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26 marzo 2009 - Milano - Casa della Cultura - Via Borgogna 3 L'attesa del lavoro è per i giovani una fase cruciale. Mi è capitato di accompagnare e cercare di guidare tanti giovani in questa fase delicatissima, cogliendone le attese, le speranze, le trepidazioni, gli scoraggiamenti, le speranze. In fondo è proprio con il lavoro che, nella nostra società, il giovane entra nell'età adulta. Non si tratta, quindi, di un tema solo economico, ma morale, un tema di identità. L'attesa del lavoro è anche l'attesa di scoprire realmente la propria identità, di misurare la propria forza. Vi sono periodi storici nei quali questa attesa diventa più ansiosa e quello che stiamo vivendo è uno di quelli. Recenti ricerche hanno evidenziato che la preoccupazione per il posto di lavoro è diventata, pere gli italiani, la preoccupazione maggiore, più della sicurezza, più della sanità. Ciò è comprensibile di fronte alla realtà della crisi che è certamente grave e che viene esaltata da un martellamento mediatico spesso esagerato. Credo però che sia utile sviluppare la nostra riflessione, senza farci condizionare dall'attuale crisi economica, anche se sulla stessa ritornerò.
La parola "attesa" è un intervallo ha detto Salvatore Veca. L'attesa, mi diceva Ermanno Olmi (con il quale ho discusso il tema, prendendo lo spunto dal suo straordinario film: Il posto (1962) che trattava proprio l'attesa del posto, e forse c'è una differenza tra l'attesa del lavoro e l'attesa del posto) non deve mai essere statica, passiva. L'attesa è aspirazione, speranza, volontà, tensione, è prepararsi ad una nuova fase della propria vita, quindi è anche movimento e non stasi. Quindi, per ricollegarmi ancora a Veca, il tempo dell'attesa del lavoro è un intervallo potenzialmente carico di valore o disvalore. La parola attesa del lavoro può dunque assumere un doppio significato.
Quello di preparazione del passaggio verso un nuovo mondo, quello del lavoro, quello che rende adulti, quello della pienezza di se, della conquista dell'autonomia economica dalla famiglia, quello dell'avvio di un impegno sistematico, quello dell'ingresso nell'epoca della responsabilità. E questo è un significato bello e commovente, alimentato come è da paure, trepidazioni, speranza, determinazione, tensione positiva. E', sempre per usare i concetti di Veca, un desiderio categorico.
Ma la parola: attesa del lavoro, può assumere anche un significato non positivo: quello dello stare fermi ad aspettare che qualcuno ti dia un lavoro, quello del lavoro come elargizione; del lavoro come diritto. Ed, in effetti, l'art. 4 della Costituzione riconosce a tutti i cittadini "il diritto al lavoro". Ma, al contempo, stabilisce che ogni cittadino "ha il dovere" di svolgere un'attività o una funzione che concorra al "progresso materiale e spirituale della società". Dunque il lavoro è un diritto che va conquistato. L'attesa passiva va respinta, perché è un atteggiamento perdente e penalizzante, diventa, nel linguaggio di Veca, un desiderio ipotetico, che da agenti morali ci trasforma in pazienti morali. Lavoro come qualcosa di dato, come un'elargizione, come una fortuna, è la concezione che ho riscontrato particolarmente diffusa nei giovani delle aree afflitte da un alto tasso di disoccupazione giovanile endemica e stabilizzata. Un endemico stato di disoccupazione rende intere generazioni di giovani stanchi e sfiduciati, bloccati in un ‘attesa passiva. Il lavoro da desiderio categorico diventa desiderio ipotetico. Bisogna, invece, cercare di spiegare ai giovani che più che attendersi il lavoro, essi lo devono ricercare, progettare, creare. Attraverso lo studio, il tirocinio, la volontà, la creatività, possono e debbono diventare co-creatori del proprio lavoro, così come devono essere co-creatori dell'intera propria vita. Lo devono volere, ricercare, creare il lavoro. Allora l'attesa diventa colma di sfida, di energia, anche di rabbia (molto preferibile all'apatia), di speranza e non di timore, sfiducia, passività. C'è un passaggio molto bello dell'intervento di Veca quando, rifacendosi a Spinoza, parla del senso di incompletezza e della passione dell'incertezza come alimentatori della speranza e aggiunge: "Tuttavia sono convinto che non dovremmo mai dimenticare, neppure nei casi in cui le persone sono convertite nello stato di meri pazienti il fatto che si tratta pur sempre di persone che sono state o potranno essere agenti. E che esse sono persone che hanno vissuto una vita piena di desiderio di futuro e che potrebbero tornare a provare la passione d'incertezza di cui ci parla Spinoza". Quanti giovani ho visto caduti nello stato di pazienti morali da un'attesa troppo lunga e passiva, trasformarsi in agenti e rimpossessarsi della propria speranza, del proprio desiderio di futuro. E che gioia quando si sente di avere dato un piccolo contributo a questa trasformazione.
Quando svolsi un ruolo determinante nella fondazione della libera Università Carlo Cattaneo di Castellanza, lanciai un motto che orientò i primi studenti: "l'Università è già lavoro". Era un invito ai giovani a utilizzare gli anni dell'Università per iniziare a costruirsi un proprio tragitto; ad affrontare lo studio con la stessa serietà necessaria per un lavoro; a non lasciarsi soffocare però dai libri ma a vivere una vita piena, ricca di stimoli, di curiosità, di opportunità, di speranza. Naturalmente il motto non era fine a se stesso. Intorno allo stresso creammo una serie di funzioni, attività, aiuti, tutoraggi, stimoli culturali, intense attività sportive per aiutare gli studenti a muoversi nella direzione indicata e suggerita. E' sempre fondamentale essere coerenti tra le parole e i fatti. Fu una bella esperienza sia per me che per quei giovani, che ancora oggi la ricordano con riconoscenza.
Non vorrei essere frainteso. Io sono contrario a scelte premature imposte ai giovani che, in assenza di una vocazione molto spiccata, si sentono premuti, costretti, ingabbiati anzitempo. Stimolare i giovani a ricercare il proprio lavoro, ad ascoltare i segnali, a vivere un'attesa attiva e creatrice non vuol dire imporre questa o quella scelta prematuramente. Io penso anzi che i giovani debbano vivere l'approccio al lavoro con molta flessibilità ed essere aperti a tutte le possibilità, anche superando il tracciato del proprio curriculum scolastico. L'attesa e la ricerca del lavoro deve essere aperta, perché in realtà essa è un passaggio della ricerca, della costruzione della propria identità.
In una conversazione con Veca successiva al suo intervento e centrata sul mio tema dell'attesa del lavoro, Vega ha osservato che da desiderio categorico l'attesa del lavoro può cadere nella sfera dei desideri ipotetici, a causa della delusione che il giovane può provare nel trovarsi in un lavoro di scarsa qualità. Su questo punto non sono molto d'accordo con Veca. L'obiettivo di entrare nel mondo del lavoro, di potersi cimentare resta un obiettivo ed un valore in se, a prescindere dalla qualità del lavoro. Il mio primo incarico specifico fu di correttore di bozze. Non mi sentii umiliato o scoraggiato. Mi interessava, comune, essere entrato in quella organizzazione. Mi sembrò naturale che assegnassero a me, ultimo arrivato, un lavoro apparentemente umile ma non inutile perché la qualità della correzione di bozze contribuiva alla qualità della rivista edita da quella organizzazione e che contribuiva alla sua reputazione. Nel frattempo leggendo tutti quegli articoli avrei imparato molte cose. Perciò mi impegnai seriamente nella correzione di bozze. Avrei fatto vedere il mio valore e mi avrebbero, così, affidato incarichi più impegnativi. Molti giovani si sentono scoraggiati quando i primi incarichi non sono all'altezza delle loro aspirazioni. E' un atteggiamento morale e professionale sbagliato.
Fissato dunque il punto centrale che la partita dell'attesa del lavoro e della sua ricerca attiva è una partita prevalentemente del giovane, è una sua storia personale, una sua ricerca di identità, una sua responsabilità, non possiamo non porci la domanda: ma la nostra società aiuta od ostacola questa attesa, questa ricerca, questo disvelarsi?
La risposta non lascia adito a dubbi: la nostra società, superficialmente giovanilista è, in maggioranza, ostile ai giovani, non aiuta ma ostacola la loro attesa. Non mi è possibile analizzare qui, per ragioni di tempo, questo tema, che è già stato oggetto di molte analisi approfondite: gerontocrazia imperante, lentezza delle carriere, nepotismi, familismo amorale (che Edward C. Banfield analizzò come caratteristica del meridione nel suo "Moral Basis of a Backward Society" del 1958 e che ora è diventata dominante in tutto il paese), cosche ristrette che dominano intere professioni (pensiamo ai notai ed alla vergogna nazionale che è diventato il loro concorso di ammissione e connesse procedure di correzione dello stesso), inaccettabile sfruttamento economico (pensiamo a come sono trattati e umiliati i giovani medici ospedalieri che pure sono essenziali per il funzionamento dei nostri ospedali o a come è difficile la gavetta per i giovani avvocati e architetti che non possono contare sullo studio del padre), mancanza di rispetto per la persona, abusi di potere, scarsissima mobilità sociale, retribuzione del lavoro fermo a quindici anni fa come ha dichiarato il governatore della Banca d'Italia alla recente assemblea ABI, politica sindacale guidata solo dalla esigenza di proteggere chi è dentro la cittadella, sistematica penalizzazione dei giovani nel ridisegno di tutte le questioni previdenziali, sistematica penalizzazione, in modi spesso subdoli e occulti, delle donne e della loro partecipazione al lavoro, improprio utilizzo degli anziani che, in coerenza con il principio, spesso ripetuto, della longevità come risorsa, possono essere di aiuto e guida ai giovani non contrapponendo gli uni agli altri ma integrandoli in posizioni complementari. L'elenco è lungo e potrebbe diventare ancora più lungo,
Mi soffermerò solo su un aspetto che, di solito, non è considerato come meriterebbe, e che invece è uno di quelli che più ci dovrebbe preoccupare: stiamo spingendo i giovani ad essere conformisti. Mentre, nei convegni, predichiamo creatività, imprenditorialità, fantasia, nei comportamenti pratici, (nelle selezioni, negli indirizzi di lavoro, negli inquadramenti e progressioni aziendali tendiamo sempre più a prediligere i comportamenti conformisti). Ed i giovani si adeguano. Non esprimono più quello che hanno dentro, il loro valore aggiunto, la loro spinta innovativa, il loro progetto, ma cercano di capire che cosa noi vogliamo sentire, come devono comportarsi per farci contenti e si comportano in modo da cercare di accontentarci, da perfetti conformisti. Un piccolo esempio può aiutarci a meglio capire il mio punto. Da tempo si ricevono i curriculum secondo un formato standard, chiamato "Formato europeo per il curriculum vitae". Non so quale diabolico burocrate abbia inventato questo aggeggio, ma è certo che questo signore ha dato una grande spinta verso il conformismo. I curriculum che si ricevono in questo formato sono tutti uguali. Non c'è il minimo spazio di differenziazione e di personalizzazione che faccia emergere qualche caratteristica personale, qualche spunto di interesse, qualche elemento di identità. Come distinguere? Come identificare? Resta solo la segnalazione personale o la raccomandazione. La settimana scorsa ho ricevuto due curriculum: uno di un neolaureato; uno di una signora che ha già vissuto dieci anni di lavoro tormentato nell'impresa di famiglia. Sono uguali. D'ora in poi quando riceverò questi curriculum li restituirò al mittente pregandolo di scrivermi una lettera personale. Questa corsa verso il conformismo la sottolineava recentemente anche il capo della progettazione di un'ottima media azienda basata sulla ricerca. I linguaggi informatici- mi diceva - con la loro obbligatorietà e la loro standardizzazione forzano i giovani ricercatori ad essere sempre più uniformi e conformisti. La stessa spinta al conformismo la osservava pochi giorni fa un intelligente consigliere comunale di Milano di lungo corso che, dopo aver definito il consiglio comunale di Milano come "assonnato e annoiato" si domanda come mai il consiglio non esprime alcuna reazione ad uno stato assolutamente deplorevole e osserva: "Il mondo vuole il sonno. Il mondo vuole la ripetizione addormentata del mondo".
Questo montante conformismo è quello che dobbiamo temere di più, molto di più della crisi. Ma la crisi esiste ed è molto grave e, quindi, non possiamo non dedicare qualche, necessariamente schematica riflessione, ai riflessi della stessa sul nostro tema.
Mentre autori che non stimo come Jeremy Rifkin e Vivianne Forrester scrivevano che globalizzazione e rivoluzione tecnologica hanno ormai decretato la "fine del lavoro", tutti i sistemi economici hanno creato un inaspettato aumento di occupati: dal 1980 al 1994 il numero degli occupati nel mondo è aumentato di 630 milioni; sia in Giappone che in USA si sono creati più posti di lavoro dal 1975 al 1995 che nei venti anni precedenti; nel 2008 nell'Europa dei quindici il tasso di disoccupazione aveva raggiunto il più basso livello degli ultimi decenni con un tasso di occupazione cresciuto, negli ultimi dieci anni, del 6%. Sicché studiosi più profondi come Mauricio Rojas poteva scrivere, nel 1999, un pregevole saggio intitolato: "Perché essere ottimisti sul futuro del lavoro. Quattro argomenti contro i profeti di sventura". La crisi attuale, che ha effetti rilevanti proprio sull'occupazione, sembra dar ragione ai profeti di sventura e torto a Mauricio Rojas. Ma sarebbe una conclusione superficiale. La crisi ha piuttosto fatto esplodere delle rigidità del sistema produttivo che già, almeno in parte, conoscevamo. Giuseppe Lanzavecchia, nel 1996, ha pubblicato un interessante libro dal titolo: "Il lavoro di domani. Dal Taylorismo al neoartigianato" che prende le mosse da un dato reale: è da almeno trent'anni che la grande industria non produce più occupazione; globalizzazione e tecnologia riducono questo tipo di lavoro ma non il lavoro. Sofisticate forme di artigianato scientifico, servizi avanzati non standardizzati, imprese virtuali. Ecco il lavoro di domani - dice Lanzavecchia - risultato di una rivoluzione tecnologica che sta sconvolgendo il tradizionale modo di lavorare. Un cambiamento epocale la cui portata è paragonabile a quella che seguì la rivoluzione industriale del secolo scorso. Le nuove forme di occupazione che si svilupperanno sono destinate a modificare radicalmente i ritmi della vita sociale. La riduzione del lavoro dipendente nei settori tradizionali stimolerà imprenditoria e lavori autonomi. La crisi non cambia questa prospettiva e questa direzione. Ma rende tutto più complicato e rischia di esaltare i comportamenti più sbagliati. I giovani diventano più spaventati, più ansiosi, più insicuri e, quindi, ancora più conformisti. Gli anziani si rinchiudono sempre di più nei loro rifugi, nelle loro cittadelle, nelle loro "gated communities". Il sistem produce un numero crescente di quella che Bauman chiama "gente superflua". Disoccupato - dice Bauman - è per questa gente una parola ingannevole. Non si tratta infatti di dis-occupati, cioè di persona normalmente occupata e temporaneamente in attesa di un lavoro ma di gente che non ha più capacità lavorativa utilizzabile. Di gente superflua, dunque, che, per le persone perbene sarebbe meglio che sparissero per sempre. E la gente superflua rende la città sempre più invivibile e pericolosa. I governi infine sovvenzionano i settori che hanno le lobby più potenti; quelli più antichi e più statici; quelli che non possono più creare nuova occupazione. E quindi il sistema si irrigidisce, si incarta, diventa più rigido e più statico.
I giovani devono allora capire che lungi dal ritrarsi impauriti, devono andare all'attacco. La loro attesa non deve più essere l'attesa di un posto, e neanche solo di un lavoro, ma di un'occupazione e, insieme, di una società migliore. Le due cose sono tra loro legate. "Mettetevi alla stanga" diceva, nel primo dopoguerra, De Gasperi ai giovani democristiani che si lamentavano per non essere considerati dai vertici del partito.
La crisi cancella molti posti di lavoro ma molti ne crea, di nuovi, di più affascinanti, di più fertili. E' verso di questi che i giovani si devono incamminare, con trepida attesa, ma anche con molta speranza e determinazione. Cerchiamo di trasformare il timore in energia. E, in questo tragitto, la dimensione pubblica, civica, l'impegno non solo per il proprio lavoro ma per una società migliore devono andare di pari passo. Altrimenti diventeremo sempre più impauriti e conformisti e dunque più inefficienti e più creatori di disoccupazione. Nella continuità della vita e della società, c'è bisogno di vecchi e di giovani insieme, perché come dicono antichi e saggi proverbi siciliani: " A latu di picciutteddu, è sempri bonu lu vicchiareddu" (a fianco del giovanotto ci sta sempre bene un vecchierello), e "Lignu vecchiu megghiu adduma ma presto si consuma" (il legno vecchio brucia meglio ma finisce presto). Marco Vitale www.marcovitale.it
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