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E' radicato un antico assunto secondo cui arte visiva e parole non debbano uscire dalla stessa fonte; chi compone un quadro faccia l'artista e chi ha voglia di argomentare faccia il teorico, il filosofo o che altro. Mestieri diversi, ed è meglio che ognuno faccia il suo Queste affermazioni, come mille altre dello stesso spessore logico, sono non solo possibili ma assolutamente normali perché noi, esseri organici, siamo inconsapevolmente sospesi su un vuoto molto problematico : la perdita del senso della complessità,.. Questo lutto non è un accidente ma semplicemente la necessaria conseguenza dell'assioma che fonda la cultura, quella cultura che, fatte le debite varianti, sta gestendo il Mondo da molti millenni. Parlo di quel sistema di relazioni e di pensiero che sul piano antropologico è classificabile come patriarcale, sul piano logico è definibile come dicotomico e sul piano dei sistemi organici e del pensiero sistemico è qualificabile come antisistemico e produttore di paradossi . Parlo della cultura quantitativa che ci sta scoppiando dentro mandandoci in pezzi. Miliardi di ombelichi vanno per la tangente.

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L'ASTENSIONISMO E ...LA DEMOCRAZIA

postato da Maria Micozzi [31/03/2010 19:52]
 

      

            "La differenza tra una democrazia e una dittatura è che in una  democrazia prima voti e poi prendi ordini, in una dittatura non devi perdere tempo a  votare."

Queste parole di Charles Bukowsky, poeta e scrittore americano di origine tedesca, aprono in modo ideale  alcune considerazioni che gli ultimi esiti elettorali, mi hanno risollecitato.

Le vicende di vita dell'autore dicono molto del graffio che spunta dalla citazione, ma non voglio parlare di questo, piuttosto analizzare il senso della frase: e la frase dice che, qualunque sia il nostro status istituzionale, siamo sempre costretti a prendere ordini. Come dire che la democrazia e la dittatura sono praticamente uguali;  la prima lascia spazio  per una qualche illusione di libertà che però, nel merito,  non cambia le cose.

Dal punto di vista logico  l'analisi non  può fermarsi nell'ambiguità di una battuta, ma  apre  considerazioni ulteriori

La prima  è sull'approfondimento dei concetti di democrazia e di dittatura

La democrazia , dall'Atene di Pericle e la filosofia politica di Aristotele, indica, etimologicamente, un governo della collettività che deriva dai cittadini.

Non a caso, in Italia, entra in letteratura, nel XVI secolo in opposizione a monarchia e aristocrazia (il governo dei migliori, forma che apre a problematiche procedure di giudizio ).

Per stare alla precisione del vocabolario , la democrazia è la concezione politica fondata sui principi della sovranità popolare, sui principi dell'uguaglianza giuridica dei cittadini , sui principi dell'attribuzione dei diritti e doveri sanciti dalla costituzione, nucleo che fonda lo statuto dell'intera  collettività nazionale.

Dunque la democrazia è la centratura della responsabilità politica di ogni cittadino,  sia nelle relazioni verso se stesso che nelle relazioni verso gli altri, è una responsabilità politica che investe tutti e ognuno, tesa ad una continua e non facile costruzione  della polis; la polis è la casa comune.

La dittatura indica ambiti completamente diversi, molto più semplici e lineari.

Il latino ‘dictare' precisa l'azione del ‘dettare ordini' e indica pertanto l'esistenza di un soggetto che comanda  e allude implicitamente a  sotto-posti  deputati ad obbedire.

Quindi democrazia e dittatura hanno  due nature completamente diverse, la prima è una struttura complessa e consiste di molti circuiti relazionali che collegano una grande pluralità di soggetti con uguali diritti e doveri , circuiti che   portando il  pensiero dei singoli, in relazione interattive,  ad una continua sintesi di ‘governo' formano  un piano più astratto rispetto alle singole individualità; da questo piano, che si traduce in leggi procedure, i circuiti riconducono, ogni volta, le norme alla prassi di quelle stesse individualità che avevano  innescato il circolo virtuoso. Circuiti e continue retro-azioni garantiscono l'organicità della struttura e i processi di autocorrezione. Tutto è polis.

L'altra è una struttura geometricamente lineare e va diritta dal soggetto che ordina agli elementi destinatari del messaggio ; il ritorno è solo un' eco dell'ordine emesso; l'aspetto dialogico è sostanzialmente recitato.

Cose che, presa ognuna per suo conto, sono più che risapute.

Ma allora perché partire dall'amara citazione di Bukowsky ?

Perché pone le due strutture paradossalamente l'una di fronte all'altra.

Perché l'ambiguità di un poeta conduce sempre ad un salto di livello e ogni salto , facendo vedere il problema da una posizione più elevata, permette di individuare segni e significati che da terra, per mancanza di grandi connessioni,  non si vedono.

La democrazia cui allude Bukowsky  è una non-democrazia, è la democrazia della nostra cultura verticistica, è una struttura che si dice trarre legittimità dai cittadini investiti di corresponsabilità politica, ma che poi sa stare solo col naso in aria perché le direzioni dei rapporti sono soltanto lineari, e vanno dall'io-soggetto ad un non-interlocutore.

Questo processo autoreferenziale si fa schema di ogni comportamento e  il non-interlocutore finisce con l'andare, a sua volta,   da sé a sé, restando sostanzialmente ininfluente rispetto al vertice ( che comunque, attraverso i circuiti del mercato, ne governa la pancia)

Il singolo, con il suo ‘io' che non si trova rappresentato, limitandosi a dire , autoreferenzialmente,  ‘io non sono contento', resta fuori  dall'impegno del ‘costruire' relazioni con il contesto-polis.

 La democrazia è congrua solo ad una cultura paritetica, e non certo ad una cultura patriarcale, dove, in alto, c'è chi pensa e, sotto, chi è pensato, dove manca il tessuto della corresponsabilità politica, base stessa della democrazia,.

Quello di dire: ‘ Io non ti riconosco e non ti voto ‘ è  lineare come quello del vertice che dice : ‘Io ti adoro, votami' ; è la procedura lineare, dicotomica, propria della cultura piramidale, sempre tesa a confermarsi. Soltano che il caso dell'astenzionista è praticamente generico e ininfluente.

 

La democrazia patriarcale è un paradosso  e,  il fatto che l'astensione diventi un partito testimonia l'affossarsi dell'agentività stessa  del nostro senso di responsabilità politica.

Non bisogna sottovalutare gli anticorpi che la struttura patriarcale continua a produrre da più di diecimila anni.

Quando ero piccola, ma proprio piccola,  e non ero né libera né responsabile della mia vita, il mezzo estremo che avevo per interagire con certe decisioni di mio padre era quello di chiudermi nel broncio del ‘no', sperando, poi,  in lui.

Nell'attuale cultura, dove praticamente tutto è consumo, consumo gestito dall'alto,  dove è diventata abitudine restare nel proprio angolino di ‘pertinenza', perché  abbiamo esperienza solo di quell'angolo ( tanto che guai vedercelo invaso)  e quasi nessuna spinta intellettuale ad uscirne, dove la stessa paura di trovarci esposti a gravi fragilità inventa fragilità più grandi, cos'è  il senso di corresponsabilità politica?  Cosa la  tensione a costruire, ogni giorno, la democrazia?

Quale democrazia?

Quella del broncio che spera in un capo paterno e qualche giocattolo?

Il partito dell'astensione sembra dirci che mentre ci accapigliamo, convinti di operare democraticamente, in effetti stiamo solo lucidando le armi del patriarcato.... infatti non perdiamo tempo a votare, alle cose che contano ci pensa papà.

(...e ce l'ha già detto!)