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2 storie eroiche

postato da Diego Fontana [26/11/2009 10:55]

KIEV, 50°27’ N 30°30’ E


Il pensionato attraversa la strada trascinando a fatica una pompa a staffa, tutta arrugginita. Si ferma spesso durante il tragitto, appoggiandosi all’arnese come fosse un curioso modello di bastone da passeggio; difficile stabilire chi sia il più vecchio dei due.
Un’auto frena di colpo. La signora bene dà due colpi di clacson, guardandolo come si guarda un bambino scoperto nel mezzo di una marachella.
Finalmente raggiunge una panchina ai margini del marciapiede. Si siede per rifiatare, tenendo una mano sul manubrio della pompa. Osserva le automobili incastrarsi tra loro, occupando ogni centimetro di quel fazzoletto d’asfalto, come in uno sconclusionato balletto di metallo, in cui il rumore si è sostituito alla musica.
Quando si rialza, un po’ rinfrancato, estrae dal borsello sgualcito un gran catenaccio di ferro – chissà poi come faceva a stare tutto lì dentro? – si china e comincia a trafficare attorno al piede della pompa. Deve costargli una gran fatica, perché si rialza spesso durante il lavoro.
Di tanto in tanto qualcuno si ferma a osservarlo. Persino un automobilista accosta, inserendo le quattro frecce. Quando finisce c’è già un piccolo capannello di persone che osserva quella misteriosa e indecifrabile opera d’arte: una vecchia pompa da bicicletta incatenata a una panchina. Incurante di tutti gli sguardi si dilegua in quel serpente di auto con un passo leggero, che sembra quasi non sfiorare l’asfalto.
Le persone non sanno bene cosa pensare, esitano ad avvicinarsi.
Si fa largo un bambino, spingendo a piedi una mountain bike quasi nuova.
-Proprio quello che mi serviva- dice infilando il beccuccio della pompa nella gomma sgonfia della bicicletta. Anche un distinto signore prende coraggio, e gonfia le gomme della sua bicicletta. Poi è la volta di un altro, e un altro ancora.
Ora che è dall’altra parte della strada, il vecchio si gira a contemplare la scena: lui, che ha passato la vita intera a rifornire automobili, si sentiva in dovere di regalare un po’ d’aria alla città.

Storia ispirata a fatti realmente accaduti.

 

 

MELEGNANO, 45°22’ N 9°19’ E


La piscina sorge in un quartiere di periferia a nord del paese. I proprietari sopravvivono da anni tra minacce, furtarelli, piccoli atti di vandalismo, ma non si decidono a chiudere: nonostante le frequentazioni poco raccomandabili, quel luogo rimane uno dei pochi centri di aggregazione in tutto il quartiere. Senza la piscina, i gestori lo sanno bene, molti ragazzi trascorrerebbero i loro pomeriggi in strada. Ma in piscina ci sono dei bulli extracomunitari, che rendono la vita difficile agli altri bagnanti: schiamazzi, rifiuto di indossare cuffie, partite di calcio tra i bagnanti. A poco sono valse le imposizioni dei bagnini e la gente comincia a non poterne più.
-Ci pensiamo noi- dice una mattina Detar, un ragazzo albanese che vive in quel quartiere.
È immigrato in Italia da una decina d’anni e dopo i primi tempi si è saputo sistemare.
-L’associazione che ho fondato– spiega ai proprietari– raccoglie una trentina di immigrati da ogni parte del mondo: serbi, magrebini, siriani… promuoviamo attività d’integrazione: alcuni di noi possono dare una mano qui, e nel frattempo questa attività aiuterà loro a integrarsi in Italia.
-Sareste una sorta di vigilantes?

-No, niente divise, né pistole. La nostra arma è il dialogo. Certe volte i ragazzi difficili ascoltano più volentieri uno come loro, che capisce i loro problemi, che magari ha vissuto le loro stesse difficoltà.
Ben presto quattro di quei ragazzi, tra cui Detar, vengono assunti in piscina. Usano parole invece di divieti, inventano attività costruttive anziché reprimere, a poco a poco l’atmosfera della piscina diventa serena e vivibile. Lavorando sodo, giorno dopo giorno, dimostrano con i fatti quello che a parole non è sempre facile capire: collaborando, italiani e stranieri possono fare molto. Anche in materia di sicurezza.


Storia ispirata a fatti realmente accaduti, Detar è un nome di fantasia.