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E' radicato un antico assunto secondo cui arte visiva e parole non debbano uscire dalla stessa fonte; chi compone un quadro faccia l'artista e chi ha voglia di argomentare faccia il teorico, il filosofo o che altro. Mestieri diversi, ed è meglio che ognuno faccia il suo Queste affermazioni, come mille altre dello stesso spessore logico, sono non solo possibili ma assolutamente normali perché noi, esseri organici, siamo inconsapevolmente sospesi su un vuoto molto problematico : la perdita del senso della complessità,.. Questo lutto non è un accidente ma semplicemente la necessaria conseguenza dell'assioma che fonda la cultura, quella cultura che, fatte le debite varianti, sta gestendo il Mondo da molti millenni. Parlo di quel sistema di relazioni e di pensiero che sul piano antropologico è classificabile come patriarcale, sul piano logico è definibile come dicotomico e sul piano dei sistemi organici e del pensiero sistemico è qualificabile come antisistemico e produttore di paradossi . Parlo della cultura quantitativa che ci sta scoppiando dentro mandandoci in pezzi. Miliardi di ombelichi vanno per la tangente.

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ATTRAVERSARE LA DIVERSITA'

postato da Maria Micozzi [23/05/2009 13:23]
 

DIVERSITA', L'ELEMENTO CHE FONDA OGNI RELAZIONE

 

Alla voce ‘diverso' si legge " ciò che  si  presenta con un'identità, una natura, una conformazione nettamente distinta rispetto all'identità, alla natura, alla conformazione di altre persone o cose'".

 

La percezione della diversità implica automaticamente il processo mentale del‘distinguere', l'aspetto dinamico essenziale per ogni forma di conoscenza.

Prendere in esame la diversità vuol dire automaticamente farsi carico dei contesti, degli ambiti pertinenti entro i quali gli elementi in relazione  possano essere percepiti come chiari e distinti, e quindi  diversi; vuol dire  attuare l'operazione che lega il contesto agli elementi in un rapporto di significazione,  gli elementi al contesto in un rapporto di spiegazione e quindi gli elementi tra loro, il tutto sulla base di procedure di derivazione e codici pre-ipotizzati, fissati cioè in una specifica sintassi e secondo specifici calcoli mentali.

E' la costruzione di un ben organico sistema di pensiero, quello, vitale, che risponde alla necessità dell'uomo di esprimere se stesso.

Erick Erickson  definisce l'identità come frutto delle progressive auto-rappresentazioni  che accompagnano il soggetto lungo tutta la sua esistenza, sta a dire che il bisogno e la capacità di esprimersi formalizzano una domanda fondamentale, cioè quella di sentirsi percepito e definibile.

Quindi qualsiasi elemento entri nella composizione del processo identitario questo si  struttura sulla base di  rapporti tra diversità , cominciando dalle  diversità tra  codici linguistici e di costume.

Ogni cosa che nasce nel mondo, nasce dal confronto tra diversità; questa  rete di relazioni è il solo  motore  capace di produrre conoscenza, l'unico utile all'evoluzione della mente.

In estrema sintesi l'atto del confrontare è ciò che normalmente chiamiamo ‘differenza' e se questa ricca complessità  fosse il sentire comune con cui il gruppo umano  guarda al ‘differente'  i problemi non sarebbero certo quelli che sono.

I problemi ...

Il tema della differenza  quindi  struttura il  processo  fondamentale dei sistemi viventi che è la relazione ; le dinamiche relazionali  percorrono tutta la storia umana con oscillazioni che, più che darci la questione come chiarita, ce la  indicano sempre più  problematica, frantumata e disorganica,  schiacciata dalla nostra incapacità a sopportarne l'apertura.

La psiche umana non riesce a cogliere il troppo piccolo né ad abbracciare quello che percepisce troppo grande; gli aggiustamenti focali che vengono posti in atto possono risultare di tanti tipi, più o meno adatti, più o meno pericolosi a seconda della maturazione raggiunta dalle stesse capacità psichiche.

 

DIFFERENZA E SEPARAZIONE

 

I sistemi viventi si attuano sempre e solo in termini di processo e anche la loro storia culturale è un processo di processi, un enorme flusso di domande che l'uomo fa alla propria idea di mondo adattandone volta volta i contorni senza mai sovvertirne il paradigma..

L'uomo ha inventato  un sé e ha inventato un mondo; nel tempo continua ad inventare  modi per mantenere saldamente le redini dell'invenzione. .

I linguaggi e i codici linguistici formalizzano i riti del ‘dare nome' e sono anche le impronte lasciate da questo cammino; gli etimi sono i preziosi reperti da analizzare.

Il termine ‘diverso' deriva dal participio passato del latino ‘devertere' (= volgere ad altro, volgersi), composto dal verbo ‘vertere', che conferma l'atto di iniziare un percorso e dalla  particella ‘dis-‘ che si richiama a ‘cerno'( =scelgo, distinguo).

Anche nel termine ‘differente' si trova lo stesso tipo di apertura alla relazione, in più la derivazione greca ‘phero'( = porto in seno, produco) ne modula  la ricchezza  di senso

Tecnicamente l'etimologia si apre ad un insieme di significati  che tendono ad un nucleo senza però mai identificarsi con esso, ognuno è come una funzione che tende ad  x senza mai toccarla : la ricchezza del symbolon è lasciata libera di fluttuare.

L'etimologia è quindi un elemento eziologico che non può essere eluso da chi voglia entrare nella cultura per cercare l'ipotesi  che ne ha strutturato le procedure; è un  riferimento forte che permette di trovare i flussi di senso  conferiti  dal nominante quando questi  era ancora abitato dallo stupore nei confronti del mondo, quando le ipotesi e le strade erano molte e aperte, quando la specializzazione lineare  non aveva ancora imbrigliato le diversità in una classificazione reificante e  auoreferenziale.

Partire dall'etimo per arrivare all'oggi significa fare un percorso che inizia da un insieme di senso, dato dal relazionarsi  di  molteplici nozioni,  per scorrere lungo la storia e scoprire le richieste che via via vengono  fatte a quell'insieme ,  capire il loro  perchè  e vedere come hanno lavorato per trasformarlo, per adeguarlo e renderlo, ogni volta, utile alla domanda.

 

C'è da chiedersi seriamente quali esigenze o incapacità hanno portato il linguaggio  all'attuale reificazione, la sua ricaduta sul pensiero critico è drammatica.  

Tutti i concetti, specie  quelli astratti, dalla ricchezza di senso che Socrate aveva attribuito al processo intellettuale della sintesi,  sono stati mano a mano  appiattiti su un unico  termine  di riferimento che, a sua volta, perdendo ogni variabile interna, si riduce ad essere   ‘cosa'; la reificazione ha  fatto perdere al concetto la sua  natura di ‘insieme' e ha vanificato  la molteplicità di relazioni tra  nozioni diverse e  diversi contesti di riferimento; il valore espressivo perde ogni articolazione e il pensiero fatica a trovare circuiti complessi entro cui rapportare differenze e formulare  ipotesi prima di  elaborare  teorie.

Il derivato più grave consiste nella perdita sia del concetto di ipotesi sia della stessa  memoria di un'ipotesi di partenza, cosicché sul tavolo della coscienza  resta la teoria e la teoria è percepita come  realtà; la risposta pragmatica diventa ineluttabile e autoreferente.

Da questo termine reificato in cui si è chiuso il concetto astratto di ‘differenza'  è sparita la ricchezza degli  accenti originari  e al suo  posto si è fissata un'accezione negativa, di tutt'altro segno.

La differenza diventa la foresta che avanza verso un Machbeth  terrorizzato, il differente diventa lo sconosciuto,  il ‘lontano da noi', quello a cui attribuiamo la volontà di farsi  aggressivamente prossimo,  l''io' teme il superamento del vallo che ha scavato attorno a sé, paventa  il ritorno del Chaos primitivo, la distruzione di  quell'ordine entro cui si è chiuso, rassicurato.  .

Differenziare' diventa 'separare'.

Viene perso tutto l' insieme di processi intellettuali e psichici legati al desiderio di  capire, di conoscere, di confrontare; viene persa la capacità di  distinguere concetti  e quindi di  elaborare pensieri  complessi ; il desiderio di conoscere non è più sollecitato a partire, ogni volta, da un piano emozionale ed  intellettuale più  alto.

Il processo di reificazione preclude la spirale virtuosa dell'apprendimento  e lo fa nel momento stesso che annulla la relazione tra  differenze.

L''io' impaurito si difende proiettando sul diverso l'ansia e l'aggressività generate dalla paura;  questa proiezione, a sua volta,  incrudisce la percezione del pericolo e produce un circolo vizioso destinato ad autoalimentarsi.

Il processo fisiologico dell'organicità teso ad evolvere  i propri circuiti viene bloccato e al suo posto si struttura una  deriva centripeta  più o meno fobico-ossessiva, una chiusura  che paralizza  gli stessi elementi che la generano.

Non esiste progetto educativo, né di crescita, che sposti l'accento sul sospetto piuttosto che sulla curiosità.

La storia non è avara di esempi anche se spesso le parole del racconto ne nascondono le patologie.

 

CULTURA E ASSIOMI

 

La reificazione, in quanto processo distruttore di relazioni e differenze, è strettamente congrua al sistema verticistico-patriarcale, l'immagine del mondo più diffusa sul pianeta. E' questa la madre di tutte le ipotesi; nascosta e radicata nell'inconscio collettivo più profondo, si impone erroneamente come  realtà naturale'  imprimendo questo marchio ad  ogni sua invenzione.

Quest'ipotesi, in quanto tale, è un prodotto dell'uomo e quindi modificabile, ma il definire naturali le leggi che derivano da essa serve a rendere immodificabili gli aspetti che la cultura sente utili al mantenimento del proprio potere.

E' un espediente che trasforma tutto in bottino, pianeta compreso.

L'assioma si fonda sulla relazione dicotomica io/esso, una non-relazione che esclude l'alterità: esiste un unico soggetto agente che governa  tutti gli elementi presenti, ogni altro ente quindi è solo  un ente agito.

La visione del mondo che giustifica questo assioma risponde chiaramente ad una perentoria  domanda di potere e di controllo; è una domanda di rassicurazione che esprime una paura arcaica nei confronti di un mondo  sentito come luogo  terrificante  e nemico.

L'assioma ‘io/esso' è il modello narcisistico che rassicura il  soggetto agente attraverso la legittimazione a perseguire il  possesso  ; configura  il modello aristotelico alto/basso, logos/ materia.

Il  logos' , aereo e leggero, diventa il nominante di ciò che è  ‘vero', Apollo é  il luminoso,  la materia, pesante e ombrosa, invece  resta in basso e  l'affettività, sentita simbolicamente troppo articolata e quindi  meno facile al controllo è   confinata nell'umidità del ventre ctonio.

La diversità primaria viene regolamentata nello schema oppositivo maschio/femmina'; non più due soggetti, ma un solo agente che, possedendo, controlla prima di tutto  la femmina, deputata ad eternare i propri  geni, e quindi il  potere da cui si sente definito.

Dunque la scelta dicotomica ha impedito ogni relazione attiva  a cominciare dalla  maggiore risorsa  strutturale di cui sia mai stato  dotato il gruppo umano, la differenza di potenziale femmina-maschio: la visione bioculare sulla complessità del vivente.

Il processo conoscitivo arriva a contraddire se stesso per piegarsi  all'ossessione del possesso e del controllo,  due punti di un volano che, massimizzando la paura, affossa   ogni chiarezza intellettuale.

La coscienza razionale, il prezioso nuovo occhio nato da chissà quale salto evolutivo, vede e sa di vedere e per questa capacità viene  eletta ad unico  scudo contro l'ombra; il compito è ovviamente non sostenibile e diventa tanto più pesante quanto più  le paure del Chaos, potenziate dall'affettività rimossa, soffiano processi paranoici; la logica è stata impietosamente legata alla responsabilità di essere l'unica bussola, l'unica congruenza possibile: è come pretendere di muoversi nello spazio avendo una sola coordinata a disposizione, oltretutto una coordinata autoreferenziale,.

La conoscenza razionale, nel momento stesso che  la dicotomia  l'ha privata del confronto aperto e   stimolante con la  complessità affettiva,  si è trovata  succuba di un nodo di pulsioni  rimosse  e  involute; un'affettività frustrata, abbandonata , a sua volta, alle  forme  più primitive dall'impedimento di relazionarsi  con la razionalità che la dicotomia implica..

Due forze separate tradite nel loro destino di relazione, sprecate, una per eccesso di responsabilizzazione e l'altra per totale rimozione e quindi abbrutimento.

Per favore non chiediamoci il perchè della violenza!

Amare la scienza dovrebbe significare liberarla dal paradosso che la incastra. Superare la dicotomia.

Lo schema ha ingessato un' infinità di rapporti tra differenze  deformando i termini dei problemi;  oggi che siamo sommersi da tecnologie anche troppo disinvolte  lamentiamo una sorta di disaffezione nei confronti della scienza come processo conoscitivo ma in effetti è il processo conoscitivo ad abitare  poco le nostre procedure mentali;  assetati confusamente di garanzie, in massa,  tendiamo a legarci  ad un'idea di scientismo tanto radicale quanto  antiscientifico da trasformare la scienza in una sorta di metafisica per sicurezze da spot pubblicitari; assetati confusamente di verità prendiamo per prodotti di logica spezzoni di pragmatismo che invece lavorano sempre  più di pancia; affamati confusamente di relazioni, entriamo in toto nei meandri di una magia riformulata nelle categorie  più mercificanti della modernità .

La nostra cultura è il prodotto di una primitiva visione del mondo , quindi narcisistica e autoreferente , un assioma che giocando ad essere dio ha inventato  strumenti  impensabili e potenti, pericolosi e spesso sprecati   per essere lasciati  in mano ad un soggetto emotivamente  frustrato e non adeguatamente maturo. 

 

PARADOSSI

 

Via via che la cultura verticistico-patriarcale invecchia perde  le mobilità che ogni gioventù sempre regala, e affinandosi si incrudisce; la dicotomia procede linearmente lungo una secante  cancellando sempre più impietosamente la pluralità dei contesti e la ricchezza delle relazioni; reificando i problemi complessi rischia di  impedire non solo la loro soluzione, ma anche la loro stessa visibilità.

Un esempio di questa invisibilità sta nella connotazione fortemente positiva che viene attribuita al termine ‘tolleranza' opponendolo a quella negativa di intolleranza.

Si fa passare per alternativa quella che in realtà è solo un'illusione di alternative; la tolleranza è alternativa all'intolleranza solo nell'ambito di un sotto-contesto ( ‘io/esso'), che veda l'altro da sé come inferiore o pericoloso, infatti il termine prende in considerazione la "capacità da parte del soggetto di resistere a condizioni sfavorevoli".

La vera alternativa è offerta dal contesto che contiene il sotto-contesto di cui sopra, , quello che, contemplando  la pluralità dei soggetti (‘io-tu'), offre tutta la possibile gamma di rapporti ; se qui la polarità negativa è l'intolleranza, quella positiva è l'accoglienza.

La forbice tra le esigenze del sistema assiomatico verticistico  e  le esigenze della complessità diventa drammatica

Quando un sistema semplice decide di governare un sistema più complesso di cui il primo è parte, si produce un paradosso

E' fuori di dubbio che l' assioma io/esso basato sull'esistenza di un solo soggetto dia origine ad un sistema culturale  meno complesso di quello congruo all' assioma paritetico   io-tu  secondo cui tutti  gli enti sono operanti e in relazioni reciproche, eppure  il sistema verticistico-patriarcale da sempre ha fatto in modo che ogni ideale paritetico   non solo non si realizzasse mai come sistema,  ma che addirittura  restasse imbrogliato in una posizione subalterna, di sottocontesto.

In modo colorito è come dire che  l'insieme dei fagioli borlotti vuole applicare le proprie leggi all'insieme dei  legumi.

Forse all'inizio dei giochi di potere il vertice era il peloso padre-capobranco di freudiana memoria, oggi è la finanza mondiale, il mercato che, seducendo, induce regressioni infantili nel sedotti, funghi di atomica sospeso tra virtualità e astrazione per l'adrenalina drogata di pochi giocatori.

Gli anticorpi, che il sistema lineare produce a difesa del proprio successo, sono di molti tipi, ma tutti derivano dai grovigli logici nati  dal paradosso di  un sotto-sistema che governa il proprio sistema di riferimento; la perdita di una qualunque nozione di insieme è sempre più profonda.

Ne danno testimonianza gli attuali eventi. 

In pericolo sono soprattutto i correttori naturali del sistema di riferimento in quanto corrono il rischio di degenerare in andamenti non solo violenti per l'uomo, ma anche lesivi della loro stessa organicità.

I cambiamenti climatici forniscono un'ulteriore testimonianza.

I disastri che ci colgono di ‘sorpresa' sono soltanto conseguenze congrue all'assioma, un vertice potente, soggetto unico, senza il correttore dell'alterità .

Il fatto che questo sistema assiomatico lineare sia diventato tanto invasivo e contemporaneamente pretenda di gestire , come in effetti gestisce, l'intero pianeta  è la materializzazione più spaventosa dell'antinomia di Russell: è la parte che gestisce il tutto, il sotto-sistema più semplice che decide le strategie del sistema più complesso.

Il filosofo e matematico  nel 1901 , nell'intento di superare la definizione assiomatica di ‘infinito' e arrivare al concetto tramite dimostrazione logica, si era trovato di fronte all'antinomia del numero cardinale massimo di Cantor. Nel ‘913  pubblica ‘ Principia Mathematica' insieme con Alfred N. Witehead dove viene esposta la Teoria dei Tipi Logici.

La teoria tratta appunto la gerarchia dei tipi logici e le procedure di derivazione per superare i paradossi , il salto logico che ha portato al  superamento dell'antinomia  sta nell'affermazione secondo cui  l'elemento non è la classe', l'antinomia era data dalla  trasgressione a questa regola di congruenza e aveva condotto  ad un problema per il quale la matematica stessa non aveva soluzioni.

Anche la Mathesis universalis di Cartesio, la sublime ,  praticando la deduzione infinita, la linearità assoluta, incorre dunque nel groviglio logico del paradosso, c'è voluta la meta-matematica di Goedel, per saltare fuori dal problema   e acquisire una visione di  meta-livello entrando in costruzioni mentali più complesse strutturate secondo rapporti gerarchici a più livelli di complessità.

Le ragioni che rendono sempre più difficile  gestire la ‘differenza'  stanno  tutte  nelle ricadute del paradosso legato all'assioma della  cultura verticistica: cancellare le relazioni tra diversità annulla  la possibilità stessa di confrontare.

 

ASSIOMI E RIVOLUZIONE

 

La rivoluzione più difficile per un essere pensante è quella di cambiare radicalmente la propria visione del mondo e quindi le estreme radici, quelle inconsce, del proprio sistema concettuale.

Nella storia, prodigi di questo tipo sono avvenuti, ma hanno riguardato soprattutto  singoli individui, quelli che, talmente aperti alle diversità,  sono riusciti a veder se stessi nella relazione con l'altro,  da un piano di  meta-livello;  la scienza ha spesso rivoluzionato gli assiomi delle proprie discipline, e la storia del Galilei ricorda  i costi di tali cambiamenti, ma il sistema dei sistemi, quello patriarcale che da millenni conforma tutte le culture, non ha fatto nessun salto evolutivo, resta a soggetto unico.

 Purtroppo la cultura verticistica ‘io/esso' non prevedendo  alterità, come si è detto,  non ha in sé la procedura per  rivoluzionare  la propria immagine del mondo, le rivoluzioni che pratica si  limitano a realizzare continuamente l'assioma : abbattono il vertice  e lo sostituiscono con un altro.

Dunque il soggetto principe dell''io/esso' non ha nessuna  evoluzione complessa nel proprio DNA, per statuto non prevede di aprirsi all'accettazione di un ‘tu', i suoi teoremi sono necessariamente  autoreferenziali; in definitiva ogni  soggetto che entri nel suo orizzonte  viene automaticamente  inteso come entità negativa, un ‘nemico'  che voglia depredarlo dei privilegi che l'io', quanto più è impaurito, tanto più reclama come  proprio diritto alla sopravvivenza.

 

Dunque se come legge generale la rivoluzione più difficile per un sistema umano  è rivedere le proprie ipotesi di partenza, per un sistema  autoreferente è praticamente  impossibile proprio perché il sistema è chiuso per definizione  . Il superamento dell'assioma io/esso   può realizzarsi o per evoluzione degli individui o per patologia del pianeta, in ogni caso il cambiamento  non può che venire da un piano di meta-livello, per la comparsa di soggetti ‘altri'.

Ma gli individui di un sistema verticistico hanno escluso l'alterità, e senza alterità niente piani di meta-livello; e  senza piani di meta-livello nessun paradosso è risolvibile.

 Ritorno al titolo per concludere  che  attraversare la diversità significa  ritrovare gli elementi fondanti della complessità, le relazioni, i contesti e i circuiti della loro struttura dinamica.

Credo che questa sia la strada non patologica per evolvere dal sistema dicotomico ‘io/esso' al sistema paritetico, complesso,'io-tu'.

In ogni caso il groviglio può essere sciolto solo per intervento di un agente esterno al sistema dicotomico, un intervento che possa imporre all''io' narcisistico la presenza di un ‘tu'  ineludibile.

Questo agente può venire solo dalla complessità, quella che, pur esclusa dal sistema dicotomico, continua ad abitarci dentro, e quella che, da fuori, ci contiene.

.

Purtroppo è facile che quest'alterità compaia per patologia: è probabile che il sistema organico irrompa sulla nostra immagine del mondo da soggetto ribelle e incontrollabile.

Stanti le cose come stanno è difficile che il salto nasca per nostro merito evolutivo.

Siamo circondati e abitati da diversità, dall'inizio dei tempi, ma non ne percepiamo la  valenza naturale e cognitiva; la difesa arcaica è congrua all'assioma dicotomico e continua specializzarsi in procedure di esclusione e di controllo.

Dovremmo essere capaci di non sentirci più come la terra cui il sole debba girare  attorno, dovremmo scendere dal piedistallo e portarci  in una posizione un po' più copernicana, accettando di essere noi a doverci muovere attorno al sole. Siamo elementi di un sistema vivente più complesso che ci apre a miliardi di relazioni, siamo legati ad esso da rapporti di appartenenza e rispetto delle regole di congruità. Il fatto è che dovremmo rinunciare ad essere il cancro piglia-tutto del nostro pianeta.

Ma la soluzione evoluta non è contemplata dal patriarcato; la domanda fatta all'immagine di mondo piramidale è fissa alle voci possesso e sicurezza, senza possesso e senza controllo sull'altro la cultura piramidale paventa ombre e paure che non abbiamo imparato ad elaborare e a gestire.

Nel kit manca proprio l'ingrediente indispensabile all' evoluzione psicologica, è un dato che non compare nella teoria di Russell , perchè non fa parte di un calcolo della  logica formalizzata , è piuttosto l'aspetto essenziale dell'apprendimento il socratico: ‘so di non sapere'

Ma come è noto l'umiltà è dei grandi e l'assioma narcisistico ‘io/esso' è il gradino più basso della scala filogenetica, è di un gruppo umano appena nato.

Si spera voglia crescere prima che la casa lo metta alla porta.