Piccolo racconto: ARANCIONE

postato da Morandi Marco [29/09/2010 16:11]
Non sempre, compiere il proprio dovere, appaga il senso di prostrazione che ci assale nell'eseguire ciò che per tutti è giusto. Chi compie quel sacrificio è sempre sia eroe che carnefice.
Quando partì, nel suo corpo, non c'erano né sonno, né fame, né sete, ma solo un concentrato estremo di euforia e adrenalina. Neppure la bocca gli si impastava come ormai da tempo faceva dopo che il suo corpo aveva, per tutta la notte, combattuto la sbronza serale. Paul Tibbets era salito sul mezzo come se fosse stata una missione normale; una delle migliaia fatte fino ad allora. La sua specialità era la meteorologia. Quel giorno però il suo compito non era quello di sempre; quel giorno era speciale. A sua insaputa, quel giorno, lui ed il suo equipaggio, sarebbero entrati nella storia. Da quando era in viaggio, aveva il sole negli occhi. Gli occhiali in dotazione gli davano fastidio, quasi un prurito, quasi gli falsassero il colore arancione intenso del sole. Preferì pilotare in quel colore facendosi avvolgere dai raggi dell'alba. A Paul era sempre piaciuto partire quando era sempre buio per assistere a quello che lui chiamava il miracolo della rinascita: l'Alba. Arancione puro! Non quell'arancione che virava al rosso come accadeva nel tramonto, ma arancione puro. Aveva assistito molte volte anche al miracolo del riposo, appunto il tramonto, ma quell'evento gli dava tristezza. Il sole piano piano calava spegnendosi o dietro un monte o infondo al mare e la bocca di Paul sopperiva a quella mancanza di calore con del rum. Neppure lui sapeva quante bottiglie di rum invecchiato 12 anni aveva bevuto; sapeva solo che erano tante. La sua prima moglie Lucy, lo avrebbe lasciato pochi anni dopo proprio per questo problema, ma lui non riuscì mai, nella sua vita, a redimersi dall'atto. Poi, con la stessa velocità in cui il tramonto lo spegneva, l'arancione dell'alba lo risvegliava. Tutte le mattine, la testa doleva, ma gli bastava tuffare gli occhi in quel colore per riprendere a vivere senza fastidi. Era il 6 agosto di molti anni fa. Qualche turbolenza lo aveva destato dal pensiero della missione riportandolo, prepotentemente, alla realtà: virata di 4° e leggera discesa per stabilizzare l'aereo. Il tempo, quel giorno, era variabile. La missione doveva essere svolta qualche giorno prima ma, il maltempo, aveva rinviato tutto. Il giorno prima, il colonnello Paul Tibbets aveva ribattezzato l'aereo con il nome della propria madre, Enola Gay, mandando su tutte le furie il generale. Mentre ripensava al ghigno del suo superiore, il copilota Robert Lewis gli riportò l'attenzione sull'approssimarsi dell'obiettivo. Eccola! La città di Hiroshima sotto di loro dormiva ignara del proprio destino continuando a cullare i propri cittadini nel loro letto. Alcuni minuti dopo, il colonnello ordinò, al bombardiere Thomas, lo sgancio della bomba: Little Boy. Tutti sapevano che la potenza della bomba atomica che avevano lanciato sarebbe stata di gran lunga più grande delle altre, ma nessuno di loro, avrebbe potuto immaginare la realtà. La bomba volò senza nessun controllo per circa 2 minuti e mezzo ed arrivata all'altezza di 580 metri esplose. Paul timoroso di ciò che aveva appena fatto, non guardò in basso come tutti i presenti nell'aereo; lui guardò il sole arancione quasi a chiedergli perdono. Il boato udito, fu come un urlo di Dio e, prima ancora di toccare terra, riuscì a vuotare i corpi dell'equipaggio dell'Enola Gay della loro anima. Soltanto Paul vide mescolare la vampata della forza esplosiva con quella del sole, quasi a volerlo oltraggiare, ma troppo lontano, lui, per preoccuparsi di un piccolo foruncolo sulla Terra. In un istante, l'energia di 60 kg di uranio 235, distrusse l'energia vitale di 80.000 persone che non ebbero neppure il tempo di chiedere, al proprio Dio, il perdono di essere uomini. Le loro essenze si alzarono in volo verso il puro colore arancione di quell'alba che non ebbero la fortuna di vivere. Mentre gli occhi di Paul erano ancora a cercare delle scuse nel colore del sole, la sua ragione percepì in un attimo il loro passaggio e le loro preghiere. I brividi, gelarono le lacrime, le radiazioni si impadronirono della città come un tiranno longevo. Il mondo smise di respirare e la vergogna infranse ogni angolo di qualsiasi essere vivente escluso i generali, i colonnelli ed i capitani. Quel giorno le lacrime della rugiada bagnarono tutti tranne le divise degli ufficiali: troppo sporche per essere toccate. Paul e gli altri tornarono alla base senza rendersi conto di come aver fatto; senza rendersi conto di ciò che avevano fatto. Scesero dall'aereo e si dispersero in silenzio. Non c'era ragione di gioire, non c'era ragione di disperarsi, c'era soltanto la certezza di un grande terrore. La notte venne, una bottiglia di rum incrementò il numero di quelle bevute da Paul che, senza chiudere gli occhi, rimase fuori ad aspettare l'alba; ad aspettare il momento della rinascita. E, nonostante l'incuria dell'uomo, essa, come sempre, arrivò.