio: mettendo in comune e sfruttando appieno quelle disponibili
  • Presuppongono la propensione alla gratuità, o meglio: a investire nell’immediato, avendo fiducia in un ritorno, più o meno diretto, a medio termine. Ecco perché i curatori sottolineano ripetutamente, che i contratti di rete, non è uno strumento per salvare aziende in difficoltà, ma per rendere più competitive aziende già ben posizionate sul mercato
  • Usano le tecnologie web e mobile per svincolare dal territorio la ricerca dei partner, focalizzandosi sulla sinergia delle competenze.

Particolarmente interessante, anche perché basata su numerosi casi studio, la mappatura che Preti e Vignali fanno dei principali obiettivi che le imprese perseguono mediante i contratti di rete:

  • Scambio di conoscenze anche multidisciplinari
  • Ricerca e sviluppo, innovazione di prodotti, servizi e processi, prototipazione
  • Crescita, attraverso lo sviluppo di massa critica
  • Progettazione, produzione e distribuzione di sistemi integrati di prodotti e servizi per proporsi come interlocutore unico nei confronti del cliente
    • Dagli anni Novanta in poi i clienti, preferiscono rivolgersi, anziché a tanti piccoli fornitori, a fornitori di sistema, system supplier, che possono essere aziende di grandi dimensioni o reti di imprese. Per il cliente, rivolgersi a un network presenta numerosi vantaggi: elevata specializzazione dei nodi, integrazione tra le fasi del multi-processo, flessibilità, riduzione dei tempi e costi di produzione e di logistica/trasporto. Queste peculiarità emergono con forza dai casi studio di Diconet (settore delle macchine automatiche) e Infrabuild (settore edile)
  • Rafforzamento del potere contrattuale nei confronti di fornitori, partner e rivenditori
  • Agevolazione dell’accesso al credito, grazie alla valutazione del progetto di rete (con UniCredit come banca pioniera in questo contesto)
  • Internazionalizzazione della distribuzione e della produzione per l'accesso facilitato a mercati locali, anche grazie all'accordo con partner locali
  • Promozione integrata di prodotti e servizi
  • Aumento della capacità produttiva, senza incrementare i costi fissi e rimanendo flessibili
  • Razionalizzazione delle risorse attraverso economie di scala e di scopo
  • Beneficio di tariffe intercompany
  • Sviluppo di funzioni alla portata delle singole aziende.

I curatori rilevano inoltre che le aziende più predisposte a fare rete

  • Non sono in concorrenza diretta fra loro
    • Si tratta perlopiù di aziende molto specializzate, complementari che, unendosi in modo formale, con garanzie reciproche, riescono a sviluppare prodotti e servizi di sistema. Le aziende offrono prodotti e servizi sia come nodo della rete, ma anche direttamente al mercato come realtà indipendenti. I casi studio di Diconet e Infrabuild presentano proprio questo tipo di reti orizzontali
    • Anche nel caso dei network verticali, come Rete di imprese del biomedicale (RIBES), le aziende non sono concorrenti. RIBES, per esempio, unisce la capofila (Esaote S.p.A.) e 13 fornitori. L’obiettivo di questa rete, come delle analoghe reti di Gucci, è migliorare la competitività della filiera (scambio di conoscenza; programmi comuni di formazione, ricerca e sviluppo, certificazione; migliori condizioni di acquisto; accesso al credito facilitato) per ottenere vantaggi economici per l'azienda capofila
  • Sono knowledge intensive, per esempio nei settori medicale e farmaceutico, della produzione di macchinari e apparecchiature, dell’arredamento, ecc.

Rispetto alle aziende europee quelle italiane sono meno propense a instaurare collaborazioni internazionali, a collegarsi a enti di ricerca (cioè a dare vita non solo a reti industry-industry, ma anche industry-academy) e a coinvolgere aziende di grandi dimensioni.

Si tratta quindi di aspetti sui quali far crescere le reti di impresa italiane.