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E' radicato un antico assunto secondo cui arte visiva e parole non debbano uscire dalla stessa fonte; chi compone un quadro faccia l'artista e chi ha voglia di argomentare faccia il teorico, il filosofo o che altro. Mestieri diversi, ed è meglio che ognuno faccia il suo Queste affermazioni, come mille altre dello stesso spessore logico, sono non solo possibili ma assolutamente normali perché noi, esseri organici, siamo inconsapevolmente sospesi su un vuoto molto problematico : la perdita del senso della complessità,.. Questo lutto non è un accidente ma semplicemente la necessaria conseguenza dell'assioma che fonda la cultura, quella cultura che, fatte le debite varianti, sta gestendo il Mondo da molti millenni. Parlo di quel sistema di relazioni e di pensiero che sul piano antropologico è classificabile come patriarcale, sul piano logico è definibile come dicotomico e sul piano dei sistemi organici e del pensiero sistemico è qualificabile come antisistemico e produttore di paradossi . Parlo della cultura quantitativa che ci sta scoppiando dentro mandandoci in pezzi. Miliardi di ombelichi vanno per la tangente.

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IL NUCLEARE E I PARAMETRI LOGICI DEL PROBLEMA

postato da Maria Micozzi [20/04/2011 13:33]
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Gli infiniti e il letto di Procuste

Come ci figuriamo un miliardo di anni?

La specie umana è dotata di grandi capacità di fantasia, ma la fantasia è  una funzione che, immaginando, elabora  solo varianti del ‘conosciuto'; per  Amleto, che non può  essere rimproverato di superficialità verso l'umano, esistono più cose in cielo e in terra  che nella filosofia.

Parlando delle coordinate essenziali della mente, le coordinate spazio-temporali, dobbiamo chiederci, ad esempio,   di quanto e di quale tempo ci è dato avere una personale esperienza. Stanti il come siamo e il dove siamo, si può parlare solo di briciole.

L'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo non abitano  la nostra psiche

Si può obiettare che quell'infinito che non possiamo cogliere con la mente siamo quasi riusciti a catturarlo con la matematica (quasi, perché l'antinomia di Russell qualche stop l'ha dato), e da ottimisti  possiamo accontentarci della classe degli infiniti.

In ogni caso la questionr non sta qui, non sta nella coscienza dei modelli matematici, il problema si annida in quell'hybris di troppo ,  che è ‘altro' rispetto alla coscienza razionale e continua a proporci torri incongrue,  quel narcisismo che  finisce per conferire stato ontologico ai propri desideri e persino a quegli strumenti  ‘fieramente oggettivi' come i modelli matematici: il problema è  nell'operazione  fideistica, per lo più inconscia,  che enfatizza il nostro presente fino a fagli coprire l'intero orizzonte del possibile. E' la mente umana che, narcisisticamente,  interviene, non legittimata, ad aggiustarsi le cose, è un  letto di Procuste  che riduce gli infiniti ad oggetti gestibili. La specie umana, per una millenaria paura dell'impotenza, mentre da un lato amplifica oltre misura il proprio ‘sé', dall'altro rimpicciolisce oltre misura tutto ciò che la sopravanza.

In poche parole riusciamo solo a formalizzare problemi con variabili  ‘uni-formate' al nostro metro.  

E' uno dei modi in cui l'uomo compensa la frustrante sensazione della propria finitezza.

Tale operazione di onnipotenza, in fondo,  si pacifica in un  postulato forte: ‘non  è il Sistema Terra che contiene l'uomo, ma è l'uomo che gestisce il proprio territorio'.

Purtroppo l'operazione si avvale di inammissibilità logiche molto rischiose, in grado di produrre paradossi a catena ; l'affermazione ‘Il Sistema Terra contiene l'uomo' è la descrizione di un fatto che prescinde dall'uomo stesso, cioè il sistema Terra è un grande sistema complesso che comprende e relaziona  molti sotto-sistemi diversi, articolandoli secondo una gerarchia  a diversi piani di complessità: il gruppo umano, pur nel suo essere particolare, è uno di questi sottosistemi.

L'affermazione ‘L'uomo gestisce il proprio territorio' descrive invece  una legge autoreferenziale propria del sottosistema umano e che quindi non dovrebbe essere applicata al suo più complesso sistema di riferimento, cioè alla Terra.

Non dovrebbe, ma succede che  l'uomo, dotato di coscienza razionale, sappia immaginare se stesso  e vedersi  ‘da fuori' e che quindi  faccia  abuso di questo secondo occhio fino a pensarsi ‘fuori'dallo stesso  sistema di cui invece è solo una  parte. Risultato, la traduzione de ‘Il sistema Terra contiene l'uomo' in ‘L'uomo gestisce il proprio terri-torio' è, dal punto di vista logico, totalmente indebita : questo errore finisce per capovolgere la gerarchia dei diversi livelli della complessità naturale tanto che  il Soggetto-Terra è ridotto a oggetto-territorio e il sottosistema umano assurge a massimo sistema e  unico soggetto agente, nei suoi confronti  tutto il resto è ridotto ad oggetto-agito.. Viene vistosamente trasgredita la legge della complessità organica e delle sue gerarchie astratto-concreto.

Questa indebita e grave manipolazione degli infiniti entra nelle procedure che l'uomo  finalizza al ‘governo del  territorio", infatti  i falsati riferimenti spazio-temporali diventano, di fatto,  le coordinate per gestire l'intero Pianeta Terra  e i suoi stessi processi.

Noi valutiamo la vitalità del Pianeta iscrivendola in un arco che non sopravanza di molto, e a volte per niente, il nostro personale arco di vita.

Domande del tipo "Come può modificarsi  la Terra in un miliardo d'anni?" sono astrazioni  per i trattati teorici, ma non entrano mai nelle motivazioni che determinano le nostre scelte operative.

Si dice che qualcuno abbia chiesto ad una farfalla se la sequoia, su cui  era posata , fosse un essere vivente oppure no e si dice che la farfalla, per altro erudita,  rispondesse:" L'essere vivente è un processo in continuo mutamento, nasce, si sviluppa, si riproduce, interagisce con l'ambiente, per l'appunto come faccio io, e infine muore, ...per cui escludo che la sequoia sia un essere vivente, sono qui da una vita e non è mai cambiata in  nulla" .

Qual è il groviglio logico che ha permesso l'errore? La farfalla ha affrontato il problema   farfalla-sequoia tenendo conto solo delle proprie categorie di riferimento (vive per pochi giorni o al massimo per poche settimane ), ignorando completamente le categorie di riferimento sulle quali poggia, invece, la realtà dell'albero: viene azzerata la relazione, l'albero è stato ridotto a mero oggetto passivo dipendente solamente dall'esperienza della farfalla..

 

Queste considerazioni  riportano alla domanda iniziale e da un certo punto di vista si potrebbe concludere che noi umani facciamo gli stessi errori del lepidottero, ma purtroppo non è così semplice, i grovigli logici nei quali incorriamo sono molto più intricati di quelli in cui è incorso l'insetto, che, infatti, non si arroga il diritto di  gestire la sequoia o di intervenire sulla sua struttura ;  tra noi e la Terra non ci sono solo differenze dimensionali , ma c'è soprattutto un salto di complessità, una diversità di tipo logico che, se trascurata, ci  fa incappare direttamente  nell'antinomia di Russell e nei conseguenti paradossi, nell'impossibilità, cioè,  di decidere soluzioni. L'elemento non è la classe', aveva affermato il filosofo dopo essersi posto il problema di un infinito non assiomatico, sta a dire che un sottosistema non è il proprio sistema, non si deve fare confusione tra concetti di diversa complessità. Noi di confusione di questo tipo  ne facciamo fin troppa in quanto non ci limitiamo a mettere sullo stesso piano sia la classe che contiene l'elemento che l'elemento contenuto, ma arriviamo a considerare classe l'elemento stesso, riducendo quindi il contesto più complesso a sottosistema   La Terra, in definitiva  smette di essere il nostro contesto vivente e diventa  il nostro orto.

Questo è il tipo di errore logico che sta sotto a tutti i grandi  progetti che facciamo sul Pianeta, errore che moltiplica i paradossi procedurali in cui finiamo coinvolti sempre più spesso.

 

 Il discorso era iniziato sull' incapacità umana di assumere coordinate spazio-temporali praticamente infinite (che per noi risultano perché al di là  del   nostro orizzonte), ed ora, aggiungendo anche le considerazioni sul rovesciamento  del  rapporto naturale classe-elemento nel rapporto, dicotomico, Uomo/Pianeta,  si arriva alla conclusione che quando progettiamo forti interventi sulla Terra basiamo i calcoli su coordinate improprie, artefatte e incongrue, e quindi non attendibili in quanto tra loro incommensurabili e indipendenti;  apriamo effettivamente  procedure paradossali, le cui soluzioni sono quindi  indecidibili.

 

Procedure incongrue e paradossi

L'inquinamento è uno di questi grandi interventi a rischio, agisce a livello organico e il suo tempo di azione dipende dal rapporto che lega  tre elementi: la velocità dell'operazione  inquinante, il livello di complessità organica  su cui agisce l'inquinamento e la velocità dei i meccanismi metabolici di cui dispone l'aggredito.

L'inquinamento da radioattività artificiale è il più letale perchè interviene ai livelli più elementari del vivente; infatti, agendo sui primi mattoni che formano la materia, colpisce prima ancora che  qualsiasi struttura metabolica possa attivare una risposta correttiva;  lavora su  processi praticamente incontrollabili, manipolando dati praticamente indefiniti.

Tutto il problema inerente  l'uso termoelettrico del nucleare è infatti caratterizzato da coordinate tra loro incommensurabili, a cominciare dal  tempo di osservazione e sperimentazione che è brevissimo mentre è ‘infinito'il tempo che rimane escluso da ogni possibile controllo, e fuori da ogni campo di  prevedibilità.

Se lo svolgimento del problema è basato su coordinate tra loro incommensurabili, e quindi scientificamente non attendibile, la  realizzazione pratica del calcolo progettuale  si fonda, per stessa definizione dei progettisti, su ‘criticità'.

E' detto ‘critico'  lo stato che deve essere mantnuto nel guscio di cemento e di acciaio in cui avviene la reazione nucleare a catena, e ‘critica' è detta la soglia  di un neutrone che deve colpire uno e un solo nucleo di uranio pena il surriscaldamento del nocciolo del reattore e lo scatenamento della sorgente  radioattiva.

 Il ‘meltdown', la fusione del nocciolo, è il peggiore degli incidenti nucleari pensabili.

Credo abbia senso riflettere un attimo sul termine ‘pensabile', perché, non a caso, nelle procedure di calcolo, possono essere dimenticate anche variabili del tutto prevedibili, quindi pensabili, cioè si può trascurare l'eventualità di accadimenti conosciuti come l'onda di tzunami, che  ora ha messo in forte crisi la centrale di Fukushima , o un errore umano, o una possibile fase di siccità come qualsiasi altra ragione che incida sulla disponibilità di materiale refrigerante.

La minaccia di surriscaldamento del nocciolo delle centrali è  normalmente (almeno dagli anni '60) tenuta sotto la soglia ‘critica' attraverso il raffreddamento ad acqua, risorsa  che viene normalmente prelevata da corsi antistanti le centrali, un pericolo possibile può essere infatti l'abbassamento del livello dei fiumi , come  è accaduto in Francia nel 2003; a Fukushima  l'emergenza del surriscaldamento  ha suggerito un rimedio a sua volta errato, come  l'uso dell'acqua di mare, che, essendo corrosiva,  ha pesato sul disastro.

Troppo spesso sembra che tutto sia sotto controllo  ma purtroppo, dal momento che  nella psiche non entra mai il troppo grande,  il tavolo su cui porre ‘tutte quante' le variabili di calcolo necessarie  per risolvere e gestire e controllare i problemi complessi che riguardano il Pianeta,  non è stato ancora inventato né potrà  esserlo mai, nonostante i supporti computerizzati.

Possiamo fare anche miracoli, ma saremo sempre un sottosistema che non può controllare ‘dal di fuori' il sistema in cui è immerso; possiamo intuirne molti aspetti, ma pensare di gestirne le energie prime e i contorni che lo determinano è solo un delirio di onnipotenza; non può essere un programma scientifico.

I'errore umano nell'effettuare il test di sicurezza nella centrale di Chernobyl, il non aver calcolato  il pericolo di tzunami per una centrale in zona altamente sismica, sull'Oceano, l'aver usato o dovuto usare l'acqua di mare per ovviare al surriscaldamento, dicono di quanto sia difficile  dare per certo che migliaia di uomini siano in grado, sempre, di rispondere ad una necessità di rigore e di controllo rigidissimi e  ininterrotti su apparecchiature molto sofisticate, al fine di evitare un pericolo tanto estremo che non colpisce la materia nelle sue parti strutturate e quindi dotate di correttori, ma le sue stesse basi elementari.

Ma quando ho accennato a coordinate incommensurabili non mi riferivo ad aspetti che ancora potrebbero stare nella portata dell'umano, come controllare il controllabile e tener conto di tutti i dati già conosciuti,  mi riferivo invece a quantificazioni di elementi non misurabili, ai tempi che stanno nel fenomeno della radiaottaività e ai tempi, agli spazi, ai processi della Terra.

Il ragionamento della farfalla  un po' ci riguarda.

Gli ‘infiniti' che si incontrano nell'uso del nucleare sono i tempi di decadimento radiaottivo.

Fin dalla formazione del Pioaneta, quasi cinque miliardi di anni fa , la materia è costituita da atomi stabili non radioattivi e atomi instabili radioattivi.

Noi viviamo immersi nella radioattività, ‘naturalmente', e siamo vincolati a soglie di assorbimento che non possono essere superate; si calcola che una persona di settanta chili  abbia una radioattività normale dell'ordine di 8000 Bq  mentre un chilo di granito ne abbia  1000.

Nel corso dei circa cinque miliardi d'anni la maggior parte degli isotopi radioattivi presenti in natura, atomi con nuclei instabili per eccesso di protoni e/o neutroni, si  sono stabilizzati attraverso  processi di decadimento, processi che  consistono nella trasformazione di un atomo radioattivo in un altro atomo radioattivo o stabile

Mentre la radioattività naturale è dovuta alle radiazioni provenienti dal cosmo, alla presenza di elementi radioattivi presenti sulla Terra fino dall'inizio,  e  alle loro  interazioni,  la radioattività artificiale è quella generata da alcune attività umane, prima fra tutte dalla produzione di energia nucleare sia in ambito militare che civile.

Il tempo medio richiesto dalla trasformazione in nuclei sempre meno radioattivi, detto anche ‘emi-vita', è il tempo necessario perché la metà degli isotopi si stabilizzi,  questa fase deve poi riproporsi per la metà restante e poi per la metà della metà fino a che tutti gli isotopi siano diventati stabili.

La radioattività obbedisce quindi ad una  legge esponenziale,  la formula che la esprime tiene conto di una costante, detta costante di decadimento, specifica di ogni nuclide e che rappresenta la "probabilità",  per un dato nucleo, di decadere nell'unità di tempo.  Il tempo di dimezzamento  può essere infinitamente breve o infinitamente lungo, il potassio-40, ad esempio, impiega 1,8 miliardi di anni per stabilizzare la prima metà di isotopi presenti nella radiazione.

L'uranio-238  ha un tempo di dimezzamento di 4,5 miliardi d'anni, il Plutonio-239, usato nelle bombe  a fissione  e come combustibile nelle centrali nucleari , ha un tempo di dimezzamento di 24.000 anni .

La nostra mente come afferra questi numeri sempre preceduti dal ‘circa'?

La dimensione di questi tempi, già fuori dalla nostra portata di controllo,  hanno tolleranze, in termini umani,  nell'ordine di centinaia e migliaia di generazioni, parti di quelle che coinvolgiamo in ogni avvio di progetto; e se paragoniamo queste variabili totalmente indefinite e non controllabili ai cinquant'anni che ci hanno fatto sentire in diritto  di attivare l'innesco di processi tanto rischiosi, ci si rende conto che nel calcolo entrano costanti che niente hanno a che fare con la scienza.

Il problema non è certo razionale, ma totalmente psicologico, motivazionale, relativo alla necessità, soprattutto del maschile, di competere per essere , di cercare ‘fuori' il nemico da abbattere e il trofeo da conquistare, sembra che per esistere occorra un ‘infinito' da possedere. Purtroppo gli infiniti una volta rimpiccioliti non tranquillizzano più, perché sono piccoli e ci ricordano la fragilità della nostra piccolezza.

Solo nel 1954 il presidente Eisenhower inaugura il progetto "Atom for peace"  per l'uso del nucleare in campo civile e solo dopo 12 mesi viene istallato in U.S.A. il primo reattore civile Berax III. , da allora si procede per tappe e ora siamo alla III generazione di reattori. Dai primi  di bassa potenza, prodotti fino ai primi anni '60, i passaggi da una generazione all'altra sono stati determinati soprattutto da aggiustamenti apportati nell'esercizio di centrali della generazione precedente, senza  dei veri salti progettuali; ora si ‘guarda' a reattori di IV;  si parla di livello rivoluzionario pur restando nell'ambito della fissione: il processo a catena basato sul decadimento di un nucleo pesante bombardato da una particella di neutroni

Mi chiedo come si guarderà, tra diecimila anni, all'eccellenza di questo  IV  livello che, pure, oggi, vediamo lontano. Chiederselo non è poi tanto una battuta ad effetto dal momento che i processi che mettiamo in moto si stagliano in tempi molto più lunghi. Ricordo, ad esempio, i 24.000 anni del Plutonio-239.

Si parla dell'età del bronzo come di un infinito fa ed  invece sono passati  meno di 5000 anni, dal reattore di Borax III  ne sono passati solo  56 di anni e oggi lo vediamo come un giocattolo di latta. E allora cosa garantiamo a quelli che saranno sulla Terra tra diecimila?

Ci sarebbe molto da riflettere sul contesto prospettico che usiamo per valutare gli eventi  e per tirarne conclusioni.

L'inadeguatezza delle nostre coordinate temporali  aggrovigliano i calcoli che pure ci danno tanta sicurezza e ci spingono a mettere in moto processi  dei quali non possiamo né vedere, né prevedere, né tanto meno controllare l'intero percorso.

Sono parabole che sfumano oltre ogni orizzonte immaginabile, parabole che iniziano con le complesse fasi di estrazione e trasporto del materiale per alimentare il reattore, che proseguono con i processi ‘critici' di fissione e che poi si moltiplicano nei problemi di trasporto,  smaltimento, collocazione delle scorie e finiscono, si fa per dire, nelle problematiche di controllo sui loro processi di disattivazione che avvengono in tempi e spazi ‘fuori controllo'.

 

Tra diecimila anni, tanto per fare una data,  i nostri simili con quale punto di queste parabole, oggi innescate , dovranno fare i conti? E di quale natura saranno questi conti? Quali le considerazioni sui loro antenati? Quali informazioni e responsabilità avremo lasciate loro con l'obbligo di passarsele di generazione in generazione, completandole, se possibile, delle avvenute varianti, conflitti, catastrofi, sismi?

Ma queste considerazioni restano generosamente fuori dai nostri calcoli. Oggi il mondo che ha potere vive dentro orizzonti decisamente accorciati dall'autoreferenzialità, e in questa anossia  finiscono anche tutti gli altri che potere non ce l'hanno;  i disperati sono chiusi, di necessità,  nei tempi brevissimi dell'immediato da sbarcare, i potenti sono chiusi nell'ossessione del tempo del mandato elettorale e/o delle operazioni di investimento e/o della carriera .

Le generazioni dei pronipoti sono fuori agenda, figurarsi il prossimo migliaio di anni!

Da questo presente orbo,  inneschiamo processi per i quali i tempi di attività vedranno molte migliaia di anni e futuri incontrollabili.

 

Le scorie

La parte più scura del problema è il tema delle scorie.

E' il grande tabù rimosso, quello su cui l'informazione è più oculatamente carente, colpevolmente silenziosa.

Nel tema dei residui radioattivi oltre a ritrovarsi tutte le questioni delle variabili-tempo sollevate per l'attività delle centrali elettronucleari,   se ne aprono altre quasi impossibili da risolvere .

Non a caso,  la produzione elettronucleare non è un'astrazione né qualcosa confinata su un immobile iperuranio, è un manufatto appoggiato sulla pelle irrequieta di un Pianeta vivo, figlio di  un Universo che si espande senza perdere nessuno dei misteri chiusi nel  primo punto di materia esplosa,. che  risponde  agli stimoli interni ed esterni con i tempi e i modi di un  proprio  imprevedibile metabolismo.

Le nostre formule matematiche si sono date  eccezionali unità di tempo e di lunghezza; le unità di misura di Planck dicono di una lunghezza uguale a 1,616252 per 10 alla meno trentacinque metri e di un tempo che, alla velocità della luce , serve  a  un fotone per percorrrerla.

Ma il nostro corpo, che la dicotomia culturale ha separato dalla mente, non trova niente in cui riconoscere questi tempi e questi spazi infinitesimali, né trova niente in cui riconoscere tempi e spazi infiniti come il tempo di decadenza del Potassio-40 e l'espansione dell'Universo; mentre la razionalità determina le costanti di Planck, il nostro corpo conosce e dice solo  la lunghezza del proprio passo e il ritmo del proprio respiro e arriva a costruirne multipli e sottomultipli da offrire alla coscienza per i suoi disegni, niente di più. Somatizza e converte ciò che all'intelletto fa paura.

Il nostro corpo  ha disimparato l'intuizione degli  spazi e dei tempi che regolano il mutare del Pianeta e non riesce a fornirne il senso alla ragione, troppo vessata  dall'imperativo di onnipotenza.

Mentre la matematica costruisce formule, la paura rimossa governa le motivazioni, sceglie le variabili che dicono potenza e rimuove l'alterità concorrente, le motivazioni della competizione e dell'autodifesa paranoide sono terrorizzate dagli infiniti che sfuggono alla divisione in sottomultipli.

Il rapporto autocentrato Uomo/territorio si muove ancora sul modello della fisica tolemaica.

Eppure, la massima profondità terrestre che siamo riusciti a ‘toccare' attraverso miniere, perforazioni e carotaggi,  è di circa 20 km , una  quattrocentesima  parte del raggio del Pianeta, le altre informazioni le abbiamo derivate soprattutto dallo studio e dall'analisi delle onde sismiche che si propagano in funzione delle diverse densità dei materiali attraversati.

Se pensiamo agli strati che lo compongono, immaginandoci di partire dal nucleo centrale, per  salire al nucleo esterno, e alla zona convettiva dove i materiali fluidi e caldi sono continuamente in movimento, e alla zona di subduzione dove i margini delle diverse placche della Litosfera, galleggiando sulle viscosità dell'Astenosfera, scorrono l'uno contro l'altro o si scontrano o si allontanano dando spazio ad una nuova litosfera oceanica; se, percorrendo i 5-30  chilometri del suo spessore medio si esce dalla crosta terrestre e si guardano gli involucri gassosi, concentrici, dalla troposfera ai 10.000 chilometri dell'Esosfera, tutti dinamicamente diversi e relazionati nei loro mutamenti, allora possiamo chiederci : Dove mettiamo le scorie? Dove mettiamo tutto il materiale  derivato dal combustibile esausto del processo di fissione, tutti gli prodotti protettivi, tutti  gli scarti di lavorazione?

Dove e come trovare oggi nascondigli ‘sicuri' che restino tali e immutati nel moltiplicarsi dei millenni?

Come controllare gli eventi sismici, carsici, metereologici, le correnti atmosferiche che fanno quel che vogliono delle malaugurate ricadute e nubi radioattive?

Come controllare le attività convettive che agiscono sotto le placche?

Domande paradossali il cui senso può nascere solo da rimossi deliri di onnipotenza, gli stessi che ci fanno eludere il cuore  del problema e il nostro rapporto con esso.

Quale può essere mai la contropartita per un progetto mal calcolato, un dramma che resta incombente oltre l'arco di milioni di vite, in migliaia di anni  a venire?

La contropartita è nella paura dell'"io" ancorato  nel suo "piccolo oggi", è  nella sua fame di energia da sprecare, da sentire a compenso del suo breve arco di tempo; la contropartita è riposta nel tentativo di scongiurare un'ipotesi di mondo nuova, la lacerazione narcisistica di ammettere "ho sbagliato", di concepire un ‘tornare indietro' ignorando la differenza tra ipotesi e  processo evolutivo.

La contropartita sta in convenienze  troppo contingenti per essere di gran conto, ma purtroppo in grado di far ritenere totalmente trascurabili i problemi dei miliardi di  persone che erediteranno distese di campi minati.  

Quello che sappiamo del sistema Terra  non ci permette nessuna previsione sui modi e sui tempi dei processi che ne caratterizzano la natura, ci è dato, al massimo,  di prevedere eventi con tolleranze di errore di decenni, e che nel loro verificarsi  lasciano  solo scampo di secondi.

Sul piano più strettamente scientifico c'è dunque l'inammissibilità di variabili incommensurabili, dal punto di vista della grandezza, e indipendenti, dal punto di vista della relazione, infatti i tanti dati che entrano nel problema, come l'errore umano, gli eventi metereologici, gli eventi sismici, sono slegati da qualsiasi funzione che li determini in reciproca relazione, ne fissi una dipendenza e ne permetta un minimo di  governabilità e controllo. In difetto di congruenza tra i dati del problema, , la soluzione del problema è impossibile.

Impossibile come la partita che  il logico C.L. Dodgson, alias Louis Carroll, fa giocare ad Alice; tutte le variabili risultano imprevedibili e indipendenti le une dalle altre: il campo da croquet è pieno di ‘buche e di gobbe', le mazze, le palle e gli archetti sono fenicotteri, porcospini e soldati, personaggi vivi, che si perdono, ognuno, dietro un proprio pensiero o capriccio particolare;  tutti insieme sono bel lungi dal fare sistema con i problemi di Alice che invece sono fissi nei comandi urlati della Regina,  "Zac, un taglio netto della testa".

Ogni anno vengono prodotte, nel mondo, circa 10.000 tonnellate di scorie nucleari (dati al  2005); da notare che un reattore al momento che viene smantellato, presenta un cumulo di scorie quasi tre volte superiore  a tutte quelle prodotte nei suoi quarant'anni di vita; c'è da considerare che la maggior parte delle centrali nucleari attualmente in funzione (più di 400) si sta avvicinando alla cessazione della propria attività.

La pericolosità delle scorie nucleari dipende dal loro stato, se solido o liquido o gassoso, dal livello di radioattività e dai tempi di decadimento che presentano.

Secondo questi aspetti che le caratterizzano vengono divise in tre categorie:

-la prima categorie comprende quelle debolmente radioattive , la cui disattivazione va a compimento entro poche decine di anni; in questo gruppo entra il 90% del totale e sono costituite soprattutto da indumenti, stracci, filtri liquidi, tutto materiale proveniente da laboratori di ricerca e ospedalieri oltre che da istallazioni nucleari. Un normale reattore ne produce circa 200 metri cubi all'anno.

-la seconda categoria contiene il 7% del totale delle scorie; queste  presentano un elevato grado di radioattività la cui stabilizzazione è dell'ordine di alcune centinaia d'anni; derivano soprattutto dalle centrali nucleari come liquidi, fanghi e resine esaurite oltre che come scarti metallici di lavorazione.

-la quarta categoria riguarda il 3% del totale e sono caratterizzate da altissima attività radioattiva tanto che contengono il 95% della radioattività complessiva di tutte le scorie; i loro tempi di decadenza richiedono molte migliaia di anni; il Plutonio ne richiede  250.000. Derivano esclusivamente dalle centrali nucleari e dagli impianti di riprocessamento.

Il silenzio mediatico sulle scorie copre, e svela,  un problema enorme, e cioè i costi altissimi richiesti,  a cominciare dalle operazioni di smantellamento delle centrali tanto che si sa di chiusura di istallazioni, ma non si parla di smantellarle.

Lo stato attuale dei depositi vede considerate solamente le scorie di prima e seconda categoria con tempi di decadimento di 300 anni circa; i depositi definitivi sono circa 70 nei paesi membri della IAEA, solo in minima parte sono già chiusi o in via di esserlo, la maggior parte sono in fase di progettazione.

Le soluzioni tecniche adottate fanno pensare ad un intervento volto a garantire il  grado minimo di sicurezza, infatti il 90% dei depositi è costruito in superficie ed è  costituito da tumuli, trincee, silos, strutture in calcestruzzo; il resto è stato confinato in cavità ‘sotterranee' e in ‘profondità' di strutture  geologiche.

Questa messa in ‘sicurezza' riguarda le scorie a  bassa radioattività, e credo rappresenti un vero e proprio occultamento del problema.

C'è chiaramente una volontà di eluderne la vastissima portata che riguarda   sia la difficoltà procedurale e logistica,  sia la elevata percentuale di rischi, sia l'insostenibilità dei costi.

Ci sono agli studi diverse congetture come quella di cercare formazioni geologiche atte a contenere depositi, ma queste soluzioni possono garantire una stabilità per una fase limitata di tempo, non certo per migliaia e centinaia di migliaia di anni, pertanto valgono solo per le scorie di prima, o al  massimo di seconda categoria

Circola anche un grosso progetto finanziato da enti internazionali e chiamato Pangea che riguarda la ricerca e l'individuazione di un unico sito geologico per stoccare tutte le scorie prodotte; dovrebbe essere scelto un luogo tra i più ‘lontani' del Pianeta. A parte il fatto che la Terra è piccola e rotonda e non c'è niente di veramente remoto, ciò che fa riflettere gli stessi ideatori sono i costi altissimi e i rischi  rappresentati dai trasporti del materiale radioattivo.

Sono state prese in considerazione altre ipotesi come quella di portare le scorie nello spazio, o di nasconderle nelle zone di confine delle placche tettoniche nella speranza che i flussi viscosi del mantello possano ingoiarsele per sempre. Ma se  buttarle fuori dalla finestra comporta problemi, metterle sotto il tappeto è anch'esso difficile, allora non resta cha la trovata  del frieser, cioè seppellire il tutto nei ghiacci dell'Antartico, e non è uno scherzo, è stato pensato veramente ; questa idea darebbe un attimo di respiro...in attesa di trovare la ricetta giusta o l'erede cui mollare i terreni minati dal padre.

Forse non è male mettere vicini due dati: una persona di settanta chili, ricordo, ha una radioattività naturale di 8000 Bq mentre  il disastro di Chernobyl ha emesso una radioattività misurata in 11 miliardi di miliardi di Bq, il massimo livello nella scala dei disastri elettronucleari . Dagli  ultimi dati  gli eventi di Fukuschima  risultano della medesima categoria.

 

Sulle scorie, come su molti incidenti, permane, convinto, il silenzio mediatico.

 

Il tema sull'uso del nucleare è tanto complesso e complicato che nel dibatterlo, si frantuma in problemi, di problemi, di problemi ogni volta più polverizzati e contingenti, le ragioni, pro o contro, variano con le tante motivazioni e le tante convenienze, se ne potrebbe parlare all'infinito con il risultato di  dissolvere sempre di più il quadro d'insieme e perdere il cuore della questione.

 E' quest'ultimo, invece, ciò che ritengo essenziale : sapere se il calcolo di partenza sia  proponibile o meno, la pratica scientifica ha regole chiare sul come selezionare, valutare, acquisire ed elaborare dati: nel caso del nucleare gli elementi che entrano nelle procedure  sono tra loro totalmente incongrui e quindi i calcoli, se si vuole  restare nella sfera della scientificità, sono da ritenersi inattendibili; ma  se invece si accetta il fatto di essere semplicemente desideranti, allora si può sognare come si vuole per  cercare strade percorribili, ma che non siano furti alla libertà dei discendenti, spade di Damocle sulla vita e la terra di milioni di essere per migliaia di anni.

E se la distinzione  tra congruità e ‘voglia' ci portasse davanti allo specchio giusto?