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E' radicato un antico assunto secondo cui arte visiva e parole non debbano uscire dalla stessa fonte; chi compone un quadro faccia l'artista e chi ha voglia di argomentare faccia il teorico, il filosofo o che altro. Mestieri diversi, ed è meglio che ognuno faccia il suo Queste affermazioni, come mille altre dello stesso spessore logico, sono non solo possibili ma assolutamente normali perché noi, esseri organici, siamo inconsapevolmente sospesi su un vuoto molto problematico : la perdita del senso della complessità,.. Questo lutto non è un accidente ma semplicemente la necessaria conseguenza dell'assioma che fonda la cultura, quella cultura che, fatte le debite varianti, sta gestendo il Mondo da molti millenni. Parlo di quel sistema di relazioni e di pensiero che sul piano antropologico è classificabile come patriarcale, sul piano logico è definibile come dicotomico e sul piano dei sistemi organici e del pensiero sistemico è qualificabile come antisistemico e produttore di paradossi . Parlo della cultura quantitativa che ci sta scoppiando dentro mandandoci in pezzi. Miliardi di ombelichi vanno per la tangente.

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IL NOME E IL BRANCO

postato da Maria Micozzi [26/11/2009 21:04]
 

1--PARLARE DELLO STUPRO...

I comportamenti umani, anche quelli apparentemente meno significativi,  sono sempre figli di fenomeni più complessi le cui radici , nascoste e vitali, si nutrono di strutture niente affatto di superficie; la violenza è un  tema che non accetta di  essere letto sul pentagramma di un tempo lineare, secondo scansioni e  segmentazioni, perché è il tema che più di  ogni altro richiede di essere analizzato con procedure di relazione, in un quadro di  rapporti di esclusioni dentro appartenenze e circuiti di senso. Circuiti entro cui si connettono, insieme, attualità  e stratificazioni di esperienze inconsce, esperienze rimosse ed esperienze che, diventate 'normali' automatismi,  non hanno più la necessità di rimanere  presenti alla coscienza. Moltissimi comportamenti che riteniamo naturali appartengono a questo gruppo.

Le considerazioni che saranno esposte di seguito poggiano su due presupposti:  innanzitutto ogni cultura può dirsi strutturata come un sistema assiomatico, la congruità delle sue leggi discende da  una visione del mondo, da una primaria ipotesi di mondo che però non viene percepita nella precarietà propria dell'ipotesi, ma anzi  viene  assunta come un assioma che non richiede dimostrazione, reale e vera; secondo l'altro presupposto, lo stupro, violenza di genere,  può dirsi l'archetipo di ogni tipo di violenza;  la violenza è sempre una proiezione aggressiva su il diverso che fa paura.

L'attualità dei media è continuamente attraversata da fatti di stupro, ed è sempre difficile parlarne, il linguaggio che normalmente viene usato denuncia questa difficoltà, perché tende a parcellizzarne la tensione, a reificarne la natura anche in presenza di morbosi scavi voieristici, la notizia viene stereotipata e il fenomeno allontanato, relegato in ambiti estranei. I soggetti perdono la prossimità e si cristallizzano.

Ci si difende sempre da ciò che è troppo grande , come da ciò che può essere percepito incombente perchè troppo vicino, la psiche umana  non riesce a contenere il troppo grande e teme il troppo vicino, ma la difesa posta in atto apre qui la strada ad un travisamento pericoloso, quello  che lo stupro venga  decontestualizzato, tolto dalla gerarchia di contesti che gli danno senso,  il contesto più contingente è fin troppo attraversato dalla cronaca, ma  i contesti più di fondo come quello storico, sociale  e soprattutto antropologico vengono totalmente ignorati .

Questo spostamento dell'asse visuale, questo rendere obliquo il contatto, dice di un problema : la radice  della violenza di genere sta in un  rimosso, in un tabù primario, ed entra nei diversi  modelli con i quali  la cultura  ha strutturato e continua a strutturare  i bisogni di potenza e di controllo, nei due sessi.

 

2- LA CULTURA COME SISTEMA ASSIOMATICO -la domanda sugli assiomi-

Parlare di modelli, porsene seriamente il problema, significa  vedere l'esperienza umana come un singolare sistema  formato da infiniti  circuiti di relazioni tra elementi diversi,  un sistema complesso strutturato gerarchicamente secondo  piani di congruenza  che differiscono tra loro solo per gradi di complessità e che non sono separabili in porzioni, né estrapolabili dai contesti. Le coordinate diacroniche e quelle  sincroniche si intrecciano  in un continuo scambio di influenze.

La capacità di  apprendere e di apprendere-ad-apprendere, la disposizione cioè a teorizzare il proprio apprendimento, moltiplica i circuiti di relazione sia di ogni piano della gerarchia che dei piani tra di loro, e questo sistema di circuiti-di-circuiti caratterizza  l'uomo  più che ogni altro animale vivente.

Il gruppo umano spunta sul Pianeta praticamente senza le armi di difesa/offesa che caratterizzano  tanti altri animali concorrenti con esso per il territorio e il cibo; i corpi  sono programmati per la corsa, ma la velocità che possono raggiungere non è certo competitiva con quella di molte prede da rincorrere né tanto meno con quella dei molti predatori da fuggire. Nasce come un branco che cerca radici e divora carogne, nella caparbietà disperata di mantenere una qualche possibile omeostasi psico-fisica  inventando strategie per non soccombere agli stimoli destabilizzanti propri di un ambiente duro, difficile, in qualche modo terrificante.

Il gruppo umano ha avuto in dote anche due eccezionali risorse:

la prima è una psiche molto complessa , dotata di istanze affettive e di istanze intellettuali coscienti, in grado, insieme, di ‘teorizzare' le sensazioni percepite nello spazio e nel tempo secondo la polarità piacere-dolore, e di configurare, su quella base, un' immagine di mondo e un progetto di futuro, in definitiva un ordine di vita  basato su relazioni tra individui e tra gli individui e l'ambiente. La struttura della psiche permette all'umano di sperimentare in modo articolato l'alterità e l'appartenenza.

L'altro punto di forza del gruppo  sta in un suo particolarissimo dinamismo interno reso tale proprio dalla complessità della psiche, sta cioè in una   differenza di potenziale tra femmine e maschi.

Anche sulla base di studi recenti, in particolare quelli  sull'intelligenza artificiale, le due diverse nature si  possono riassumere brevemente.

La femmina ha intrinseche esperienze di generatività,  presenta  un organico  radicamento nella natura generante e una naturale partecipazione alla filogenesi; questi aspetti le conferiscono un forte senso di appartenenza   nonché un'ampia percezione spazio-temporale, aperta al flusso delle generazioni.

 A livello psichico  la femmina vive particolari situazioni di paradosso : innanzitutto   nasce da femmina e per costruirsi come adulta deve ripudiare il suo primo oggetto d'amore per volgersi  poi verso  il maschio mantenendo, contemporaneamente, l'amore e quindi l'accettazione di sé femmina;  questo difficile processo di rifiuto, spostamento libidico  e recupero del modello si articola in molte fasi psicologicamente delicate, aspetti  che rendono meno facile il rapporto madre-figlia.

E soprattutto il  suo   contiene, paradossalmente,  l'altro da sé.

Queste situazioni richiedono un'intrinseca  capacità nell'elaborare dinamiche di metalivello;  la femmina ha  dunque strutture psico-fisiche per  leggere i sistemi complessi e affrontare la complessità.

A  riprova è stato scoperto che il suo cervello, i cui emisferi sono collegati tra loro da uno spesso collegamento neurale,  è soprattutto programmato per la codifica e la comprensione di linguaggi, sta a dire che presenta una particolare propensione a processi di astrazione e a procedure logico-sintattiche, prerogative di non banale interesse.

La specificità  del maschio, che ne fa la differenza,  sta nella linearità della sua struttura psichica;  nascendo da femmina si trova a vivere un processo psicologicamente molto più semplice, infatti non deve respingere l'amore per il modello cui dovrà ispirarsi, cioè l'amore per il padre maschio, inoltre  la sublimazione sposta più semplicemente  la tensione pulsionale dalla madre ad un'altra femmina, il processo non  pesa sull'accettazione di sé, ma l'autostima ne viene potenziata.

L'altro da sé che gli serve per definirsi è fuori, e sul  fuori va a cercarlo, l'incontro può sortire accettazione o rifiuto, ma non il paradosso che riguarda la femmina, anche qui il rapporto è lineare.

Non ha  intrinseche esperienze generanti, può sentirsi  partecipe dell'evento più misterioso solo indirettamente,  attraverso la femmina che voglia accogliere i suoi geni e tramandarli; la femmina è il suo primo fuori e il legame che pone in essere con lei  si configura dentro l'intervallo  possesso-amore; le modulazioni sono antropologicamente note.

Le strategie filogenetiche mirano prevalentemente alla conservazione del potere sul territorio, sul fuori che è soprattutto  una costruzione proiettiva del soggetto.

Il maschio ha tendenza  a vederlo  come un  presente oggettivo,  ad esso  rivolge il desiderio di essere  definito e il bisogno di  appartenenza, su di esso  gioca la sfida per il potere.

Il  cervello del maschio è soprattutto specializzato nell'individuazione rapida di figure in movimento in uno spazio tridimensionale, è il cervello del cacciatore, più adatto a segmentare rapidamente lo spazio secondo coordinate cartesiane: sia il senso del tempo che quello dello spazio sono lineari, andamenti progressivi segmentati,  divisi in parti estrapolabili.

Lineare è la logica che, da sola,   governa tutte  le linearità secondo segmenti di causa-effetto;  altri tipi di congruenza  non sono presi in considerazione. I processi mancano di feedbeak.

 

3- IL PATRIARCATO E LA DICOTOMIA

La psiche umana è dunque  capace di molte articolazioni, la peculiarità di possedere una coscienza permette al soggetto di vedersi, dirsi esistente e di costruire modelli che diano origine a processi; attraverso il simbolico vengono comunicate le diverse esperienze; la differenza di potenziale femmina-maschio è il fenomeno in grado di portane al massimo della  potenzialità il patrimonio psichico distintivo del gruppo umano.

La natura si muove su molte dimensioni, l'animale organizza le sensazioni nelle coordinate che percepisce e compone un ambito in cui vivere, ogni individuo gode di  due occhi e due orecchie per distinguere oggetti nello spazio e  direzioni di suono, il gruppo umano, formato di femmine e maschi è stato dotato di  due strutture psichiche diverse che nel pieno e libero confronto dovrebbero condurre ad una visione della vita articolata, profonda, partecipe.

Purtroppo questa  differenza di potenziale non è mai stata fatta agire perché il gruppo umano non ha saputo cogliere la fertilità dei rapporti paritetici e una parte di esso ha prevaricato l'altra.

Niente visione bioculare, l'umanità ha scelto di essere orba di un occhio, non circuiti e rette, dove le retroazioni dei circuiti curvano le rette salvandole da fughe asintotiche e potenziandone la vitalità, solo rette perse dietro accumuli quantitativi.

C'è da chiedersi fino a quando le rotondità dell'organico possano ancora  metabolizzare queste secanti in delirio.

La propensione strutturale del maschio per il fuori ha fatto del maschio l'esperto del fuori e quindi il suo unico referente, il suo legislatore,  gestire il fuori è anche possedere il fuori ed è avere innanzitutto il massimo controllo sulla femmina in quanto generante e per questo portatrice della massima forza  inerente la vita e la morte.

La magia di quell'utero eretto che partorisce femmine e maschi  nell'acqua e nel sangue viene traslata sull'erezione fallica dell'agire per la conquista e per la difesa, viene attribuita ad  un intelletto che unico sappia partorire idee

La generatività è ridotta a maternità di servizio in una sorta di svilimento della sua naturale pienezza, in quel vuoto ha spesso le radici  l'impietosa malinconia insieme con il rischio che il figlio possa essere percepito  dalla madre come estraneo  o addirittura pericoloso.

Viene mappata un'intera visione del mondo, fondato un principio primo che sancisce le regole del potere e del controllo a garanzia del possesso, del suo mantenimento, della sua crescita.

 Nasce e si struttura un'ontologia adatta a dare senso e nome agli stimoli destabilizzanti perché possano essere meglio controllati, a dare senso e nome ai fenomeni in genere per possederne il segreto, a dare senso e nome a se stessi per confermarsi,compulsivamente,  unici soggetti di quel mondo.

La necessità di controllare il fuori ha enfatizzato l'importanza della coscienza razionale, quella che vede e verifica, segmenta e conta i pezzi, e , allo stesso tempo, ha reso ansiogeni e portatori di pericolo la sfera affettiva, l'ombra, e  tutto ciò che non si  lascia dominare, in primo luogo la femmina.

La linearità della psiche maschile, teorizzata una femmina-oggetto , rimane  senza interlocutore, senza correttore, senza ambito di appartenenza  se  non a stessa.

La  precarietà del potere sulla magia sottratta e il senso di solitudine proprio di una visione autoreferente  conferiscono al patriarcato una particolare fragilità di fondo; la necessità di controllo e le strategie di difesa assumono di conseguenza un'importanza spesso ossessiva e richiedono la costruzione di muri.

La dicotomia, disattiva la differenza di potenziale e impedisce la maggior parte  delle possibilità creative del gruppo umano.

Crea automaticamente il nemico.

Il patriarcato fonda un sistema assiomatico che nega tutti gli aspetti della complessità relazionale; sparisce la pluralità gerarchica dei contesti, il solo contesto che resta è quello dell'unico soggetto legittimato a dare le regole, ogni altro elemento è riducibile ad oggetto; cancellata la pluralità dei contesti viene spenta anche  la vitalità delle relazioni: la scelta viene fatta per assioma; l'esistenza di  un unico contesto implica l'esistenza dell'unica relazione contrappositiva ; il sistema femmina-maschio diventa l'opposizione valoriale maschio/femmina, diventa l'ontologia mente/corpo, l'etica bene/male, la logica vero/falso; il dominabile deve essere posseduto e il non dominabile deve essere distrutto.

La femmina appare  al maschio come un mistero non dominabile, in effetti il predominio della psiche maschile su quella femminile ripropone l'antinomia di Russell perché ripete l' errore di piani logici che il filosofo matematico aveva trovato nella formalizzazione della logica: l'elemento non è la classe, e in questo caso la linearità non ‘comprende' la complessità.

E' la complessità che ‘comprende' la linearità perché questa ultima è un sottocontesto della prima

La stessa psicoanalisi patisce di questo paradosso, nata sulla struttura della psiche lineare non riesce ad aggiustarsi su una psiche complessa. Freud si era fermato sulla soglia del problema senza rendersi conto che il sistema doveva essere capovolto.

La fisica aristotelica rappresenta in pieno il senso profondo della dicotomia che divide l'intero in un alto leggero-immutabile-eterno-perfetto e un basso pesante-umido destinato a corrompersi e morire, dove l'atto ha mancato la forma, il fiolosofo definisce la femmina come l'esito di questo smacco.

La linearità del modello maschile , che esclude  assiomaticamente interlocutori e quindi correttori naturali, struttura un processo ad andamento centrifugo;  via via che  tale realtà si definisce pensandosi  e si libera  da interferenze naturalistiche,  spoglia anche il soggetto  dei naturali contatti con l'organicità, e accresce fino alla compulsione  la rincorsa al potere per tacitare il vuoto di appartenenza e la paura di non-esistere. Una sorta di anoressia-bulimica.

Il circolo vizioso si  stringe in modo ossessivo: tanto maggiore diventa  la necessità di essere potente e tanto più diventano essenziali l'esercizio del controllo e acuta l'ossessione per tutto ciò che suona minaccia alla potenza.

Fondamentale in questo processo è l'esperienza della paura, in odore di evocare debolezza,  viene appiattita su un disvalore che il soggetto respinge; la paura perde la sua funzione intellettuale di stimolo atto ad eccitare il bisogno di conoscere lo sconosciuto e l'improvviso. E' rimossa.

Affondate le ragioni nell'inconscio, l'esperienza affettiva  non può maturare nell'incontro con la sfera della ratio, né la sfera razionale  può  arricchirsi degli stimoli di conoscenza che la condizione di allarme propone.

Resta magma arcaico da proiettare  sul diverso che la suscita

La negazione della paura è una lunga storia di silenzio nella storia della nostra cultura, capitoli e capitoli non scritti come quelli sull'affettività  e sulla sessualità  maschili.

 

4- IL MITO DI LILITH COME PROCESSO DI SIGNIFICAZIONE 

I miti  forniscono informazioni ineludibili riguardo ai processi umani, forniscono elementi per capire le scelte fatte  e le  motivazioni che hanno spinto a farle;  il mito di Lilith è paradigmatico della fondazione del patriarcato.

 Lilith, è una figura molto presente nella  tradizione orale babilonese e in quella javistica ,  ed è la prima femmina che Dio crea  nello stesso momento in cui crea il primo uomo.

 La leggenda  dice  che fu creata come Adamo dalla polvere; al settimo giorno la coppia si unisce sessualmente, Adamo si pone sopra la compagna a godere dell'amplesso. Si unirono a lungo, ma ad un certo punto Lilith chiede all'uomo l'inversione della posizione sessuale; Adamo la nega.

 La femmina allora  solleva il problema e dice: "Perché devo sempre stendermi sotto di te ed essere gravata da te? Eppure sono uguale a te."

Tutto quello che il racconto ci dice del seguito non fa che rendere ancora più unica la chiarezza teoretica e la congruenza logica della femmina.

Adamo è irremovibile sul rifiuto, allora  Lilith lo lascia e fugge sulle rive del Mar Rosso.

Adamo restato solo, si legge che ‘ patisce l'abbandono e si lamenta con il Signore' il quale manda due angeli a riprendere la fuggitiva. Gli angeli vanno ma Lilith risponde :" Come posso tornare da Adamo se non accetto la sua legge?" gli angeli  minacciano di farla morire ed ella di nuovo sottolinea la contraddizione :" Come è possibile che io muoia se Dio  mi ha dato l'incarico di sovrintendere ai maschi fino alla circoncisione e alle femmine fino al sesto anno?".

Il rigore argomentativo di Lilith, che si staglia in totale solitudine e chiarezza lungo tutta l'intera vicenda, sarebbe dovuto piacere moltissimo alla cultura del Verbo, dove il Verbo crea, dove il Verbo è Dio stesso, ed invece, e non a caso,  quella storia viene cancellata e al suo posto ne viene scritta un'altra: nella Genesi I Lilith è ancora presente, ma  nella Genesi II ne spariscono le tracce e compare Eva.              

In questa nuova storia Dio crea solo Adamo.

Adamo si trova a regnare in un mondo fatto per lui, ma dopo aver dato nome a tutti gli animali creati si sente solo e  chiede al Signore una compagna; allora nel sonno il Signore gli toglie una costola e da essa fa nascere Eva.

La nuova compagna non è creata per desiderio del Signore, non fa parte del Suo Progetto,    ma è nata da una costola di Adamo sul desiderio di Adamo   che il Signore accoglie.

La figura di Lilith, la logica, la parlante, viene via via colorata d'ombra e diventa la prima di una lunga storia di streghe; Paolo di Tarso dirà ‘mulier taceat in ecclesia', gli inquisitori di fine quattrocento diranno che  femmina significa ‘meno-fede'  e che la femmina è nata da una costola e come la costola è ricurva  così ella si ritorce verso l'uomo  per nuocergli...

Processi paranoici, processi proiettivi.

Neanche Eva, pur chiusa in una sudditanza primaria, si salva dall'assumere valenze  inquietanti , la ribellione di Lilith diventa la trasgressione di  Eva; la femmina disobbedisce e decide addirittura il dolore dell'umanità aprendo  al serpente l'umanità intera.

Anche la greca Pandora apre l'otre proibito e fa invadere il mondo da tutti i mali possibili.

L'archetipo  è forte e continua a vivificare modelli  e comportamenti: gli inquisitori accusano le streghe di essere tramiti del diavolo per rubare l'anima ai credenti: ai credenti maschi, perché ogni femmina, per sua natura, è portatrice di questa corruzione malefica.

Alla femmina viene negata la facoltà dell'intelletto, il pensiero razionale speculativo, per millenni le viene anche rubata la  pienezza generante, Tertulliano, e non solo, la riduce a  vuoto ricettacolo per il seme maschile, l'ominuncolo che meno di duecento anni fa era ancora  esclusivo patrimonio paterno, autosufficiente.

Il passaggio da  Lilith ad Eva   configura a tutti gli effetti un processo di significazione: la femmina perde valore, il maschio lo massimizza.

I comportamenti proiettivi sono molti e tutti evidenti:  i pericoli che ossessionano  il patriarca  sono altrettanto evidenti e  chiari.

Il patriarcato è nato sul  bisogno di potere, di possesso e di controllo sul posseduto.

Il bisogno diventa ossessione.

 

5-  LO STUPRO - l'archetipo di ogni violenza contro il diverso che fa paura-

La cultura patriarcale esprime un'esplicita chiusura narcisistica di fondo, una scelta nettamente autoreferenziale, e costruisce   archetipi che  fissano differenze valoriali profonde tra maschio e femmina.

Lo stupro  è l'esasperazione patologica dei suoi  enti primi e non un comportamento estraneo  ad essi.

I soggetti che violentano esprimono una coazione ad imporsi  come l'unico soggetto nel rapporto con l'altro per dimostrare la propria potenza; infatti  la relazione  adulta  io-tu  viene abbassata a  quella infantile  io-esso dove il diverso da sè diventa  oggetto dovuto ; ma il narcisismo non si porta dietro solo il senso di onnipotenza del bambino, ma traina anche  l'altra faccia della medaglia, la sensazione di impotente fragilità propria dei primi periodi di vita.

Il bambino fuori dall'utero materno si sente proiettato in un mondo  che destabilizza continuamente la sua fetale tendenza a mantenere lo stato di quiete.   Un'ossessione compulsava più o meno sublimabile  costringe il soggetto ad enfatizzare la propria potenza per rassicurarsi e allontanare l'insopportabile sensazione di  impotenza.

 Lo stupro è la  proiezione estrema di questo senso di inadeguatezza; l' "io" dello stupratore ha paura di non esistere, non riesce a sentirsi nominato ; la sua necessità di dominio e quindi di controllo e quindi di sicurezza dice della sua debolezza, della sua urgenza di cercare la rivincita sull'alterità che, antropologicamente, gli è davanti,  più aperta al dubbio, alla mancanza, all'assenza. Gli stessi desideri che la femmina suscita  aumentano nel desiderante il senso di debolezza , invaso dalla violenza dei suoi stessi impulsi sessuali teme la perdita di controllo e  proietta sulla femmina la precarietà che lo terrorizza.

La femmina è sentita troppo forte tanto da far temere al maschio la perdita della sua unicità di soggetto.

Emerge il terrore arcaico dell'aggredito, del branco senza linguaggio e senza nome; la femmina diventa la preda da annientare, da trascinare nello stesso anonimato prelinguistico in cui si dibatte il branco, da ridurre ad oggetto senza parole per dirsi e dire, per darsi  e dare nome.

 Stuprum in latino sta per colpo e deriva dal verbo  stupere , ammutolire, togliere la parola.

Tutta la letteratura che riguarda le vittime di stupro conferma lo stato di attonito annichilimento in cui viene chiusa la donna violentata, e sottolinea la   sua difficoltà  a verbalizzare l'esperienza come se questa non avesse colpito solo ilo momento di una vita, ma la stessa capacità di dirsi soggetto; lo stupro richiama un archetipo che precede l'acquisizione simbolica e la preda affonda nell'ira del branco, muta.

Ritornano anche le parole di Paolo  : "taceat in ecclesia" perchè resta immutata la necessità  di cancellare  Lilith, la parlante, la costruttrice di congruenze, la seduttrice.

E' sempre potente  la  paura di dover risarcire il furto antico,  di dover sispondere alla  domanda : "Perché devo essere oppressa da te? eppure sono uguale a te".

Lo stupro  è l'esasperazione patologica di antichi modelli rimossi e sempre vivi, non è, mai, un comportamento estraneo  ad essi.

 

Relazione presentata al convegno "Le forme della violenza"

Organizzato dall'Associazione OIKOS-BIOS centro filosofico di psicoanalisi

Presso l'Aula magna della Facoltà di Scienze della Formazione  a  Padova.

30-31 marzo 2007

 

 

 

IL NOME IL BRANCO - AMMUTOLIRE LA PREDA

 

1--PARLARE DELLO STUPRO...

I comportamenti umani, anche quelli apparentemente meno significativi,  sono sempre figli di fenomeni più complessi le cui radici , nascoste e vitali, si nutrono di strutture niente affatto di superficie; la violenza è un  tema che non accetta di  essere letto sul pentagramma di un tempo lineare, secondo scansioni e  segmentazioni, perché è il tema che più di  ogni altro richiede di essere analizzato con procedure di relazione, in un quadro di  rapporti di esclusioni dentro appartenenze e circuiti di senso. Circuiti entro cui si connettono, insieme, attualità  e stratificazioni di esperienze inconsce, esperienze rimosse ed esperienze che, diventate 'normali' automatismi,  non hanno più la necessità di rimanere  presenti alla coscienza. Moltissimi comportamenti che riteniamo naturali appartengono a questo gruppo.

Le considerazioni che saranno esposte di seguito poggiano su due presupposti:  innanzitutto ogni cultura può dirsi strutturata come un sistema assiomatico, la congruità delle sue leggi discende da  una visione del mondo, da una primaria ipotesi di mondo che però non viene percepita nella precarietà propria dell'ipotesi, ma anzi  viene  assunta come un assioma che non richiede dimostrazione, reale e vera; secondo l'altro presupposto, lo stupro, violenza di genere,  può dirsi l'archetipo di ogni tipo di violenza;  la violenza è sempre una proiezione aggressiva su il diverso che fa paura.

L'attualità dei media è continuamente attraversata da fatti di stupro, ed è sempre difficile parlarne, il linguaggio che normalmente viene usato denuncia questa difficoltà, perché tende a parcellizzarne la tensione, a reificarne la natura anche in presenza di morbosi scavi voieristici, la notizia viene stereotipata e il fenomeno allontanato, relegato in ambiti estranei. I soggetti perdono la prossimità e si cristallizzano.

Ci si difende sempre da ciò che è troppo grande , come da ciò che può essere percepito incombente perchè troppo vicino, la psiche umana  non riesce a contenere il troppo grande e teme il troppo vicino, ma la difesa posta in atto apre qui la strada ad un travisamento pericoloso, quello  che lo stupro venga  decontestualizzato, tolto dalla gerarchia di contesti che gli danno senso,  il contesto più contingente è fin troppo attraversato dalla cronaca, ma  i contesti più di fondo come quello storico, sociale  e soprattutto antropologico vengono totalmente ignorati .

Questo spostamento dell'asse visuale, questo rendere obliquo il contatto, dice di un problema : la radice  della violenza di genere sta in un  rimosso, in un tabù primario, ed entra nei diversi  modelli con i quali  la cultura  ha strutturato e continua a strutturare  i bisogni di potenza e di controllo, nei due sessi.

 

2- LA CULTURA COME SISTEMA ASSIOMATICO -la domanda sugli assiomi-

Parlare di modelli, porsene seriamente il problema, significa  vedere l'esperienza umana come un singolare sistema  formato da infiniti  circuiti di relazioni tra elementi diversi,  un sistema complesso strutturato gerarchicamente secondo  piani di congruenza  che differiscono tra loro solo per gradi di complessità e che non sono separabili in porzioni, né estrapolabili dai contesti. Le coordinate diacroniche e quelle  sincroniche si intrecciano  in un continuo scambio di influenze.

La capacità di  apprendere e di apprendere-ad-apprendere, la disposizione cioè a teorizzare il proprio apprendimento, moltiplica i circuiti di relazione sia di ogni piano della gerarchia che dei piani tra di loro, e questo sistema di circuiti-di-circuiti caratterizza  l'uomo  più che ogni altro animale vivente.

Il gruppo umano spunta sul Pianeta praticamente senza le armi di difesa/offesa che caratterizzano  tanti altri animali concorrenti con esso per il territorio e il cibo; i corpi  sono programmati per la corsa, ma la velocità che possono raggiungere non è certo competitiva con quella di molte prede da rincorrere né tanto meno con quella dei molti predatori da fuggire. Nasce come un branco che cerca radici e divora carogne, nella caparbietà disperata di mantenere una qualche possibile omeostasi psico-fisica  inventando strategie per non soccombere agli stimoli destabilizzanti propri di un ambiente duro, difficile, in qualche modo terrificante.

Il gruppo umano ha avuto in dote anche due eccezionali risorse:

la prima è una psiche molto complessa , dotata di istanze affettive e di istanze intellettuali coscienti, in grado, insieme, di ‘teorizzare' le sensazioni percepite nello spazio e nel tempo secondo la polarità piacere-dolore, e di configurare, su quella base, un' immagine di mondo e un progetto di futuro, in definitiva un ordine di vita  basato su relazioni tra individui e tra gli individui e l'ambiente. La struttura della psiche permette all'umano di sperimentare in modo articolato l'alterità e l'appartenenza.

L'altro punto di forza del gruppo  sta in un suo particolarissimo dinamismo interno reso tale proprio dalla complessità della psiche, sta cioè in una   differenza di potenziale tra femmine e maschi.

Anche sulla base di studi recenti, in particolare quelli  sull'intelligenza artificiale, le due diverse nature si  possono riassumere brevemente.

La femmina ha intrinseche esperienze di generatività,  presenta  un organico  radicamento nella natura generante e una naturale partecipazione alla filogenesi; questi aspetti le conferiscono un forte senso di appartenenza   nonché un'ampia percezione spazio-temporale, aperta al flusso delle generazioni.

 A livello psichico  la femmina vive particolari situazioni di paradosso : innanzitutto   nasce da femmina e per costruirsi come adulta deve ripudiare il suo primo oggetto d'amore per volgersi  poi verso  il maschio mantenendo, contemporaneamente, l'amore e quindi l'accettazione di sé femmina;  questo difficile processo di rifiuto, spostamento libidico  e recupero del modello si articola in molte fasi psicologicamente delicate, aspetti  che rendono meno facile il rapporto madre-figlia.

E soprattutto il  suo   contiene, paradossalmente,  l'altro da sé.

Queste situazioni richiedono un'intrinseca  capacità nell'elaborare dinamiche di metalivello;  la femmina ha  dunque strutture psico-fisiche per  leggere i sistemi complessi e affrontare la complessità.

A  riprova è stato scoperto che il suo cervello, i cui emisferi sono collegati tra loro da uno spesso collegamento neurale,  è soprattutto programmato per la codifica e la comprensione di linguaggi, sta a dire che presenta una particolare propensione a processi di astrazione e a procedure logico-sintattiche, prerogative di non banale interesse.

La specificità  del maschio, che ne fa la differenza,  sta nella linearità della sua struttura psichica;  nascendo da femmina si trova a vivere un processo psicologicamente molto più semplice, infatti non deve respingere l'amore per il modello cui dovrà ispirarsi, cioè l'amore per il padre maschio, inoltre  la sublimazione sposta più semplicemente  la tensione pulsionale dalla madre ad un'altra femmina, il processo non  pesa sull'accettazione di sé, ma l'autostima ne viene potenziata.

L'altro da sé che gli serve per definirsi è fuori, e sul  fuori va a cercarlo, l'incontro può sortire accettazione o rifiuto, ma non il paradosso che riguarda la femmina, anche qui il rapporto è lineare.

Non ha  intrinseche esperienze generanti, può sentirsi  partecipe dell'evento più misterioso solo indirettamente,  attraverso la femmina che voglia accogliere i suoi geni e tramandarli; la femmina è il suo primo fuori e il legame che pone in essere con lei  si configura dentro l'intervallo  possesso-amore; le modulazioni sono antropologicamente note.

Le strategie filogenetiche mirano prevalentemente alla conservazione del potere sul territorio, sul fuori che è soprattutto  una costruzione proiettiva del soggetto.

Il maschio ha tendenza  a vederlo  come un  presente oggettivo,  ad esso  rivolge il desiderio di essere  definito e il bisogno di  appartenenza, su di esso  gioca la sfida per il potere.

Il  cervello del maschio è soprattutto specializzato nell'individuazione rapida di figure in movimento in uno spazio tridimensionale, è il cervello del cacciatore, più adatto a segmentare rapidamente lo spazio secondo coordinate cartesiane: sia il senso del tempo che quello dello spazio sono lineari, andamenti progressivi segmentati,  divisi in parti estrapolabili.

Lineare è la logica che, da sola,   governa tutte  le linearità secondo segmenti di causa-effetto;  altri tipi di congruenza  non sono presi in considerazione. I processi mancano di feedbeak.

 

3- IL PATRIARCATO E LA DICOTOMIA

La psiche umana è dunque  capace di molte articolazioni, la peculiarità di possedere una coscienza permette al soggetto di vedersi, dirsi esistente e di costruire modelli che diano origine a processi; attraverso il simbolico vengono comunicate le diverse esperienze; la differenza di potenziale femmina-maschio è il fenomeno in grado di portane al massimo della  potenzialità il patrimonio psichico distintivo del gruppo umano.

La natura si muove su molte dimensioni, l'animale organizza le sensazioni nelle coordinate che percepisce e compone un ambito in cui vivere, ogni individuo gode di  due occhi e due orecchie per distinguere oggetti nello spazio e  direzioni di suono, il gruppo umano, formato di femmine e maschi è stato dotato di  due strutture psichiche diverse che nel pieno e libero confronto dovrebbero condurre ad una visione della vita articolata, profonda, partecipe.

Purtroppo questa  differenza di potenziale non è mai stata fatta agire perché il gruppo umano non ha saputo cogliere la fertilità dei rapporti paritetici e una parte di esso ha prevaricato l'altra.

Niente visione bioculare, l'umanità ha scelto di essere orba di un occhio, non circuiti e rette, dove le retroazioni dei circuiti curvano le rette salvandole da fughe asintotiche e potenziandone la vitalità, solo rette perse dietro accumuli quantitativi.

C'è da chiedersi fino a quando le rotondità dell'organico possano ancora  metabolizzare queste secanti in delirio.

La propensione strutturale del maschio per il fuori ha fatto del maschio l'esperto del fuori e quindi il suo unico referente, il suo legislatore,  gestire il fuori è anche possedere il fuori ed è avere innanzitutto il massimo controllo sulla femmina in quanto generante e per questo portatrice della massima forza  inerente la vita e la morte.

La magia di quell'utero eretto che partorisce femmine e maschi  nell'acqua e nel sangue viene traslata sull'erezione fallica dell'agire per la conquista e per la difesa, viene attribuita ad  un intelletto che unico sappia partorire idee

La generatività è ridotta a maternità di servizio in una sorta di svilimento della sua naturale pienezza, in quel vuoto ha spesso le radici  l'impietosa malinconia insieme con il rischio che il figlio possa essere percepito  dalla madre come estraneo  o addirittura pericoloso.

Viene mappata un'intera visione del mondo, fondato un principio primo che sancisce le regole del potere e del controllo a garanzia del possesso, del suo mantenimento, della sua crescita.

 Nasce e si struttura un'ontologia adatta a dare senso e nome agli stimoli destabilizzanti perché possano essere meglio controllati, a dare senso e nome ai fenomeni in genere per possederne il segreto, a dare senso e nome a se stessi per confermarsi,compulsivamente,  unici soggetti di quel mondo.

La necessità di controllare il fuori ha enfatizzato l'importanza della coscienza razionale, quella che vede e verifica, segmenta e conta i pezzi, e , allo stesso tempo, ha reso ansiogeni e portatori di pericolo la sfera affettiva, l'ombra, e  tutto ciò che non si  lascia dominare, in primo luogo la femmina.

La linearità della psiche maschile, teorizzata una femmina-oggetto , rimane  senza interlocutore, senza correttore, senza ambito di appartenenza  se  non a stessa.

La  precarietà del potere sulla magia sottratta e il senso di solitudine proprio di una visione autoreferente  conferiscono al patriarcato una particolare fragilità di fondo; la necessità di controllo e le strategie di difesa assumono di conseguenza un'importanza spesso ossessiva e richiedono la costruzione di muri.

La dicotomia, disattiva la differenza di potenziale e impedisce la maggior parte  delle possibilità creative del gruppo umano.

Crea automaticamente il nemico.

Il patriarcato fonda un sistema assiomatico che nega tutti gli aspetti della complessità relazionale; sparisce la pluralità gerarchica dei contesti, il solo contesto che resta è quello dell'unico soggetto legittimato a dare le regole, ogni altro elemento è riducibile ad oggetto; cancellata la pluralità dei contesti viene spenta anche  la vitalità delle relazioni: la scelta viene fatta per assioma; l'esistenza di  un unico contesto implica l'esistenza dell'unica relazione contrappositiva ; il sistema femmina-maschio diventa l'opposizione valoriale maschio/femmina, diventa l'ontologia mente/corpo, l'etica bene/male, la logica vero/falso; il dominabile deve essere posseduto e il non dominabile deve essere distrutto.

La femmina appare  al maschio come un mistero non dominabile, in effetti il predominio della psiche maschile su quella femminile ripropone l'antinomia di Russell perché ripete l' errore di piani logici che il filosofo matematico aveva trovato nella formalizzazione della logica: l'elemento non è la classe, e in questo caso la linearità non ‘comprende' la complessità.

E' la complessità che ‘comprende' la linearità perché questa ultima è un sottocontesto della prima

La stessa psicoanalisi patisce di questo paradosso, nata sulla struttura della psiche lineare non riesce ad aggiustarsi su una psiche complessa. Freud si era fermato sulla soglia del problema senza rendersi conto che il sistema doveva essere capovolto.

La fisica aristotelica rappresenta in pieno il senso profondo della dicotomia che divide l'intero in un alto leggero-immutabile-eterno-perfetto e un basso pesante-umido destinato a corrompersi e morire, dove l'atto ha mancato la forma, il fiolosofo definisce la femmina come l'esito di questo smacco.

La linearità del modello maschile , che esclude  assiomaticamente interlocutori e quindi correttori naturali, struttura un processo ad andamento centrifugo;  via via che  tale realtà si definisce pensandosi  e si libera  da interferenze naturalistiche,  spoglia anche il soggetto  dei naturali contatti con l'organicità, e accresce fino alla compulsione  la rincorsa al potere per tacitare il vuoto di appartenenza e la paura di non-esistere. Una sorta di anoressia-bulimica.

Il circolo vizioso si  stringe in modo ossessivo: tanto maggiore diventa  la necessità di essere potente e tanto più diventano essenziali l'esercizio del controllo e acuta l'ossessione per tutto ciò che suona minaccia alla potenza.

Fondamentale in questo processo è l'esperienza della paura, in odore di evocare debolezza,  viene appiattita su un disvalore che il soggetto respinge; la paura perde la sua funzione intellettuale di stimolo atto ad eccitare il bisogno di conoscere lo sconosciuto e l'improvviso. E' rimossa.

Affondate le ragioni nell'inconscio, l'esperienza affettiva  non può maturare nell'incontro con la sfera della ratio, né la sfera razionale  può  arricchirsi degli stimoli di conoscenza che la condizione di allarme propone.

Resta magma arcaico da proiettare  sul diverso che la suscita

La negazione della paura è una lunga storia di silenzio nella storia della nostra cultura, capitoli e capitoli non scritti come quelli sull'affettività  e sulla sessualità  maschili.

 

4- IL MITO DI LILITH COME PROCESSO DI SIGNIFICAZIONE 

I miti  forniscono informazioni ineludibili riguardo ai processi umani, forniscono elementi per capire le scelte fatte  e le  motivazioni che hanno spinto a farle;  il mito di Lilith è paradigmatico della fondazione del patriarcato.

 Lilith, è una figura molto presente nella  tradizione orale babilonese e in quella javistica ,  ed è la prima femmina che Dio crea  nello stesso momento in cui crea il primo uomo.

 La leggenda  dice  che fu creata come Adamo dalla polvere; al settimo giorno la coppia si unisce sessualmente, Adamo si pone sopra la compagna a godere dell'amplesso. Si unirono a lungo, ma ad un certo punto Lilith chiede all'uomo l'inversione della posizione sessuale; Adamo la nega.

 La femmina allora  solleva il problema e dice: "Perché devo sempre stendermi sotto di te ed essere gravata da te? Eppure sono uguale a te."

Tutto quello che il racconto ci dice del seguito non fa che rendere ancora più unica la chiarezza teoretica e la congruenza logica della femmina.

Adamo è irremovibile sul rifiuto, allora  Lilith lo lascia e fugge sulle rive del Mar Rosso.

Adamo restato solo, si legge che ‘ patisce l'abbandono e si lamenta con il Signore' il quale manda due angeli a riprendere la fuggitiva. Gli angeli vanno ma Lilith risponde :" Come posso tornare da Adamo se non accetto la sua legge?" gli angeli  minacciano di farla morire ed ella di nuovo sottolinea la contraddizione :" Come è possibile che io muoia se Dio  mi ha dato l'incarico di sovrintendere ai maschi fino alla circoncisione e alle femmine fino al sesto anno?".

Il rigore argomentativo di Lilith, che si staglia in totale solitudine e chiarezza lungo tutta l'intera vicenda, sarebbe dovuto piacere moltissimo alla cultura del Verbo, dove il Verbo crea, dove il Verbo è Dio stesso, ed invece, e non a caso,  quella storia viene cancellata e al suo posto ne viene scritta un'altra: nella Genesi I Lilith è ancora presente, ma  nella Genesi II ne spariscono le tracce e compare Eva.              

In questa nuova storia Dio crea solo Adamo.

Adamo si trova a regnare in un mondo fatto per lui, ma dopo aver dato nome a tutti gli animali creati si sente solo e  chiede al Signore una compagna; allora nel sonno il Signore gli toglie una costola e da essa fa nascere Eva.

La nuova compagna non è creata per desiderio del Signore, non fa parte del Suo Progetto,    ma è nata da una costola di Adamo sul desiderio di Adamo   che il Signore accoglie.

La figura di Lilith, la logica, la parlante, viene via via colorata d'ombra e diventa la prima di una lunga storia di streghe; Paolo di Tarso dirà ‘mulier taceat in ecclesia', gli inquisitori di fine quattrocento diranno che  femmina significa ‘meno-fede'  e che la femmina è nata da una costola e come la costola è ricurva  così ella si ritorce verso l'uomo  per nuocergli...

Processi paranoici, processi proiettivi.

Neanche Eva, pur chiusa in una sudditanza primaria, si salva dall'assumere valenze  inquietanti , la ribellione di Lilith diventa la trasgressione di  Eva; la femmina disobbedisce e decide addirittura il dolore dell'umanità aprendo  al serpente l'umanità intera.

Anche la greca Pandora apre l'otre proibito e fa invadere il mondo da tutti i mali possibili.

L'archetipo  è forte e continua a vivificare modelli  e comportamenti: gli inquisitori accusano le streghe di essere tramiti del diavolo per rubare l'anima ai credenti: ai credenti maschi, perché ogni femmina, per sua natura, è portatrice di questa corruzione malefica.

Alla femmina viene negata la facoltà dell'intelletto, il pensiero razionale speculativo, per millenni le viene anche rubata la  pienezza generante, Tertulliano, e non solo, la riduce a  vuoto ricettacolo per il seme maschile, l'ominuncolo che meno di duecento anni fa era ancora  esclusivo patrimonio paterno, autosufficiente.

Il passaggio da  Lilith ad Eva   configura a tutti gli effetti un processo di significazione: la femmina perde valore, il maschio lo massimizza.

I comportamenti proiettivi sono molti e tutti evidenti:  i pericoli che ossessionano  il patriarca  sono altrettanto evidenti e  chiari.

Il patriarcato è nato sul  bisogno di potere, di possesso e di controllo sul posseduto.

Il bisogno diventa ossessione.

 

5-  LO STUPRO - l'archetipo di ogni violenza contro il diverso che fa paura-

La cultura patriarcale esprime un'esplicita chiusura narcisistica di fondo, una scelta nettamente autoreferenziale, e costruisce   archetipi che  fissano differenze valoriali profonde tra maschio e femmina.

Lo stupro  è l'esasperazione patologica dei suoi  enti primi e non un comportamento estraneo  ad essi.

I soggetti che violentano esprimono una coazione ad imporsi  come l'unico soggetto nel rapporto con l'altro per dimostrare la propria potenza; infatti  la relazione  adulta  io-tu  viene abbassata a  quella infantile  io-esso dove il diverso da sè diventa  oggetto dovuto ; ma il narcisismo non si porta dietro solo il senso di onnipotenza del bambino, ma traina anche  l'altra faccia della medaglia, la sensazione di impotente fragilità propria dei primi periodi di vita.

Il bambino fuori dall'utero materno si sente proiettato in un mondo  che destabilizza continuamente la sua fetale tendenza a mantenere lo stato di quiete.   Un'ossessione compulsava più o meno sublimabile  costringe il soggetto ad enfatizzare la propria potenza per rassicurarsi e allontanare l'insopportabile sensazione di  impotenza.

 Lo stupro è la  proiezione estrema di questo senso di inadeguatezza; l' "io" dello stupratore ha paura di non esistere, non riesce a sentirsi nominato ; la sua necessità di dominio e quindi di controllo e quindi di sicurezza dice della sua debolezza, della sua urgenza di cercare la rivincita sull'alterità che, antropologicamente, gli è davanti,  più aperta al dubbio, alla mancanza, all'assenza. Gli stessi desideri che la femmina suscita  aumentano nel desiderante il senso di debolezza , invaso dalla violenza dei suoi stessi impulsi sessuali teme la perdita di controllo e  proietta sulla femmina la precarietà che lo terrorizza.

La femmina è sentita troppo forte tanto da far temere al maschio la perdita della sua unicità di soggetto.

Emerge il terrore arcaico dell'aggredito, del branco senza linguaggio e senza nome; la femmina diventa la preda da annientare, da trascinare nello stesso anonimato prelinguistico in cui si dibatte il branco, da ridurre ad oggetto senza parole per dirsi e dire, per darsi  e dare nome.

 Stuprum in latino sta per colpo e deriva dal verbo  stupere , ammutolire, togliere la parola.

Tutta la letteratura che riguarda le vittime di stupro conferma lo stato di attonito annichilimento in cui viene chiusa la donna violentata, e sottolinea la   sua difficoltà  a verbalizzare l'esperienza come se questa non avesse colpito solo ilo momento di una vita, ma la stessa capacità di dirsi soggetto; lo stupro richiama un archetipo che precede l'acquisizione simbolica e la preda affonda nell'ira del branco, muta.

Ritornano anche le parole di Paolo  : "taceat in ecclesia" perchè resta immutata la necessità  di cancellare  Lilith, la parlante, la costruttrice di congruenze, la seduttrice.

E' sempre potente  la  paura di dover risarcire il furto antico,  di dover sispondere alla  domanda : "Perché devo essere oppressa da te? eppure sono uguale a te".

Lo stupro  è l'esasperazione patologica di antichi modelli rimossi e sempre vivi, non è, mai, un comportamento estraneo  ad essi.