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E' radicato un antico assunto secondo cui arte visiva e parole non debbano uscire dalla stessa fonte; chi compone un quadro faccia l'artista e chi ha voglia di argomentare faccia il teorico, il filosofo o che altro. Mestieri diversi, ed è meglio che ognuno faccia il suo Queste affermazioni, come mille altre dello stesso spessore logico, sono non solo possibili ma assolutamente normali perché noi, esseri organici, siamo inconsapevolmente sospesi su un vuoto molto problematico : la perdita del senso della complessità,.. Questo lutto non è un accidente ma semplicemente la necessaria conseguenza dell'assioma che fonda la cultura, quella cultura che, fatte le debite varianti, sta gestendo il Mondo da molti millenni. Parlo di quel sistema di relazioni e di pensiero che sul piano antropologico è classificabile come patriarcale, sul piano logico è definibile come dicotomico e sul piano dei sistemi organici e del pensiero sistemico è qualificabile come antisistemico e produttore di paradossi . Parlo della cultura quantitativa che ci sta scoppiando dentro mandandoci in pezzi. Miliardi di ombelichi vanno per la tangente.

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ADOLESCENZA TRA MODELLI E RIVOLUZIONE

postato da Maria Micozzi [30/07/2009 07:44]
 

Confusione di sistema e la rivoluzione impossibile

Negli ultimi decenni la comunicazione è a crescita esponenziale,, quasi  una reazione compulsiva all'horror vacui  di sempre;  oggi  il mondo è nascosto da  una sorta di ‘pieno' confuso che immerge tutti nel pulviscolo di fatti continuamente divisi  in sotto-fatti, frammenti in movimento che parlano di noi, detti da noi, riguardanti cose fatte da noi e da noi estrapolate, giudicate, analizzate: un solipsimo autoreferenziale che ci mette nudi e soli fuori da ogni contesto in grado di chiamarci per nome, di regalarci un minimo di appartenenza organica.

La situazione  in parte ci inorgoglisce quando riguarda  scoperte e applicazioni appena ieri impensabili, ma in parte mina, senza dircelo,  le fondamenta del nostro sentirci ‘interi'..

Spesso si colgono preziose conoscenze, ma avendo spaccato in mille sotto-sotto-parti  ogni riferimento all'interezza, di queste meraviglie non ne facciamo il bene che potremmo; anche la loro idealità è difficile da difendere, infatti mentre si opera con microcamere poste  lungo le arterie, troppi bambini muoiono di dissenteria perché mancano di una bustina di sale, muoiono di malaria perché mancano di una zanzariera.  Incongruenze impossibili da colmare che tolgono l'aureola anche alla migliore delle argomentazioni.

Questa opacità confusa e turbolenta sbava ogni contorno di  riferimento, cancella i confini psichici di chi vi è immerso e soprattutto nasconde i propri tanto da farsi percepire come  naturale evoluzione dell'unico mondo possibile , quindi  praticamente inattaccabile:

Ma  se si riuscisse  a tirare la testa  fuori dalla polvere ci si potrebbe accorgere che  l'umanità paga un'ipotesi di mondo totalmente antisistemica  e  che quindi  gli avvitamenti paradossali sono inevitabili.

Se avessimo il coraggio di guardare negli occhi la storia che noi stessi abbiamo scritto ci renderemmo  conto che l'evoluzione  ha riguardato soprattutto la nostra quantità numerica e il numero degli oggetti che produciamo per noi, e che  le modalità di conquista hanno fatto il resto;  ci renderemmo anche  conto che invece abbiamo  lasciato almeno ai tempi di  Socrate il desiderio e il dovere di conoscerci e ai tempi di Ippocrate   l'attenzione al  contesto e alle relazioni con esso, al tempo di Cristo la condivisione.

Sotto questo  mutamento forsennato che riempie il presente, i modelli antropologici sono restati gli stessi e semmai il vero luogo del problema è proprio questa vecchiezza  sempre più accanita, che, nascosta, si difende affastellando confusioni e regalando promesse di protezioni  deresponsabilizzanti. 

La solitudine, che fa perdere i punti di riferimento e zittisce l'appartenenza, scioglie sempre più velocemente le maglie dell'etica amplificando la paura  e liberando, sotto le più diverse forme, l'aggressività di branco.

 Parlare a questo punto dell'adolescenza, processo fisiologicamente rivoluzionario, significa anche  doversi confrontare con le   difficoltà che particolarmente oggi gravano su questo delicatissimo  sviluppo già coinvolto pesantemente dai costi che il patriarcato chiede da millenni ai giovani.

La cultura patriarcale ha una struttura verticistica  articolata sul modello dicotomico io/esso , maschio(alto)/femmina (basso), modello che si fa assioma  e che sancisce l'esistenza di  un solo soggetto (l'io del vertice), un solo contesto (quello dell'unico soggetto esistente) e una sola relazione  (quella oppositiva bene/male, mente/corpo).

 Il punto di osservazione è  quello del  soggetto,  il solo legittimato ad essere attivo; da questo fatto deriva la struttura di un sistema assiomatico autoreferenziale, antiorganico cioè   competitivo soprattutto rispetto al sistema più vasto; non è cosa da poco dal momento che il sistema più vasto è quello che regge tutti i possibili sistemi viventi, e quindi anche il nostro.

 Il patriarcato, privandosi dell'interlocutore, si nega l'opportunità di un vero cambio di prospettiva, il che significa  nessuna rivoluzione concettuale possibile, nessuna posizione di metalivello, nessun rapporto parte/tutto dell'individuo con la società e della società  con il Pianeta.

 L'unico tipo di cambiamento congruo alla sua struttura  riguarda la sostituzione forzata, più o meno violenta, di un vertice con un altro, ed è semplicemente quello che succede da sempre.

Il patriarcato ha inchiodato l'umanità nella relazione narcisistica io/esso e pertanto, non avendo procedure per un cambiamento di fondo, non dà neanche modo di attuarsi al processo  adolescenziale che deve portare il soggetto proprio dalla fase narcisistica , incentrata sugli oggetti primari, alla fase adulta della  relazionale io-tu; nell'assioma io/esso c'è infatti  l'esplicita ripulsa per  una qualsiasi relazione tra più soggetti e tanto meno tra soggetti di pari dignità valoriale : il tu non esiste, il soggetto è sempre e solo uno..

Fin dall'inizio  l'adolescente della cultura patriarcale si è trovato nel  paradosso di una doppia rivoluzione,  necessaria e insieme  impossibile: una rivoluzione fisiologica dentro un sistema che esclude le rivoluzioni.

  Il  maschio è  costruito  per  diventare l'‘uccisore' del padre, per essere  il padre più forte che deve succedere a quello ‘ucciso'; la cultura verticistica opera perché si perpetui  la dinamica freudiana del  clan ancestrale mantenendo inalterata la propria  struttura.: solo uno a riferimento dei tutti

 La femmina ha posto problemi diversi da quelli massimizzanti del maschio, intanto Aristotele l'ha definita forma fallita dall'atto e nella scala dei viventi l'ha posta tra lo schiavo e l'animale,  Tertulliano, un'altra autorità per tutte, l'ha  svuotata di senso riducendola a  puro contenitore del generato, una sorta di incubatrice naturale: è stata  legiferata come essere ridotto al  solo corpo, oggetto di uso comune, di desiderio, di bramosia, di paura ed oggetto, purtroppo, lo è ancora con una variante, oggi  la donna non accetta più di considerarlo proprietà del maschio, si è giustamente ribellata, vuole che sia un  oggetto tutto suo, da usare come vuole

Questo perché il patriarcato non ha seminato inutilmente per millenni , la dicotomia mente/corpo prima separava il maschio dalla femmina ora separa in due la femmina : una parte di essa  è ancora una cosa.

La strada per svellere un comportamento tanto ancorato non è breve, ma l'importante è che sia iniziata; le donne dovrebbero essere una volta tanto un po' indulgenti con se stesse e capire il ricatto: quando guardano il quadro generale vedono nel patriarcato il nemico , ma che poi  avvicinando lo sguardo trovano il figlio; occorre riconoscere e distinguere le  difese del sistema per non rimanere incastrate dentro., è stato solo ieri che hanno  potuto dire ‘io sono', aspettiamo ancora qualche giorno

In ogni caso, a leggerla bene, la storia ci dice la sorte che toccata sempre a tutti gli  ideali paritetici che in qualche misura hanno cercato  di dare spazio all' alterità , ad un tu  con pari diritti rispetto all'io; se infatti le categorie mentali, le procedure, le strategie sono tutte  congrue alla natura dell'assioma dicotomico   gli effetti non possono che essere dicotomici, tradendo anche le motivazioni più alte.

Manca l'angolo di osservazione  per inquadrare il problema in modo complesso, se siamo un pensiero che conosce solo il tavolo dei coltelli possiamo fare mille ipotesi operative, ma nessuna  escluderà il tagliare; la dicotomia, la struttura piramidale alto/basso non vede il mondo nella sua organicità fatta di circuiti e relazioni, niente complessità solo linearità, l'ultimo tentativo importante è rimasto nel Vangelo,  ma sopra  ad esso il patriarcato  ha subito costruito  una  piramide ben alta. A quarant'anni dal '68 si fa ancora confusione tra ribelli e rivoluzionari. Il patriarcato ama i primi perché li può ingoiare, ma odia i secondi perché ha terrore del tu.

 

L'adolescenza e la rivoluzione

L'adolescenza è la rivoluzione che la natura mette in atto  facendo irrompere nel quadro tranquillizzato dalla latenza elementi biologici nuovi,  turbolenze portatrici di esperienze psicofisiche sconosciute.

Il bambino era attratto dalla realtà esterna, dai  fenomeni fisici che lo hanno stimolato proprio per il fascino della loro fisicità, del loro esserci; la realtà fisica era sentita tutta  nello spazio che gli era attorno, anche la  sensazione del tempo indicava  una esplicita prossimità con un presente amplificato e un futuro subito raggiungibile dall'appagamento del desiderio.

Nella fase pubere, preadolescenziale,  i genitali cominciano ad assumere caratteristica di organi a-specifici, qualificandosi soprattutto  come mezzi  adatti a scaricare le tensioni; la curiosità e l'avventura esplorativa cominciano a passare dall'anatomia  alla funzione.

Il gruppo diventa  importante per il processo di distacco dagli oggetti primari che dovrà condurre  il ragazzo verso figure altre,  ed  è importante soprattutto per la   socializzazione della colpa che  permette di scaricare il peso su più membri e soprattutto sul leader sentito come una sorta di stratega delle trasgressioni.

.E' già  nella prima adolescenza, verso i tredici, quindici anni, che comincia il vero processo di separazione dal nucleo primario e il soggetto si volge verso figure sessuali extrafamiliari; la stessa amicizia si arricchisce affettivamente acquisendo connotazioni ideali, diverse da quelle del cameratismo precedente legato dall'amore per l'avventura  e dalla complice spartizione dei segreti; le qualità ammirate nell'amico possono essere sentite proprie in virtù della forza  idealizzante; la ‘cotta' rientra in questa tensione verso un ideale dell'io.

L'adolescente  comincia  a sentirsi interrogato dagli stimoli  della propria realtà interiore, una realtà sconosciuta che sorprende e spaventa,  i fenomeni fisici ora si presentano sotto una diversa luce quasi riverberi simbolici di quell'interiorità  drammatica e contraddittoria percepita confusamente, e confuse sono anche le esperienze e le  emozioni dove  slanci improvvisi  si mescolano a proponimenti radicali.

Tutti i contorni si allargano al mistero, allo ‘sconosciuto' , lo spazio e il tempo  concreti cambiano prospettiva  rivisti nel sentimento dell'infinito e dell'eternità.

L'adolescente si trova a dover vivere  una nuova nascita, la scoperta del  mondo esistenziale entro cui costruire l'identità che gli è ancora sconosciuta, si trova gettato in un'avventura allettante e paurosa  alla ricerca di  personali modi d'essere, mentre persona non si sente ancora, modi  nuovi di porsi e di agire, operando scelte tra i diversi ideali di vita che il sociale propone, aspetto che sottolinea l'importanza fondamentale delle varianti proposte. Il processo con cui si costruisce il nuovo individuo è anche l'incontro e l'accettazione di sé come soggetto di responsabilità, cammino  pericolosamente oscillante  tra astrazione  e concretezza. 

Vengono messe  a confronto posizione estreme e contraddittorie che fanno saltare i punti di riferimento fino ad allora acquisiti imponendo volta volta  l'identificazione  e l'organizzazione di coordinate nuove  per una  personalità  sistemicamente diversa. 

Verso i diciassette, diciotto anni dovrebbe concludersi il periodo di dipendenza dagli oggetti primari;  caratteristico di questo momento   è il manifestarsi del bisogno di nuovi oggetti affettivi, una fame vera e propria che si potenzia con lo strutturarsi dell'intensità del desiderio sessuale, se da un lato questo porta  a relazioni superficiali e non durature, dall'altro radica maggiormente le esigenze affettive rendendole più intense..

Dunque il senso del definitivo e dello sfuggente, dell'incombente e dell'infinitamente lontano, del  radicale  e del solo possibile estremizza i comportamenti dell'adolescente nel momento stesso in cui la sua attenzione si strappa via dagli oggetti fisici per proiettarsi nella scoperta dell'interiorità e del suo mistero; il senso dell'infinito si radicalizza e se dovesse restare privo di appartenenze profonde potrebbe facilmente diventare il pericoloso inizio di un vuoto senza senso.

L'adolescenza è in sintesi la rivoluzione che  porta il soggetto da un assioma narcisistico io/esso all'assioma relazionale io-tu, rivoluzione in quanto cambio di sistema assiomatico,: da un sistema adatto alla protezione del piccolo e all'apprendimento di esperienze base, quindi centrato sul sé in formazione,  ad un sistema centrato sulla relazione con l'altro,  sul diverso che impone l'uscire da se stessi per accogliere ciò che è sconosciuto, la rivoluzione adolescenziale lotta per  una stabile struttura psichica aperta al diverso, per una  integrazione sociale durevole.

E' un processo fisiologico che prende dagli oggetti primari il cucciolo cresciuto e lo porta nel gruppo organico dei tutti, si attua soprattutto attraverso  processi biologici e quindi inevitabili.

Ma una domanda è d'obbligo: cosa fanno di questi  processi  inevitabili le culture?

 

 

La cultura autoreferenziale

La struttura  che riguarda, con le debite varianti, tutte le forme di convivenza  oggi  influenti sul pianeta è quella patriarcale, la dominante, per cui la domanda da porsi è più precisamente un'altra: cosa fa la nostra cultura di questi processi fisiologici ?.

La  prevalenza che la rende vincente non è nel merito, ma nel metodo e si spiega facilmente per il fatto che il verticismo, eleggendo a soggetto una sola categoria tra tutte e concedendo solo a questa ogni potere di accumulo e di conquista ( e quindi di condizionamento), concentra  le energie dell'intero  gruppo sull'unico fine che ritiene più utile per l'io senza disperdere nulla  sul noi. Ricchezza, potere, controllo in un'unica mano per conquistarsi, con l'ammirazione, la sudditanza di  tutti i possibili  astanti.

Non a caso i Boscimani che popolavano gran parte dell'Africa oggi sono  ridotti a pochi individui, che per sopravvivere si nascondono portando con sè la loro idealità paritetica femmina-maschio e il non-possesso della natura.

 Si riduce sempre di più il numero di queste piccole isole di umanità  di queste esperienze diverse  che sarebbero potute essere  i  correttori necessari alle nostre derive antisitemiche, come ricorda  Gregory Bateson.

Purtroppo se c'è una cosa che il dirigismo non sopporta è quello di essere criticato nelle proprie  strutture, e infatti le sa  difendere con perizia sia da buon padre che  da  tiranno.

Rispetto al  passato il vertice della piramide patriarcale ha fatto evidenti cambiamenti , specie in Occidente, ma cambiamenti  che si risolvono in un  semplice cambio di  veste;  il soggetto unico dell'io/esso si è disincarnato in strutture più astratte, sfuggenti, sempre meno  despota in carne ed ossa ( concreto e quindi anche vulnerabile), e sempre più   mercato,  capitale contabile,  finanza volatile e sfuggente, potenza anonima  ridotta a pura virtualità.

I membri delle nuove società votano i propri rappresentanti ed è per questo che  il loro consenso richiede al vertice una più sofisticata attenzione, le strategie  passano dall'uso della forza esplicita a quello più manipolatorio della persuasione  ‘mercantile' e della complicità nel disimpegno.;  ci si serve di modalità distraenti basate anche su messaggi subliminali , su frantumazioni di contesti  e ipercinesie imposte, praticamente su tutta una serie di confusioni indotte che chiudono il pensiero critico in labirinti di nebbia,  tra paure e desideri.

 Quanto più il rapporto con gli elettori è di uso piuttosto che di servizio il padre è una sorta centro commerciale  che  chiama consumatori  i cittadini e  regala loro caramelle ( anche ai diabetici), ammicca  ai  difetti  di ognuno, si fa complice legittimandone  gli  egoismi..

L'altro membro della relazione io/esso, la massa dei sottoposti,  rimane sostanzialmente  nella posizione subalterna di sempre, forse più confuso perché  quasi sicuro di contare, mentre è  sempre più lontano dalla stanza dei bottoni e sarà ancora così, almeno fino a quando non riuscirà a vedere  lo schema  piramidale che lo inchioda, almeno fino a quando non scoprirà i vincoli che lo legano alla  congruenza rigida  di un  sistema assiomatico paradossale, e potrà capire l'urgenza di cambiare assioma; è la rivoluzione incruenta che non sostituisce con la forza  vertice con vertice, ma che al contrario opera un cambiamento di sistema concettuale, certo è il cambiamento  più difficile perchè richiede,    insieme con l'intelligenza, anche la coscienza di  un io-tu , ma è l'unico salto di livello oggi improrogabile.

Neanche  i modelli antropologici e i comportamenti che ne derivano possono cambiare indipendentemente dal sistema che li ha creati e che li controlla: ‘panem et circenses' gode  di ottima salute, applicazione efficace  di un pragmatismo inossidabile.

 

Modelli e comunicazione

Una cultura per esistere deve avere una sua   propria   visione del mondo, un'idea che  nasce nel fondo dei secoli da un'ipotesi  sperimentata come  la più utile, e quindi stabilita  ‘vera'; poi  per mantenersi  e per accrescersi deve radicare questa idea  facendone  una cosa sola  con la   natura dei propri membri ,  questo radicamento  avviene mediante  la creazione e la comunicazione di modelli atti a lavorare sulla forbice gratifica-frustrazione inducendo in modo mirato opportuni desideri  e  opportune paure

I modelli  agiscono nell'arco di tutta la vita ma soprattutto nei momenti della formazione e cioè l' infanzia e l'adolescenza.

 La struttura dicotomica opera separando e, per congruenza, tende sempre a  massimizzare una parte e minimizzare l'altra; di dice cultura della ragione ma le  sue rappresentazioni  parlano soprattutto alla pancia  lasciando digiuno l'intelletto, invadono l'inconscio evitando la coscienza critica per consolidare il ruolo dei sottoposti e confermare l'unicità del  vertice.

Il modello è il mezzo   più condizionante perché lavora soprattutto fuori dalla coscienza; non a caso l'etimo ci riporta al latino volgare ‘modellus', diminutivo di ‘modulus', piccola misura, paradigma, schema.

L'implicazione più forte  del termine modello è quindi la sua capacità , addirittura la sua volontà di essere assunto a schema di comportamento, e questo senza l'espressa intenzione di erigersi a simbolo. Proprio la studiata furbizia nel ricusare di dichiararsi tale gli permette di non destare scomodi sospetti nel bersaglio di cui il soggetto emittente cerca l'attenzione e quindi il controllo.

Se il modello è fortemente attivo senza mai dichiararsi tale, la  "comunicazione" è invece  la cosa che più si lascia dire, in toni anche urlati ed espliciti, evitando però accuratamente di far emergere la propria natura unidirezionale; in realtà il termine implica l'esistenza di un soggetto emittente che sappia veicolare un messaggio opportunamente codificato ad un polo ricevente opportunamente preparato a decodificarlo .

Quindi ‘comunicazione'  non presuppone  l'esistenza  di due soggetti a confronto ma ne richiede uno solo, l'altro polo è un semplice  ricevente; è il  ‘dialogo', al contrario, che  implica strettamente la presenza di due soggetti alternati nell'azione di emettere e ricevere messaggi, l'interazione tra i due  deve fare di ogni step stimolo-risposta una fase di elaborazione dello step precedente.

Il patriarcato è il sistema della comunicazione e non lo è affatto del dialogo.

Come dal vertice di una struttura piramidale i grandi canali  fanno fluire verso il basso, e senza soluzione di continuità, una tale  quantità di dati  da risultare quasi indistinguibili gli uni dagli altri ,  una ridondanza che , lungi dal creare un confronto, da un lato proietta comportamenti superficiali e dall'altro  induce un ipnotico ottundimento concettuale : una generalizzata scelta ebefrenica contro  il peso della confusione.

 Il tempo della pausa e della sospensione che permette l'organizzarsi della curiosità in interesse e impegno, lo scarto tra aspettative e stimolo che attiva il pensiero critico, vengono schiacciati dalla rapidità con cui ai messaggi che arrivano si sovrappongono quelli successivi, obsolescenze che si attualizzano con lo stesso attuarsi del fatto.

D'altro canto l'antropologia culturale ci dice di millenni di fame, fame di tutto, ci dicono della  fatica a percorrere distanze, del pericolo dell'isolamento, della mancanza di incontri capaci di rendere più forte il gruppo e di trasmettere informazioni e nuove tecniche di sopravvivenza, millenni di  fame di ‘quantità' e di ‘qualità' ed ora, almeno per la parte di mondo che ha in mano  il potere,  la bulimia è la reazione  più automatica e insieme  la più deleteria, quella  che paralizza la capacità di distinguere e di elaborare: moltiplichiamo e ingoiamo cose e modelli di comportamento, senza avere il tempo di masticare, svuotiamo tutte le  relazioni che danno senso e riempiamo il mondo di rifiuti.

 

Modelli antropologici

Dal momento che l'assioma patriarcale io/esso , maschio/femmina si fonda sull'incapacità di accettare la differenza di genere non può che stigmatizzare, come archetipo, due modelli diversi e opposti dal punto di vista valoriale, uno per il maschio, di segno valoriale positivo e uno per la femmina, di segno valoriale negativo; ambedue i modelli sono finalizzati al controllo dell'individuo attraverso l'induzione di opportune  frustrazioni e di  opportune  gratifiche e si articolano, anche oggi,  secondo infinite varianti  senza che per questo venga meno la loro dipendenza dalle rispettive matrici.

Per la cultura verticistica , il maschio, l'unico soggetto agente, è posto come l'emblema  della forza, nella sua accezione  più potente, ed è quindi  obbligato a vietarsi la paura , a reprimere ogni bisogno di tenerezza, sentimento e introspezione, è spinto alla conquista e al controllo del ‘fuori', alla vittoria sull'altro come sfida sostanziale e conformante.

Queste frustrazioni scatenano rabbia e aggressività, energie  che il potere trasforma  in arma  contro il nemico. E' l'uso culturale della paura,  un processo fobico strumentalmente indotto che ha sempre segnato la nostra storia ( la caccia alle streghe ne è un esempio perfetto,  articolato fino alle estreme conseguenze); la procedura è tuttora attiva e ben frequentata.

I rinforzi culturali  vanno dalla gratifica personale  derivante  dal  dominio e dal  controllo più concreti ( ancora,  nella  seconda guerra mondiale, veniva promessa ad alcune truppe libertà di saccheggio  e di stupro), alla  conquista alta della  gloria e della fama.

E' il disprezzo della vita dichiarato dal guerriero  a farsi garante di una  totale disponibilità : la ‘bella morte' in battaglia è l'imperativo antropologico che il patriarcato ha fatto introiettare  al maschio, distogliendolo dall'organicità  vivente.

Anche per la femmina il modello articola divieti frustranti e rinforzi funzionali, il tutto in un diverso quadro, questa volta  finalizzato a mantenere  basso il profilo e il ruolo subordinato.

Alla femmina  è vietata ogni spinta  verso il sociale e la possibilità di organizzarsi in gruppi coesi, è vietato addirittura l'uso del simbolico, non a caso  Paolo di Tarso dice" mulier taceat in ecclesia", è vietata ogni conoscenza e frequentazione del ‘fuori',  per millenni alla femmina è  impedito esplicitamente anche il solo considerarsi e sentirsi persona. In alcune parti del globo questa norma è ancora un riconosciuto pilastro  sociale

Le sue gratifiche sono totalmente mediate, quindi a loro volta frustranti perché passano attraverso un'eccessiva sublimazione del desiderio esplorativo e di ogni curiosità conoscitiva, il tutto  a favore di un'assoluta dedizione al privato, ad un microcosmo senza rapporto con il sociale; il pudore più che su un valore positivo dell'identità personale  si lega alla vergogna di uno sguardo predatore e alla colpa di esistere.

L'assioma patriarcale io/esso mentre fissa i  modelli del maschio e della  femmina  chiude la coppia in un paradosso di fondo : il guerriero disprezzatore della vita cerca la  femmina, generatrice di vita, perchè eterni  il proprio patrimonio genetico (qui si spalancherebbe  tutta una serie di considerazioni sulla famiglia, ma anche qui, come sopra l'intoccabile sessualità maschile, è stata costruita una piramide troppo ‘alta').

La fissità dei ruoli patriarcali richiede un'immutabilità di contesto entro cui   ancorare l' appartenenza, quando i confini sia culturali che geografici mutano in fretta, come avviene oggi, anche le identità, specie quelle meno profonde e articolate, si sentono a rischio e temono la disintegrazione; i processi fobici, investendo tutte le paure sulle colpe di un unico  nemico da distruggere, sono pronti a scattare nella direzione preordinata..

 Erik Erikson afferma che gli umani sono capaci dei peggiori crimini quando sentono minacciata la propria identità. La cultura sa usare le sue redini.

Da sempre   è stato chiesto  ai contorni territoriali  la capacità di raccogliere la potenza identitaria  arginando  le dispersioni e  articolando anche  i cambiamenti  più superficiali dentro le strutture  di persistenza , oggi apertura e mutevolezza scatenano una sorta di agorafobia, una minaccia di  frantumazione, di esposizione a ‘troppi' e ‘ troppo improvvisi' incontri con i diversi.

Dal momento che la dicotomia è per sua stessa definizione fobica le caratteristiche di ‘improvviso' e di ‘diverso' costituiscono fattori di disturbo  difficilmente trascurabili perchè  collidono proprio con le esigenze  di dominio e di controllo  che caratterizzano la base del sistema.

Ogni patologia è figlia della fisiologia e a volte questa parentela nasconde il problema; i  mutamenti  nella storia dell'uomo hanno potuto arricchirsi   via via che sono aumentate le opportunità di  fissare la memoria fuori dal cervello ( linguaggio e scrittura) espandendo le possibilità di elaborazione e quindi di pensiero:  ma quando gli andamenti si squilibrano eccessivamente e alcuni partono per la tangente rispetto ad altri allora le relazioni che fondano il fisiologico vengono meno e sopravviene la malattia.

Quando un processo di auto-massimizzazione di una parte colpisce il nostro corpo lo chiamiamo cancro.

Attualmente con il progresso vertiginoso delle  telecomunicazioni e dell'informatica il senso di ‘vicinanza' si è trasformato, quasi improvvisamente, in minaccia di invadenza,  un'istanteneità  che  non trova  nel nostro patrimonio metabolico la possibilità di  adattare la  struttura profonda ai continui mutamenti ;  ad ‘imparare', per semplice mimesi,  è solo l'agire più superficiale ;  viene quindi a formarsi un attrito di  faglia tra il presente e le  procedure profonde, i contorni  inconsci che definiscono la nostra  identità  antropologica.

I grandi mutamenti comportano  anche fertili incontri di pensiero ed  elaborazioni critiche, creative, fermenti  che però la cultura verticistica accusa come  fattori destabilizzanti da combattere e che la portano a reagire   agguerrendo tutte le difese, ad essere attive soprattutto le procedure  subliminali, le più adatte  a far leva nel profondo, toccando la paura di impotenza, la vergogna,  il senso di colpa.

Rispondere a questi colpi non è facile perché  l'intero meccanismo  resta invisibile , nei fatti non si ha coscienza della struttura assiomatica del patriarcato, e quindi delle sue armi, eppure occorre prepararsi perché la piramide che entra in crisi  prepara  controriforme  molto dure.

Reazioni che, più o meno riconoscibili, agiscono  sotto agli occhi di tutti.

La prima radice dei fattori di disturbo sta nello scossone che indebolisce il dominio del maschio sulla femmina; la relazione paritetica respinta per assioma, quella di genere che si tira dietro tutte le altre escludendo il tu, ha iniziato a smuovere la pietra che potrebbe scatenare la valanga della rivoluzione concettuale; altri  sassi  vengono anche dai paradossi ecologici e sociali che il sistema alimenta con sempre maggiore frequenza. Sembra  che gli oggetti dell'io unico pongono in essere sempre più spesso comportamenti autonomi, non controllabili, palesando una natura di soggetti.

I due modelli antropologici, immutati nella struttura e agguerriti nelle difese, provocano crisi di faglia nel rapportarsi con presente..

Prima di tutto il maschio non  sente più  garantito il  massimo livello valoriale che prima era suo  per  privilegio di genere, inoltre, mentre la guerra scopre sempre meno difendibili le proprie  procedure e, dietro ai drammi palesa la profonda stupidità funzionale,  anche il lungo cammino verso l'uguaglianza dei  diritti umani contribuisce a privare della porpora lo spirito bellicoso ; non c'è più  quindi la garanzia di un futuro che  confermi  un'identità forte nella gloria e nel dominio imposto con la forza;  l'aggressività  ora si trova quasi privata dell'oggetto a cui da sempre aveva affidato  il  bisogno di sfida  e la  visibilità  della fama,  e rischia di spandersi  fuori da ogni contenitore sociale  implodendo  in fenomeni depressivi o, come avviene sempre più spesso, esplodendo nella violenza di branco.

La stessa tensione sessuale vive una stagione difficile; il maschio ora si trova  solo  di fronte all'oggetto ancestrale del proprio desiderio, diventato  soggetto; la femmina estromessa  è  ritornata potente facendo scatenare  la paura del  giudizio e  la vergogna  di ‘non farcela'.

Il patriarcato ha attribuito al maschio il  massimo livello valoriale e  se questo cede,  a lui non possono che restare alternative a ribasso, negarsi la perdita potenziando l'aggressività ,  cadere nella scelta nichilista o assumere il modello nuovo che viene patito come più forte,  la nuova sconosciuta femmina. D'altro canto una procedura lineare come la nostra non offre tante direzioni, ci sono  solo un prima e un dopo, ogni ‘mentre' è escluso.

La ricerca di un'altra modalità positiva non può che passare  attraverso una rivoluzione di sistema, un'uscita dall'autoreferenzialità io/esso, che concede solo illusioni di alternative, per una  visone  io-tu aperta  ad alterntive vere, cambiamento  possibile solo se l'assioma patriarcale io/esso diventa conscio ( quindi evidente la sua natura  artificiale, e, in quanto costruzione umana, rivedibile),  e  se  i modelli introiettati  vengono riconosciuti come  suoi prodotti (quindi  a loro volta correggibili).

Per la femmina la cosa è diversa, innanzitutto, seppur chiusa nel privato, in quel microcosmo ha esercitato per millenni l'introspezione, l'ascolto e la cura di sensibilità diverse, e di diverse fisicità, ha sviluppato la disponibilità ad organizzare multiformi relazioni positive articolando esigenze  di soggetti differenti e differenti concretezze, in poche parole ha rafforzato la propria naturale visione sistemica e la capacità di gestire problemi complessi.

La sua  avventura verso un nuovo modo di essere non trova nella logica della dicotomia  particolari impedimenti perchè il negativo ha sempre il positivo in cui trasformarsi, l'esso può aspirare a diventare l'io , è l'io che è impossibilitato a trasformarsi in  esso, pena la negazione di sè; è il pericolo che oggi sente  il maschio patriarcale, chiuso nella visione dicotomica di un solo soggetto possibile.

Le esperienze pratiche,  affettive e concettuali vissute dalla femmina nell'organicità di un microcosmo le permettono  ora un particolare  sguardo sul ‘fuori', un fuori che si rende visibile  proprio attraverso la  breccia che la femmina stessa ha aperto, una capacità che  ha il sapore di  una novità assoluta;  la differenza di genere che terrori antichi avevano respinto, svuotato, isolato sotto l'imperativo fallico   torna da  soggetto in formazione.

In ogni caso la dicotomia presenta il suo prezzo anche alla femmina  infatti in una struttura che non accetta l'ideale paritetico non si è mai formata l'immagine di un tu e quindi alla donna, oltre a permanere  il rischio di sentire  il  proprio corpo come oggetto, seppure suo,  resta spesso la difficoltà di scegliere un'immagine di ruolo diversa da quella del maschio, pagando il prezzo di una lunga identificazione con l'aggressore e di una millenaria  mancanza di esperienze socialmente simboliche.

 

Assiomi culturali e processi fisiologici

L'individuo alla nascita si presenta con un bagaglio molto complesso idoneo a portare avanti i due processi fondamentali della vita: il processo  di maturazione, inteso come evoluzione biologica, e il processo di sviluppo psichico. Il considerarli separatamente è solo una scelta metodologica perché in effetti, la loro correlazione è   profonda e senza soluzione di continuità: il parametro di variabilità sta solo nel grado e nel modo con cui si rapportano nei diversi stadi evolutivi.

 Durante il periodo non-differenziato il bambino investe nell'atto dell'incorporazione-suzione le cariche libidiche e aggressive che, ancora fuse insieme, costituiscono il suo patrimonio pulsionale. L' incorporazione, proprio per il suo stretto legame con la gratifica (cibo) e con la frustrazione (fame) si pone come l'archetipo e il paradigma di processi successivi più evoluti  ai quali l'individuo farà ricorso nell'esplicitazione dei propri comportamenti.

Come l'esperienza gratificante legata al cibo porta ad accogliere-dentro-di-sé  ciò che piace, così, specie nel periodo dello svezzamento, si radica la capacità di buttare-fuori-da-sé,  tutto quello che è ritenuto spiacevole. Mentre il primo funge da modello somatico per l'introiezione, il secondo  fissa quello della proiezione: il corpo respinge  all'esterno l'oggetto che è sentito cattivo, così l'Io addebita all'esterno la situazione che è percepita pericolosa . L'equilibrio di questi due processi è alla base della salute mentale: la paranoia è l'esempio di una drammatica rottura a favore della proiezione.

Dunque  il meccanismo ‘proiettivo', come quello ‘introiettivo', si costruisce, in quanto attività psichica, sulla base degli archetipi somatici che caratterizzano la fase orale

L'introiezione  è il processo fisiologico, automatico,  che permette l'assunzione profonda dei modelli,  si struttura  sul prototipo somatico dell'incorporazione e si  complica e si arricchisce, rispetto al primo, dell'istauratasi relazione oggettuale.

Sono meccanismi fisiologici naturali inconsci, che veicolano, inconsciamente, contenuti prodotti dall'uomo, quindi potenti strumenti di controllo culturale.

 L'io-patriarca ha sempre giocato con sapienza sull'oggetto ‘buono' e l'oggetto ‘cattivo' utilizzando abilmente  il senso di colpa e la paura;  l'ha fatto da millenni,  usando e potenziando  il modello dicotomico, fobico, che lo fa vincere separando

 

I problemi

I modelli più contingenti e di superficie se isolati da quelli più di fondo che li governano restano senza significato e quindi  senza possibilità di soluzione : gli interrogativi che oggi l'adolescenza  pone agli adulti se non sono letti in un contesto storico-antropologico finiscono per restare sospesi come parti  di quel pulviscolo di fatti scollegati gli uni  dagli altri che, impedendo una visione di sintesi , bloccano qualsiasi processo conoscitivo.

Questa è la situazione  e le domande  implicite sono molte.

Come può infatti la cultura  dicotomica elaborare organicamente un problema complesso? Come può, impossibilitata per sua stessa  legge a produrre rivoluzioni, permettere e facilitare  la rivoluzione fisiologica dell'adolescente? Come può la libertà di mercato (assiomaticamente figlia del vertice-finanza) rinunciare all'arbitrarietà dei propri obbiettivi autoreferenziali e  ai toni sempre più alti con i quali li supporta e   rispettare  i tempi e i ritmi della maturazione psicofisica? Se è il profitto che, in ultima analisi, deve essere salvaguardato, allora  la ricerca di nicchie ancora  sfruttabili e di modi ‘efficaci' per conquistarle che spazio lasciano?

Temo che non venga lasciato né spazio né respiro.

Tra l'altro la quantità e la natura stessa degli stimoli che piovono sui soggetti  operano in modo disconfermante, infatti mentre sollecitano con forza un io superlativo allo stesso tempo  ne legano la legittimazione alla capacità acritica di omologarsi al modello, come dire ‘sei un dio se ti sottometti', una sorta di doppio legame che paralizza  la formazione di un sé responsabile: l'adolescente è chiuso in un paradosso secondo cui qualsiasi scelta faccia non può che uscirne negativo.

Intanto  la  pressione degli stimoli erotici è lasciata libera di agire a tutti i livelli e pesando sullo sviluppo psico-fisico in formazione ne anticipa prematuramente i fermenti.

 Quindi il peggio del peggio: una cascata di stimoli disorganici piovono su un soggetto rubato alla latenza prima del tempo,  più che mai  bisognoso di punti forti e organici di riferimento, buttato in un groviglio di  seduzioni artefatte  che ne anticipano  le tempeste ormonali.

Il periodo di latenza si è in effetti accorciato e  la turbolenza ormonale anticipata si trova  ad invadere un soggetto più fragile; non a caso  l'uscita dall'adolescenza  si sta prolungando a dismisura.

Contribuiscono a questa dilazione anche la mancanza di figure  fisiche, extrafamiliari, con le quali rapportarsi, infatti l'omologazione del gruppo e del leader opera un'astrazione che vanifica il senso profondo dei rapporti, processo  che la virtualità moltiplica rendendo la persona  irraggiungibile , non-vera, un cartone, un videogioco.

La telefonia mobile sta raggiungendo livelli folli: ragazzi che si parlano e si massaggiano continuamente rendendo sempre più lontano e astratto  l'interlocutore; continui diaframmi interpersonali che si moltiplicano senza limiti e che il mercato monetizza.

Lo stesso  processo di socializzazione della colpa  viene  compromesso dall' assottigliarsi della distinzione tra reale fisicità e artificio

L'idealizzazione dell'altro fatica a trovare un'ancora di concretezza ed evoca assenze incolmabili.

Il sesso separato  dal sentimento, diventa più normale e veloce, la tensione si scarica subito senza il tempo di strutturarsi.

L'accorciato periodo di latenza interferisce nella capacità di gestire l'irruzione del desiderio; tutto il desiderare in genere  tende a consumarsi nell'immediato perdendo l'arricchimento della fantasia e dell'introspezione proprie del tempo dell'attesa , questa mancata crescita incide anche sulle energie che,  disperse sul nascere, indeboliscono il soggetto  privandolo di  esperienze importanti anche per l'autostima; il desiderio subito agito lascia pause di vuoto tra azione e azione, e moltiplica il bisogno di ritornare ad agire ossessivamente, un'ipercinesia che scatena ansia e noia, insieme.

Queste sensazioni  si intrecciano negandosi a vicenda  lasciando il soggetto sospeso in una sorta di indifferente anestesia , una difesa già malata  contro il  ‘pieno'  esterno  che si appropria di tutti gli spazi, che siano fisici, che siano psichici.

Proprio a proposito di questi sentimenti negativizzanti  è opportuno un richiamo ai modelli che la moda trasmette con le sue foto sempre più splendide , splendide e perfette per la raffinatezza compositiva e la pulizia  delle linee, ma indicative di una realtà che dovrebbe essere curata  più che  enfatizzata. Questi adolescenti, perché i soggetti, maschi o femmine,   sono sempre più giovani, ostentano in modo sprezzante una  disinvolta stanchezza strutturale, una fisicità  quasi evanescente, una supponenza vissuta sui nervi,   la cupezza   annoiata  di chi ha già visto tutto e vive indifferente  e arrabbiato, stufo anche d'essere il più bello mentre ostenta che è proprio l'esserlo il luogo del suo esistere; contraddizioni, paradossi, angoscie

.Ma forse dicono " sono arrabbiato ... sono arrabbiato perchè non capisco....faccio l'arrabbiato ...mi faccio forte...cerco  un contegno.......faccio il forte  perché nessuno si accorga che sono inadeguato".

Eppure, quando ci si interroga di fronte alla piaga dell'anoressia, i modelli  disincarnati e tristi  della carta patinata  sembrano non entrarci mai.

Il mercato non vuole critiche e ogni volta reagisce per salvaguardare le esigenze finanziarie  sventolando la parola ‘lavoro'. D'altro canto che importanza hanno i diritti dell'oggetto rispetto ai diritti del soggetto?

Un sistema vecchio come quello patriarcale è troppo esperto nel gestire le proprie difese.

Il tema del modello deduttivo, che semina emulazione, si nutre di un altro punto critico :il bisogno di  visibilità  che sta diventando sempre più un imperativo capestro, quasi impossibile  da combattere perché prima di essere l'artificio culturale oggi più pressante, è   una necessità  fisiologica , l'essere visibili apre  infatti l'esperienza vitale dell'essere accolto e nutrito e fonda la relazione indispensabile all'identità, fa dire  ‘esisto perché tu,vedendomi, mi confermi di essere esistente" ; il bambino che non si sente percepito cade nel marasma.

Oggi quest'esigenza sta raggiungendo livelli veramente patologici perché è spinta da  una modernità che suscita ansia e induce a moltiplicare in modo ossessivo le  auto-rappresentazioni; si è innescato un circolo vizioso che affastellando presenze  rende sempre meno visibili  e rendendo meno visibili fa crescere il bisogno farsi presente.

I toni si alzano di conseguenza, inutilmente, perchè nessuno viene percepito per più di un attimo.

E' un bisogno dunque destinato alla frustrazione, impossibile da appagare perché se da un lato è la crescente quantità di auto-rappresentazioni e di oggetti rappresentati che impedisce una qualsiasi possibilità d'essere visti, e quindi confermati esistenti, dall'altro smettere di auto-rappresentarsi e di rappresentare propri oggetti significa uscire dall'unico contesto che la cultura ci propone per non  essere  invisibili: è come la degenerazione tumorale di una cellula che prima era sana e che poi sconvolge le sue stesse  linee di azione.

In ogni caso per l'adolescente il problema è particolarmente grave  anche per un altro motivo infatti in questa sua richiesta di visibilità, per lui essenziale, finisce per rivolgersi a soggetti sempre più  serializzati, astratti, virtuali e  mancando contorni definiti viene a mancare  la fisicità di una vera conferma e l'identità fatica a nascere.

 Il processo fisiologico continua a degenerare perché  la confusione di sistema frantumando le  normali auto-rappresentazioni  esaspera il bisogno di conferma  spingendolo compulsivamente ad una ricerca  di  modalità sempre più estreme e pubblici sempre più grandi.

Gli episodi dei filmati ripresi col cellulare e posti su internet dimostrano una patologica necessità esibizionistica urlata tra l'onnipotenza narcisistica del ‘niente è reale fuori di me'  e  l'angoscia di sentirsi non-esistente.   

 

Dal momento che  l'adolescenza è il passaggio dal contesto narcisistico  dell'infanzia  e della latenza al contesto esterno del sociale, sono ovviamente importanti due cose, la prima che  il ‘privato' sia ben distinguibile  dal ‘pubblico' e la seconda che gli oggetti primari  che circondano l'infanzia e la latenza abbiano peso commensurabile rispetto a  quello degli oggetti-altri che compongono il fuori dell'adolescente.

Il soggetto per staccarsi dalle figure parentali deve in qualche modo respingerle trovando però un adeguato appoggio compensativo nell'idealizzazione di figure extrafamiliari. Fino ad un passato recente, quando la  popolazione era distribuita in gruppi circoscrivibili e le comunicazioni erano proporzionali alla distanza del fatto avvenuto, il peso dell'interno e  il peso dell'esterno erano abbastanza bilanciati e consoni alle possibilità di apprendimento e di elaborazione del soggetto giovane:  le figure dell'esterno oltre ad essere prossimali , cioè fisicamente reagenti, erano anche tipologicamente vicine alle figure primarie quindi il passaggio dalle prime alle seconde, lungi dall'essere  un salto nel vuoto, permetteva di consumare il superamento del narcisismo senza traumi eccessivi e di ritornare, a fine adolescenza, alle figure primarie  pronto ad  instaurare una  relazione matura sulla base dell'alterità acquisita.

Ora, nel continuo discutere dei tanti  problemi si assiste ad un continuo rimpallo di responsabilità tra famiglia, scuola e società come se queste siano tre ‘cose' distinte, tre pedine della stessa scacchiera.

Questo modo  di affrontare le situazioni è proprio figlio della dicotomia di sistema, ed accusa un grave errore di congruenza perché applica una struttura lineare ad un problema complesso perdendo di vista la struttura relazionare interna  al problema stesso.

Innanzitutto famiglia, scuola e società  sono tre insiemi di diverso tipo logico  e non possono essere posti sullo stesso piano perché la società è un concetto più astratto rispetto alla famiglia, che è una sua categoria , ed è più astratto anche  rispetto alla scuola, che è un'altra sua categoria, metterli sullo stesso piano comporta una situazione di paradosso ( Russell docet), paradosso che rende impossibile ogni ragionamento congruo e quindi ogni tentativo di soluzione.

La società è la struttura che conforma  famiglia e  scuola , è la struttura che decide quale è il ‘dentro' della famiglia, e  quanto e quale è il suo  ‘fuori', che determina  che tipo di' fuori'  è la scuola, rispetto alla famiglia,  che decide anche quanto e quale è lo spazio della famiglia e quanto e quale è lo spazio della scuola, che conforma i tempi delle stimolazioni e del rispetto dell'organicità evolutiva esplicitati da tutte le categorie, sia prese ad una ad una, sia prese nel loro insieme (da quelle istituzionali a quelle del mercato). La società è fatta di persone che permettono alla società di essere come è.

Una complessità molto articolata che non sopporta tagli alle relazioni tra le diverse parti, l'abuso dei concetti reificati è la morte di ogni possibile ragionamento

Ci si stupisce  quando donne o uomini vanno davanti alle telecamere a dirsi nei segreti più intimi e forse fino ad allora mai svelati; non credo che, quando  si raccontano a milioni di persone, si sentano fuori dal proprio privato perché  quel ‘fuori' è ormai una parte ‘naturale'  del ‘dentro' della loro casa. Lo schermo piccolo rende vicini e ‘familiari' anche i vip e  normale voler essere come loro.

La difficoltà nel distinguere questi ambiti, soprattutto interiori, si traduce in una fuga verso una forzata virtualizzazione  del reale, un riduzionismo operato  per incapacità a distinguere e a gestire le differenze dentro un quadro organico.

Il problema della confusione privato-pubblico è reso più critico dai fenomeni ai quali ho accennato inizialmente, uno è la velocità con cui i contorni del conosciuto si sono improvvisamente  dilatati e frantumati perdendo di forma , l'altro è l'eccessiva astrazione dei soggetti e delle esperienze.

Il gruppo umano è in grado di elaborare astrazioni partendo sempre da esperienze fisiche e procede nella conoscenza   tornando sempre a confrontarsi con esperienze fisiche, secondo una continua circolarità fisico-astratto-fisico-astratto...

 Il bambino piccolo, che fa cadere ripetutamente un oggetto perché la madre ogni volta glielo riporti, costruisce un complesso sistema di esperienze, il toccare e il perdere, il vedere e il non vedere, nel contatto con la madre accogliente;  in quel ripetere continuo  costruisce le proprie  categorie mentali mettendo le basi delle proprie modalità di apprendimento

La morte che troppo spesso compare negli episodi di bullismo è un non tornare a toccare, un non sapere di essere usciti dal pensiero, un non distinguere bene il  ‘fuori' reale dal ‘dentro' dell'immaginazione.

I bambini e i ragazzi non costruiscono quasi più le cose del loro gioco, non conoscono quel processo creativo del toccare e dell'inventare che nasce con l'accendersi di una semplice  tensione a scaricare le energie e la curiosità, che poi forma un'idea che chiede d'essere realizzata in una forma,  costruita con mezzi e materiali  estemporanei, naturalmente ‘inadeguati', che però proprio per questo prendono immagine e forma per mezzo dell'ingegno, dell'invenzione e della fantasia.

In effetti non è che oggi  venga meno semplicemente un processo,  nella nostra società, piena di cose già fatte dalle macchine, viene meno il modello stesso del costruire e quindi, con esso,  tutta una  catena di processi evolutivi: non si realizza la capacità di gestire e convogliare le energie mosse dal proprio desiderio, la capacità di procrastinare poco alla volta l'oggetto desiderato , non si attiva  la capacità intellettuale di sintesi che porta a  vedere la struttura di un problema e organizzare i dati per la sua soluzione, non nasce  l'avventura gratificante di riuscire a  trovare regole dimostrando  a se stesso la possibilità di farcela, viene a mancare l'esperienza forte di sapersi regalare autonomia.

Tutte queste esperienze  fondano soprattutto  la stima di sé e il senso di responsabilità,  arginando quindi l'ansia  legata ad una sicurezza garantita aprioristicamente, dall'alto, che opprime anche molti   adulti e molti vecchi rendendoli  educatori non cresciuti e inadeguati.

La piramide patriarcale non deflette, come potrebbe sollecitare creatività e autonomia negli oggetti del proprio controllo? Ecco anche perché l'incontrollabile adolescenza, è malissimo gestita tanto da sfuggire di mano e metterci paura.

Il ragionamento tira automaticamente  un filo tra giocattoli e genitori, i genitori danno troppi giocattoli.

Entrando ad analizzare il  termine ‘troppo' ci si imbatte almeno in tre problemi, uno sta nel bisogno fisiologico del bambino di essere accettato dal gruppo, oggi eccessivamente omologato,  dei propri coetanei, l'altro, nel senso di colpa, culturalmente indotto e non- eliminabile, che spesso porta gli adulti  ad attivare compensazioni coatte, il terzo nella capacità della comunicazione pubblicitaria di chiudere adulti e bambini in una spirale collettiva che centuplica le offerte per esasperare  il senso di vuoto e di deprivazione.

La prima cosa che risulta mal posta  è  il rapporto biunivoco giocattoli-genitori, ci si trova su un tavolo molto più complesso dove si articolano  molte  esigenze di vita che inchiodano gli adulti in assenze costose  e dove gli eccessivi stimoli di mercato fanno della ‘mancanza' una frustrazione difficilmente superabile, del bisogno del bambino di confrontarsi un'ossessione acuita dalla dicotomia accettazione-emarginazione.

Il problema del bambino ‘omologato' e del bambino ‘diverso', del bambino accolto nel gruppo perché ha l'ultimo mostro e del bambino respinto dal gruppo perché è rimasto indietro si nutre di un contesto generale, troppo più potente di ogni coppia genitoriale , troppo gridato anche dai muri, che mortifica chi resta fuori dal trend.

Il vertice, mercato-finanza, si ritiene libero di rincorrere i profitti che lo alimentano inventando i bisogni e i consumi che gli servono per crescere, ma lo fa sempre più in modo autoreferenziale, coerente con la sua natura dicotomica, dispersiva,  lo fa ipotizzando sé come  l'unico soggetto  che deve controllare e  usare oggetti, ma gli oggetti in questione biologicamente non sono affatto oggetti,  reagiscono, imparano, imparano ad imparare, a volte si confondono e si arrabbiano, diventano aggressivi, hanno paura,  escono dai modelli controllabili, si ammalano e fanno saltare i programmi.   

 I ragazzi sono uno dei luoghi di caccia preferiti dal mercato e dalle sue vetrine virtuali, abbigliamento, audiovisivi, cascate di prodotti che sanno artigliare bene l'attenzione di un adolescente. Sono spinti a vivere la compulsione a consumare rigidi modelli aggressivi, epopee di  effetti speciali,  i rambo   vengono loro forniti senza risparmio, sempre più feroci e sempre più spettacolari, ma poi, i ragazzi,  rambo vogliono esserlo, provarci,  ma facendolo  poi creano i problemi che non ci piacciono più.

Non dovremmo scandalizzarci dei paradossi, li abbiamo avviati noi.

 

La cultura dicotomica mente/corpo, ha privilegiato la coscienza vigile, proprio perché più rassicurante nei confronti della possibilità  di tenere sotto controllo il percepito ;  l'altro polo, quello affettivo, viene  usato soprattutto per fini strumentali,  ancora di controllo, per parlare alla pancia in modo opportuno, in opportuni momenti .

Il bisogno di potere e di controllo si sta avvitando in un maniera assurda che  però non sembra essere percepita come tale. 

Siamo soggetti complessi e unitari nella loro organicità, esistiamo in quanto parti di un sistema vivente più vasto che ci contiene, siamo dotati di un intelletto e di un' affettività destinati a stimolarsi e arricchirsi reciprocamente.

Avremmo  potuto sentirci pienamente viventi,  fortunati abitanti di questo pianeta,  se non ci fossimo  via via privati del senso di questa complessità  fino a rappresentarci come un 'umanità divisa in due bene/male, mente/corpo, un'umanità che ha diviso in due anche  la vita per ricavarne solo un io-unic, un Uno  che butta via tutto il resto relegando  ogni altro gruppo esistente, il mondo compreso, nella metà-oggetto.

Alle molte critiche che si alzano da più parti nei confronti di ciò che non va la risposta è sempre una  e sta sempre nella solita  domanda retorica:‘allora cosa si fa, si  torna indietro?'.

Innanzitutto nel tempo della storia non esiste un ‘indietro' (semmai indietro ci tengono i vecchi modelli di fondo e la loro ripetizione), qualsiasi momento è un  procedere che ci si augurerebbe però corretto dell'errore. E' da un'ipotesi sbagliata che si deve tornare indietro.

La cultura patriarcale deve lasciare l'umanità libera alla sua rivoluzione fisiologica permettendo il passaggio dal sistema assiomatico io/esso di un' infanzia ormai troppo cronicizzata al sistema assiomatico io-tu;  questo bambino invecchiato ha  in mano giochi troppo pericolosi e non vuole ancora imparare, invece è ora  che si faccia domande per conoscere le sue ombre  e intraprenda il viaggio della responsabilità verso tutti gli altri, finalmente, fatti ‘prossimo'.

Forse sono proprio i nostri adolescenti, schiacciati tra una rivoluzione naturale e una impossibile, quelli  che oggi pagano  il nostro più grave peccato, l'hybris di un narcisismo ottuso e cronico terrorizzato dall'impotenza e affamato di potere.

 

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