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E' radicato un antico assunto secondo cui arte visiva e parole non debbano uscire dalla stessa fonte; chi compone un quadro faccia l'artista e chi ha voglia di argomentare faccia il teorico, il filosofo o che altro. Mestieri diversi, ed è meglio che ognuno faccia il suo Queste affermazioni, come mille altre dello stesso spessore logico, sono non solo possibili ma assolutamente normali perché noi, esseri organici, siamo inconsapevolmente sospesi su un vuoto molto problematico : la perdita del senso della complessità,.. Questo lutto non è un accidente ma semplicemente la necessaria conseguenza dell'assioma che fonda la cultura, quella cultura che, fatte le debite varianti, sta gestendo il Mondo da molti millenni. Parlo di quel sistema di relazioni e di pensiero che sul piano antropologico è classificabile come patriarcale, sul piano logico è definibile come dicotomico e sul piano dei sistemi organici e del pensiero sistemico è qualificabile come antisistemico e produttore di paradossi . Parlo della cultura quantitativa che ci sta scoppiando dentro mandandoci in pezzi. Miliardi di ombelichi vanno per la tangente.

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L'OSSESSIONE DELLA CARNE

postato da Maria Micozzi [21/01/2011 16:24]
 

L'operazione dicotomica del separare il bene dal male, deriva da un'assiomatica visione del mondo e nasce quando una coscienza ancora infante, si trova a dover mettere le mani in un sistema di relazioni troppo complesso per la propria capacità di elaborazione, e si trova quindi costretta ad operare  sotto la spinta di una polarità piacere-dolore, ancora grezza  e primitiva.

Il re-guerriero-sacerdote gestisce  la  vita e la morte, alla femmina, portatrice di un altro ordine, è vietato ogni aspetto a rilevanza sociale sia materiale che simbolico, è vietata la parola stessa. Nella cultura del ‘verbo', infatti, Paolo di Tarso dice: "mulier taceat in ecclesia".

Il femminile si identifica così nel partorire e nutrire nuovi individui per ingrandire il gruppo e compensare le perdite che la morte procura.

In questo senso il nesso tra la dicotomia e la carne è particolarmente significativo e la sua analisi tocca le patologie relazionali dell'organico.

Sul piano epistemologico  la dicotomia sta per un processo mentale che divide un insieme significante  in due categorie distinte e opposte, mentre la carne è lo status più materico e massivo in cui è possibile rappresentare il vivente, cioè lo stesso fondo ctonio che inquieta le procedure del pensiero-logos. E' proprio sulla ‘carne' che passa il taglio dicotomico perchè nessuno status del vivere prescinde dalla materia che lo forma, il pensiero cosciente  ipotizza la scissura perché lo libera della troppo vivace emotività.

Quindi la carne diventa il luogo dei maggiori paradossi che la dicotomia genera per il fatto stesso di separare l'interezza del vivente  in due parti contrapposte; paradossi che scavano nel fondo della psiche e accendono stati ossessivi  dei quali la carne è, allo stesso tempo,  sia soggetto che oggetto; sia il soggetto che desidera ossessivamente, sia l'oggetto ossessivamente desiderato.

Cercherò di trattare l'argomento articolandolo in quattro punti , in modo da poter distinguere i motivi e i contorni delle ambiguità che la dicotomia crea senza, per altro,  averne le procedure di soluzione.

Il primo punto definisce il contesto teorico del problema e riguarda la dicotomia in quanto struttura tesa a performare un suo  Cosmo per dare ordine al Chaos; vengono attivate strategie  di significazione : il ‘dare nome' crea la verità del reale.

Il secondo punto tratta delle strategie difensive dell'ordine dicotomico e  prende a paradigma  il ‘Malleus maleficarum' , il trattato teologico-giuridico redatto per normare la caccia alle streghe: la femmina è il dis-ordine e  diventa la  ragione imprescindibile del controllo ossessivo.

Il terzo punto vuole accennare allo schema più propriamente fobico-paranoide delle patologie relazionali prodotte dalla dicotomia: la femmina sprofonda nella carne e quasi perde i propri contorni, e la carne diventa la metafora aniconica del Chaos.

Il quarto punto si limita ad uno sguardo veloce  sull'intreccio che la carne, oggi, ha con la sessualità, la seduzione e le ragioni del mercato. 

 

 

I° - la dicotomia ‘ordina' il Chaos e performa il Cosmo

      - processi di significazione

Potere, competizione, controllo e costruzione del nemico sono i pilastri che fondano lo schema della cultura verticistico-monopolare, dicotomica,  la cultura egemone che più semplicemente chiamiamo patriarcato.

Il gruppo umano, dal punto di vista strutturale è, per sua natura,  un sistema atto ad articolare complessi rapporti  tra differenze;  le differenze che ne attivano i  circuiti relazionali sono in numero infinito, alla base si pone la diversità di genere che il gruppo stesso prende a modello di tutte le relazioni possibili, cominciando dalle coppie  simboliche:  mente-corpo, razionalità-affettività, spirito-materia.

La dicotomia, come separazione sistematica e non metodologica delle differenze, appiattisce  la ricchezza e la complessità dei processi di relazione sull'unico rapporto di opposizione-esclusione ; si creano due insiemi antitetici secondo lo schema  maschio/femmina che diventa l'archetipo associativo e al tempo stesso l'assioma dell'intero sistema

Alla polarità maschile vengono associate la mente, la razionalità, lo spirito creativo oltre a tutto quello che da questi ambiti  può discendere; nel merito vengono collegati gli aspetti che ‘sanno vedere' e che quindi sono in grado di ‘pensare' e ‘garantire' il controllo sul mondo.

La necessità che muove una procedura così attenta a fuggire ciò che è in ombra  o anche semplicemente non abbastanza in luce, è la paura del non-controllabile, una paura tanto primitiva e allagante  da inibire qualsiasi elaborazione e, quindi, qualsiasi sublimazione evolutiva.

E' dunque il guardiano del ‘fuori', il maschile, a creare il  Cosmo,  a creare  "ciò-che-è-in-ordine" e lo fa per difendersi dal Chaos, sentito tanto più minaccioso quanto più  imprevedibile.

Alla polarità femminina vengono associati tutti gli aspetti percepiti come problematici cominciando dal  corpo per poi entrare nelle turbolenze dell'affettività e nell'opacità della materia, le primarie  istanze dell'ombra; anche questa catena di associazioni prosegue fino ad includere tutti gli aspetti congruenti al negativo, soprattutto quelli che, sfuggendo al controllo lineare alto/basso, vengono detti nemici dell'ordine costruito.

Trovo interessante un cenno all'etimo del termine Chaos: il greco Chàos sta per ‘voragine',  derivato dal  verbo Chaìno, ‘mi spalanco', entra nel latino Chaos nel senso di ‘massa informe da cui si formò il mondo', la massa primigenia dell'indifferenziato. Approda, infine,  all'attuale significato di ‘confusione' e cioè ‘mescolanza priva di senso, garbuglio'.

La vanificazione del ricco senso iniziale e del suo portato simbolico, allusivo di poteri generanti, via via si è perso a favore di un non-significato.

La dicotomia ‘mette nel suo  ordine' tutto il mondo determinandone significati e  linguaggi, operando appartenenze, costruendo realtà destinate a perdurare, fondando difese e anticorpi.

Il tema degli ‘anticorpi' attraversa tutta la  letteratura ,  a cominciare dai primi segni tracciati sulle pareti delle caverne: i luoghi comuni ne sono i custodi più efficaci.

La  peculiare caratteristica   che deriva alla femmina dall'esperienza generante, e che si estrinseca nella complessità dei legami che la gravidanza e il parto hanno con i cicli della vita e con i cicli della morte, viene frammentata in parti reciprocamente incongrue, recisi i circuiti di relazione, e  ri-ordinati i frammenti secondo, appunto,  due categorie antitetiche.

L'organico, diviso in parti, viene ricomposto in modo dis-organico, autoreferente.

Infatti il nuovo assetto non deriva dalla struttura complessa dell'intera organicità vivente, ma da un suo sotto-sistema, che, partendo da sé, postula il tutto e pretende di dargli leggi e governo.

La dimensione creativo-attiva  viene attribuita allo schema mente-razionalità-spirito e viene assunta dal  maschio costruttore del mondo; la dimensione  puramente fisico-passiva è riconosciuta allo schema corpo-affettività-materia, e viene attribuita alla femmina, che persa l'identità di soggetto si trova  ridotta a madre-ventre, deputata alla sopravvivenza dei geni del maschio a garanzia anche del suo patri-monio nel tempo; il suffisso  -monium deriva dal latino ‘alere' nutrire , e il patrimonio rappresenta il padre che nutre!

Vengono così fissati assiomaticamente il ruolo sociale del maschio, detentore del simbolico,  e quello privato della femmina , privo del simbolico.

Questa ‘messa in ordine', operata dalla dicotomia, crea internamente al sistema gravi paradossi in quanto finisce, appunto,  per costruire una realtà totalmente  disorganica dal punto di vista strutturale; il ‘reale' che ne deriva risulta confusivo   nei confronti sia  della propria congruità interna, che della propria congruità con il ‘fuori', il contesto dei contesti.

Le maggiori ricadute  paradossali si verificano sul piano della relazione: il maschio, respinta la propria sfera affettiva, si trova a dover  patire la violenza di quella rimozione: il desiderio fisiologico che lo porta a cercare  la femmina  (piacere e/o dovere dei geni) si   problematizza della sua mancata elaborazione sul piano dei sentimenti, e si acuisce  sia del terrore primario per ciò che non è controllabile, sia della sua stessa ineludibilità.

Il lineare ha terrore di ciò che sfugge al controllo in quanto non ha  le procedure per vedere il complesso, è  solo il complesso che può vedere il lineare in quanto il  lineare è un suo sotto-sistema

A questo si aggiunge il timore che al maschio deriva dal furto fallico con cui ha indebitamente  spostato tutta la potenza generativa sul proprio pene  eretto; questa tensione è complicata ulteriormente dal fatto che la performance erettile del maschio, sul piano magico-funzionale,  non è in grado di sostenere il confronto col processo gravidanza-parto, proprio della femmina,  inoltre, anche sul piano della semplice funzionalità, sia la durata dell'erezione che la vistosità della stessa  ripropongono la precarietà del fallo-pene rispetto al fallo-utero.

E, per inciso,  non credo sfugga l'importanza che il maschile, attento controllore  della spazialità, conferisce alle ‘misure'.   

Il termine ‘fallo, che nelle religioni pagane rappresenta il simbolo cosmico dell'erezione penica, nasce da ben altro senso, come si può riscontrare dalla  radice ‘phalati' che significa fruttificare, germogliare, e dalla radice indoeuropea  phal- che significa ‘gonfiare': per cui,  frutto che nasce da  gonfiore.

Gli etimi parlano chiaramente di una non discutibile potenza originaria del femminino, e non può passare inosservato  come il furto di tale potere sia stato agito dal maschio attraverso l'assunzione simbolica degli schemi  somatici e fisiologici propri della gravidanza e del parto.

Come ho già detto, questo furto, attraverso il simbolico, si definisce, si perfeziona e si istituzionalizza  nel tempo attraverso un capillare processo di svalutazione e di svuotamento che viene operato sulla femmina, in contemporanea ad un processo di ipervalutazione operato sul maschio; tali procedure sono congrue al modello dicotomico della cultura patriarcale che, appunto,  concentra tutto il bene nell'unico soggetto agente e tutto il male nell'oggetto agito.

I processi del ‘dare nome'  creano il ‘reale'

 Ma il polo agito, accanto all'aspetto di passività, continua a conservare la connotazione di nemico pervicace: in questa ambivalenza, ‘passività' e ‘negatività-attiva' vengono condensate tutte le paure per ciò che si sottrae al possesso, per ciò che, in sostanza,  attenta al potere assoluto del vertice che proprio nel possesso fonda la propria  legittimazione.Il maschio, si  connota per  la potenza di un desiderio praticamente necessitato e, nello stesso tempo, teso ad un oggetto misterioso  e  sfuggente al dominio e al controllo,  come dire che,  impedita la capacità di elaborare processi affettivi, è costretto a desiderare ciò che gli si sottrae e che sente pericoloso; la paura di perdere il potere su di esso apre i comportamenti a spirali  paranoiche.

Una delle accuse volte alla donna, non a caso,  riguarda proprio la sua natura ingannevole, e, sempre non a caso, la paranoia si fonda sulla presunzione di un  nemico nascosto che agisce con l'inganno.

Il poema in versi", di Bernard de Morlas, che nel XII secolo  il monaco di Cluny titola significativamente "De contemptu feminae", mostra un elenco lunghissimo di  vilipendi che tralascio, uno per tutti dice della  donna ...

 

     "Tesa a perdere, e nata per ingannare, esperta nell'inganno, abisso inaudito, la peggiore delle vipere, marciume di bell'aspetto..."

 

Trovo particolarmente interessante l'accostamento tra ‘marciume' e ‘bell'aspetto', lo trovo interessante e significativo perché è proprio la bellezza  ad essere sentita come l'esca primaria temuta dal desiderante e per questo le difese la trasformano, proiettivamente, in  una  trappola ingannevole da condannare: la paura si difende dal desiderio mutandolo in repulsione.

Il ‘marciume' è un  tema che continua a ripetersi col risultato di rendere  ossessivo l'atto stesso del desiderare.

La dicotomia aristotelica ‘mondo-alto delle sfere eterne' e ‘mondo-basso destinato alla decomposizione' è ancora la fisica che struttura la nostra visione del vivente: l'aggressività si pone, automaticamente, come l'estrema  risposta reattiva ad un'ansia che i grovigli delle ambiguità rendono incontenibile.

L'ossessione è il risultato ultimo di tutte queste urgenze contrastanti: il comportamento compulsivo  apre il circolo vizioso che  rende il maschio dipendente dalla femmina e, insieme,  terrorizzato da questa  dipendenza.

La femmina, privata dell'essere soggetto, si è trovata a sviluppare  modalità compensatorie  frustranti e conflittuali per la ricerca del senso di sè ; il suo ruolo, prefissato indipendentemente dall'indole personale, e, soprattutto, l'imposizione  anche  subliminale di ‘femminili' forzosi, l'hanno portata a configurare istanze problematiche per sottrarsi alla passività imposta.

Quindi nella femmina la domanda di appartenenza sociale e il bisogno di riconoscimento identitario,  diventano  conflitti interiorizzati; lo stesso desiderio di procreazione può essere spinto dalla necessità di trovare, tramite esso, un ruolo che la dica ‘socialmente esistente': il figlio maschio diventa un potere ambito.

Dunque la frustrazione risente di un ingorgo di spinte tensionali quasi senza libero sbocco; l'impotenza e la paura , entro cui le norme della collettività relegano la donna, finiscono per connotare  situazioni  di dipendenza necessitata, e risvolti depressivi.

La madre che si uccide con il figlio è anche un estremo uscire, con ‘tutta' se stessa, dal rapporto di estraneità sociale.

L'aggressività, come risposta alla paura,  non percorre le vie abitate dal maschio, ma trova sentieri più ripiegati e facili all'implosione ansiosa, e porta spesso a  risvolti  difficili sul piano della relazione , infatti non è raro il mantenimento patogeno del legame primario proprio  della coppia  madre-figlio, il  rapporto  nutrice-nutrito.

Sta in questo aspetto una delle cause   che, oltre ad impedire alle donne significative strutture  di solidarietà  di genere, hanno anche facilitato comportamenti gravi come il silenzio della madre che si fa complice dell'abuso che il marito ha perpetrato sulla figlia.

Al maschio deriva una fissazione nella dipendenza primaria, fissazione che si complica dell'ambiguità narcisistica tra potenza e impotenza.

Quindi la dicotomia, legata al pensiero lineare maschile, conferendo un ordine disorganico al modo stesso di pensare il mondo, mette le premesse per specifiche patologie relazionali.

 

 

II° Le strategie difensive della cultura dicotomica.

 La caccia alle streghe  e la femmina come dis-ordine strutturale                                                                                         

 

Sono molti anni che mi occupo della violenza intesa come sopruso che una qualche  parte del sistema vivente opera su un' altra parte della medesima organicità.

Ho sempre sentito, in chi minaccia, l'odore  sgradevole della sua paura, e la paura è un'informazione importante  che il gruppo umano però è ancora lungi dal gestire in senso evolutivo.

La paura della paura rende la paura ingestibile e  ogni minaccia è soprattutto la manifestazione di un'impotenza psicologica che l'io non è in grado di ‘nominare', di elaborare e quindi di sostenere.

I legami tra desiderio, paura, e ossessione trovano sulla carne e dalla carne la più drammatica carica inquietante.

Nel mito di Pandora, come anche nella storia di Lilith, c'è la metafora di quel processo di disvalore che il patriarcato ha operato sul femminino per poi costruire i  femminili necessari alla propria convalidazione ; Pandora è identificata nell'otre che contiene le disgrazie per l'uomo, Pandora, la tutta bella,  è  il suo stesso  ventre sentito come la voragine trasgressiva del Chaos primigenio, è la seduzione che inganna.

Ancora desiderio, necessità e paura, il mito mette ordine avvertendo del pericolo.

Nel 97 ho preso in mano il Malleus Maleficarum in un progetto-mostra dal titolo "La seduzione- ossessione e paura nei trattati degli inquisitori".

La caccia alle streghe è qualcosa di più del racconto mitico attorno ad una femmina desiderabile e al pericoloso desiderio, qui l'ombra è cupa, il disordine è l'eresia, e la femmina è la ‘porta di Satana'. Si entra nella metafisica del Chaos dove l'ombra ha la forma del peccato assoluto, della disobbedienza estrema.

L'etimo fa risalire il termine eresia al greco ‘haireo', io scelgo, e in un sistema dicotomico la scelta è precostituita nel merito e si traduce in obbedire o essere puniti.

Papa Innocenzo VIII nel dicembre del 1484  con la bolla ‘Summis desiderantes affectibus' dà mandato a due inquisitori tedeschi, i domenicani Heinrich Kraemer e Johann Sprenger, di redigere un Corpus di leggi, argomentazioni e sentenze per combattere la fascinazione stregonica, lo strumento potente usato dal diavolo per distogliere i credenti dalla fede e condurli all'eresia .

 Due anni dopo esce la prima edizione del "Malleus Maleficarum", la teorizzazione di una perfetta struttura di potere monopolare a carattere paranoide-ossessivo, un vero monumento all'ideologia fobica basata sulla propria pre-costituita validazione.

La polarità bene-male ora si fa estrema e rende impossibili sfumature e gradualità sia nelle ragioni come nelle accuse e nelle condanne.

La femmina entra nella sua estrema configurazione negativa

Si legge sul "Malleus" "...se le streghe sono sottoposte al giudizio degli inquisitori questo avverrà per il crimine di eresia...".

Nell'eresia Satana tocca Dio e la strega è il suo sortilegio.

La Santa Inquisizione viene istituita da papa Gregorio IX nel 1233 come Tribunale permanente affidato ai frati Domenicani.

In effetti  Domenico di Guzmàn, durante i suoi due primi viaggi in Francia, rispettivamente nel 1203 e nel 1206, era rimasto scandalizzato dall'eresia catara e aveva  stabilito di adoperarsi  col ‘bastone...dove la mitezza e le benedizioni non sono servite'.

In un momento in cui i costumi delle gerarchie ecclesiastiche non brillavano per austerità e rigore, Domenico comincia ad organizzare una rete sempre più vasta di monaci  itineranti, colti, ispirandosi ai predicatori  catari dei quali intendeva contrastare l'opera; infatti questi ultimi, istruiti e ispirati alla povertà evangelica, minacciavano di trovare sempre più consenso presso le popolazioni. L'ordine Domenicano viene fondato del 1216 e già undici anni dopo il papa comincia a rivolgersi ad esso per chiedere aiuto nelle questioni riguardanti la fede. Domenico morto, nel 1222, già nel 1234 viene canonizzato.

Guillaume  Pelhisson, inquisitore in quello stesso anno, lascia un manoscritto sull'operato del tribunale a Tolosa; questa documentazione relativa agli inizi della persecuzione istituzionalizzata,  fu ripresa anni dopo dal famoso Bernardo Gui e resta una preziosa testimonianza dello zelo persecutorio e dell'ossessione fobica che caratterizzano  fatti e  procedure; un delirio lucido e senza ripensamenti

Vi si legge:

 

     "Il quel tempo fu riconosciuta l'eresia di molti maggiorenti della città e di altri, ormai deceduti (...) che, condannati, vennero riesumati e ignominiosamente  gettati fuori dai cimiteri dai frati alla presenza del vicario e della sua gente. Le loro ossa e i loro fetidi corpi furono trascinati per le strade; i loro nomi furono gridati per le strade da un araldo, che ammoniva :"chi così si comporta così  perirà", e infine vennero arsi sul terreno del conte, in nome di Dio e della Beata Vergine, sua madre e del beato Domenico suo servo (che...) con immensa letizia  aveva principiato quest'opera del Signore."

Lo zelo si complica di fanatismo e Corrado di Tors, uno dei primi Inquisitori non ha problemi ad affermare :"Arderei centinaia di innocenti se ci fosse tra loro anche un solo colpevole".

Non è facile definire i contorni di un terrore che sia in grado di spingere a tali reazioni, eppure i convincimenti che ne derivano  diventano leggi e governo della collettività.

Nel Malleus, alla "Questione VI' -Le streghe che si sottomettono ai diavoli-"  i redattori, nella solerzia di raccogliere forti documenti per la  propria verità,  riportano una serie di opinioni negative sulla donna tratte anche dalla classicità greca e latina. Dopo il "Se il mondo potesse esistere senza la donna, non staremmo senza la protezione degli dèi" di Catone l'Uticense , si legge:

 

     "Perché davvero, se non esistessero le iniquità delle donne, anche a prescindere dalla stregoneria, a quest'ora il mondo rimarrebbe libero da innumerevoli pericoli. Valerio scrive a Rufino:-" Tu sai che la donna è una chimera, ma devi sapere che questo mostro ha in sé tre forme: si adorna con un volto insigne di leone odoroso, si macchia di un ventre di capra e si arma di una virulenta coda di vipera. E questo vuol dire che l'aspetto della donna è bello, il suo contatto è fetido, la sua compagnia mortifera." (2)

 

Non è minore la misoginia che si legge nella Medea di Seneca, anche se la violenza del tono manca dell'ossessione che invece connota il clima del Malleus

 

      "Non c'è violenza del fuoco o furia del vento

        né freccia scagliata da cui si debbano temere tanti mali

        quanti sono quelli che provengono da una moglie che, ripudiata,

        odia e arde."

La fobia per la strega, vista come simbolo della sovversione, raggiunge la sua massima potenza proprio nei secoli che da un altro punto di vista sembrano invece identificarsi in una splendida apertura  verso il ‘nuovo', nuove invenzioni, nuovi spazi geografici, nuove conoscenze:  sono i tempi dell'Umanesimo e del Rinascimento e, in parte dell'illuminato Settecento.

La dicotomia mostra i propri grovigli: quanto più la cultura tende ad aprirsi e vanta grandi spazi conquistati, tanto più struttura controlli e difese feroci contro ogni alterità e ogni mutamento.

Non a caso si dice ‘conquistare' spazi e la conquista sta per dominio e il dominio implica la chiusura della relazione.

Può sembrare una contraddizione insolubile, ma in effetti il problema nasce solo perché, indebitamente,  vengono posti sullo stesso piano due aspetti di diversa astrazione: il piano più complesso dell'organicità naturale (cosa siamo e dove siamo) e il piano meno complesso dell'idea che noi abbiamo costruito di noi stessi.

Infatti, se si entra nel problema si evince chiaramente che la naturale complessità dell'umano spingerebbe  donne e uomini a sviluppare continui circuiti di reciprocità e  quindi continue aperture evolutive, ma la linearità dicotomica  non  permette niente di tutto questo perché riduce il mondo della complessità ad una sola relazione di opposizione-esclusione; situazione congrua all'esistenza di un unico soggetto agente, unico possessore di contesto e pertanto soggetto  privo di alterità paritetica. Sono escluse tutte le relazioni di feed-bak.

Il permanere di un unico vertice, di un unico soggetto agente, comporta, per il pensiero, l'impossibilità di aperture strutturali, il ‘pensare ‘ è soprattutto ripiegato nell'invenzione e nella produzione di strumenti finalizzati all'agentività del soggetto.

E allora proprio il diverso, in quanto portatore di norme diverse da quelle conosciute e di diverso ordine, fa temere la possibile riduzione di quel fossato posto a separare ciò che è stato scelto e controllato  come positivo,  da ciò che è stato respinto perché   non controllabile.

Tutto l'impianto del "Malleus" è emblematico di questo clima di sospetto : è costruito come una fortezza monolitica strutturata in modo che nulla possa sfuggire al suo giudizio e al suo controllo. D'altro canto un sistema paranoico comincia ad esistere quando comincia a ‘costruisce' il nemico, nasce per quel nemico costruito e vive e cresce soltanto grazie ad esso.

E'  un continuum della storia patriarcale.

La dicotomia è in grado di operare la maggior parte del suo controllo  nel trasferimento proiettivo del ‘nemico sfuggente ' in un ‘oggetto asservito'.

Da qui  la natura paranoide della cultura dicotomica, mai sicura che l'oggetto assoggettato resti tale.

 

     "Il Malleus è pragmaticamente, anzi, psicoticamente, misogino. Per quanto coraggiosi potessero mostrarsi nella lotta contro i poteri invisibili, gli autori avevano un terrore delle donne che rasenta la follia; le consideravano intrinsecamente deboli e, per definizione, "peccatrici". La donna "è un animale imperfetto, che inganna per natura", "istintivamente bugiarda", "bella a guardarsi, contaminante a toccarsi e mortale a possedersi; è biasimevole in tutto, perché "ogni stregoneria deriva dal desiderio carnale, che nella femmina è insaziabile". "

Si legge questo in "L'inquisizione-Persecuzioni, ideologia e potere" di due storici delle religioni M.Baigent e R. Leigh; la lettura vede la misoginia come l'aspetto della follia inquisitoria, ma se si aprisse il contesto di riferimento al più vasto contesto culturale si vedrebbe che proprio quella follia, come la letteratura che la esprime,  è necessitata e  congrua al modello monopolare, e lo è come estrema applicazione dell'assioma mente/corpo, sta a dire mente contro corpo.

La follia di cui parlano gli autori non è ‘altro' rispetto la cultura; ogni patologia nasce dalla fisiologia.

La dicotomia, fondata sulla paura di un nemico precostituito, è nettamente paranoide  e il Malleus è uno dei tanti testi autorevoli, che non si risparmia nel merito.

E a proposito del clima paranoide si legge:

 

     "Dunque nella città di Ratisbona alcune streghe in procinto di essere bruciate (...) colpendosi con un colpo fortissimo, lo spillone del panno con cui si coprivano la testa trafiggeva quasi direttamente il cranio, e in questo stato venivano trovate da noi quando ci alzavamo, come se avessero voluto conficcarlo nella nostra testa, ma sia lodato l'Altissimo che, nella sua misericordia (...) ci ha preservato in quanto indegni pubblici servitori della giustizia della fede..."

 

Il vilipendio aggressivo continua a tradire l'ombra di una paura incontrollabile e affonda le radici nelle stesse ragioni della dicotomia:  il furto simbolico della potenza generante fa temere al maschio la rivendicazione, violenta,  del sottratto e da qui l'esasperazione  del processo oppositivo Bene/Male che  annulla ogni relazione dialogica tra i due poli.

Sempre rispetto l'incubo del sottratto, nel Malleus si scrive ancora di

 

     "streghe che (...) raccolgono organi maschili in gran numero, fino a venti o trenta  membri insieme, e li mettono nel nido di un uccello, o li chiudono in una scatola, dove si muovono come vivi, e vengono nutriti a orzo e grano."

Il linguaggio è interessante :"li mettono nel nido", "li chiudono in una scatola", "vengono nutriti"...si allude chiaramente alla generatività femminina e alla sua potenza, non certo, banalmente, al coito.

In effetti il terrore della castrazione si incupisce come punizione del furto fallico e si complica del desiderio.

 

  " La paura  maschile della donna va dunque al di là del timore della castrazione dentificato da Freud. Ma la sua diagnosi non è comunque erronea, a condizione  tuttavia di staccarla dal sedicente desiderio femminile di possedere un pene che la psicoanalisi ai suoi inizi aveva postulato senza prove sufficienti"

(- Jean Delumeau- La paura in occidente- SEI- Torino 1987,  pag 477)

Lo storico francese Delumeau sottolinea la fragilità della famosa ‘invidia del pene', io, più esplicitamente, direi  che un tale astio è una proiezione con cui il maschio cerca di rimuovere l'insostenibile invidia dell'utero.

 

III° La dicotomia come schema fobico-paranoide :  la carne come  metafora del chaos

   "...gli antichi saggi ci hanno ammaestrati che ogniqualvolta l'uomo parla a lungo con la donna procura la sua rovina e si distoglie dalla contemplazione delle cose celesti e da ultimo cade nell'inferno. Ecco i pericoli che ci sono nel prendere troppo piacere a scherzare, ridere, chiacchierare in modo indiscreto con la donna, sia buona che cattiva. E io credo sia quello che vuole concludere il paradosso dell'Ecclesiatico che dice che ‘l'iniquità dell'uomo è migliore della donna dabbene' "

(5- Benedicti, La Somme des pechez- 1595- pag. 347)

 

La demonizzazione della donna continua a nutrirsi del legame tra desiderio, paura e peccato.

Nei "Racconti di Canterbury" composto alla fine del  1300, Chaucer, nell'analizzare i peccati, vede nelle ramificazioni della lussuria la forma delle cinque dita della mano di Satana:

    

      "Il primo dito è lo sguardo peccaminoso; il secondo sono i toccamenti impudichi, perché chiunque tocca la donna prende tra le dita un serpente che morde o un pidocchio che punge; il terzo sono i discorsi sorditi, simili ad un fuoco che divora il cuore; il quarto è dato dai baci e, in verità, è insensato colui che accosta le  labbra ad una fornace, anche nella condizione di legittimo matrimonio, perché può uccidersi con la propria arma o inebriarsi bevendo alla propria botte; il quinto dito è dato dal peccato putido della dissolutezza."

La figura della donna è la direzione dalla quale  arriva il nemico:  la sua carne è l'abisso generante della Terra che minaccia la costruzione fallica del maschio,  è la sua magmatica sacralità  che bilanciando vita e morte e aprendosi alle generazioni future e quindi all'imprevedibile, diventa l'eresia contro il precostituito ordine piramidale che il maschio ha eretto per difendersi dal Chaos.

Il mito parla della lotta tra il serpente ctonio e Apollo, e la vittoria di Apollo è la vittoria della luce sull'ombra: la coscienza, respingendo l'ombra  nelle viscere dell'inconscio, incupisce l'inquietudine.

La carne è il magma inquietante.

L'etimo, salva il termine dalla reificazione diffusa e riporta a significati più carichi di senso.  Il latino ‘caro -carnis'sta per ‘carne in quanto pezzo tagliato corto', affine al verbo greco ‘keiro', tagliare.

Si può dire che  la carne non è l'istanza materica della persona, ma già pezzi, tagliati , pezzi di una cosa che conserva le ombre del Chaos.

Non inutilmente l'inquisitore dice che la donna è ‘carne tutta intera', e nell'ossessione di prendere le distanze da ciò che ritiene la peggiore delle minacce, continua a moltiplicare le ambiguità:

    

     "Così pure nelle Vite dei Padri che sant'Eraclite, uomo religiosissimo, raccoglie nel suo libro che intitola ‘Paradiso', ricorda un certo santo padre  monaco, che egli chiama Elia: ‘...costui, spinto da misericordia, raccolse in un monastero  trecento donne e iniziò a dirigerle'.

      Ma, passato un biennio, all'età di trent'anni, poiché era tentato dalla carne, fuggì  in un eremo dove, pregando e digiunando per due giorni,disse: "Signore Iddio, uccidimi liberami da questa tentazione". Poi verso sera il sonno si insinuò su di lui e vide venire verso di sé tre angeli, ai quali, quando gli chiesero perché fosse fuggito dal monastero delle vergini, per pudore, non osò neppure rispondere. Dissero gli angeli:"Se sarai liberato, tornerai ad occuparti della cura delle     femmine?" Rispose che ne era desideroso. Allora essi, ricevendo da lui il

  giuramento che avevano chiesto lo resero eunuco: infatti gli sembrò che uno gli  tenesse le mani, l'altro i piedi e il terzo gli tagliasse i testicoli con un rasoio (...)  Quindi dopo quattro giorni ritornò alla donne piangenti e, durante i quarant'anni  che visse ancora, non sentì nemmeno una scintilla dell'antica tentazione.

 

L'impostazione paranoica del Malleus impedisce ai domenicani redattori dell'opera di riflettere sulla fragilità problematica del sesso maschile di cui parla il racconto, che essi stessi riportano; la sottolineatura degli autori va sicuramente alla forza di volontà che permette, all'uomo,  di far fronte alla tentazione, ma, non è irrilevante, che la tentazione non venga vinta dall'allontanamento  della carne delle vergini, ma dall'asportazione dei testicoli del desiderante ossessivo. Le contraddizioni esplicitano la strategia, ma complicano il problema.

Resta il fatto che è solo la donna ad essere vista  come carne desiderante,  ‘ insaziabile', cedevole, il luogo stesso del peccato.

L'ossessione declina l'immagine della donna in tutte le sfumature dalle più seduttive alle più repellenti, richiamando sia i turbamenti del desiderio che la ripugnanza per il corpo corruttibile e per la sua colpa.

La repellenza e la seduzione sono due poli attorno ai quali si aggroviglia il desiderio ossessivo.

La dicotomia maschio-logos-spirito/femmina-corpo-materia  domina tanta letteratura dell'epoca ed è facile trovarne testimonianze esasperate:

 

 " La bellezza fisica non va al di là della pelle. Se gli uomini vedessero che c'è sotto la pelle, la vista delle donne gli farebbe mancare il cuore. Quando noi non possiamo toccare con la punta del dito uno sputo o dello sterco, come possiamo desiderare di abbracciare questo sacco di escrementi?" (- Y. Lefevre- Histoire mondiale de la femme- Parigi 1966- p. 83.)

 

Per inciso viene fatto di pensare che, eppure, al tempo in cui il monaco predicatore ammoniva con queste argomentazioni, si sapeva già che anche  gli uomini sono  provvisti di intestini.

Freud insegna che ‘nessun ragionamento può contro il sentimento' e quindi non deve stupire quanto la paura sia potentemente ridondante rispetto al pensiero: questo fa della dicotomia lo strumento più efficace in mano alle difese proiettive.

La repellenza della carne oltre che sintomo dell'ossessione si fa simbolo del peccato come morte dell'anima ; e la carne va mortificata.

Fascino e repulsione si intrecciano continuamente in una sorta di groviglio nevrotico dal quale affiora il problema irrisolto di una sessualità maschile che, frustrata  e subita, fa temere al soggetto la perdita del controllo di sé, incutendo la paura dell'estraneazione e della cancellazione dell'io.

 Un conflitto che scarica la propria aggressività sulla ricerca e la distruzione dell'oggetto malefico.

Ogni frustrazione del senso  di onnipotenza risponde a questo paradigma. La causa e il testimone della propria impotenza ‘devono' essere perseguitati con lucido delirio quasi a mantenere il carattere ossessivo della bramosia pur nel mutare dei ruoli tra vittima e carnefice. Il maschio, vittima del proprio desiderio,  diventa il divoratore dell'oggetto desiderato.

Il nucleo del problema sta nel paradosso creato dalla dicotomia che taglia le relazioni organiche tra il moto intenso del desiderio e la sensazione della paura, il paradosso crea una fibrillazione confusiva tra l'urgenza dell'uno e l'imperativo dell'altra, impedendo ogni elaborazione e quindi ogni vera strategia risolutoria; ciò estremizza la sensazione del pericolo  che di conseguenza viene percepito come minaccia assoluta, in quanto non-controllabile.

La paura, che la dicotomia appiattisce sulla valenza della codardia, si fa segnale angoscioso di un'interiore impotenza e per questo terrorizza lo stesso soggetto che la prova; è questo il clima  in cui nascono  l'ideazione e il perseguimento di ogni strategia persecutoria.

Basta soffermarsi a guardare anche uno solo dei tanti  strumenti di tortura, antichi o attuali, forzarsi di seguirne i particolari tecnici e formali, per entrare negli obbiettivi specifici perseguiti dall'ideatore e dal produttore, e respirare l'assillo che ne ha nutrito la progettazione, la costruzione e l'uso.

Il soggetto che tortura è un individuo che si sente strutturalmente ‘impotente'  e che ha terrore di questa impotenza, è un individuo ossessionato dalla paura incontrollata di venire distrutto, negato.

Quindi un individuo non  in grado di sopportare lo stimolo che abbia il potere di richiamare una tale angoscia e se ne difende proiettando, verso l'esterno, spesso in modo lucido e parossistico, il proprio senso di inadeguatezza e i propri fantasmi ossessivi.

E' come spogliarsi del proprio terrore ricostruendolo fuori di sé , sul viso e sul corpo di un nemico; è a questo che serve il nemico, è la maschera del progetto fobico. Il soggetto paranoico non è mai in grado di dichiararsi colpevole, non gli è strutturalmente possibile riconoscersi una qualsiasi fragilità , da qui il suo bisogno del ‘pervicace nemico certo'

A proposito del nemico certo e dell'impossibilità di autocritica , da Lea H Ch., A History of the Inquisition of Spain, New York 1922, si legge:

 

"Diceva che, valutati i sospetti contro di lui in base alle prove raccolte, lo  condannavano a essere torturato per quanto tempo sembrasse necessario, così che potesse dire la verità (...) e aggiungeva che, se durante i tormenti fosse morto, o avesse versato sangue, o fosse rimasto mutilato, non si dovesse attribuir loro la  colpa, ma a lui medesimo, perché non aveva confessato"

L'inquisitore Corrado di Morpurgo trova la legittimazione al proprio fanatismo ossessivo nel convincimento che la tortura sia la via più rapida per la salvezza dell'anima.

Il legame tra tortura e ossessione della carne è complesso e attinge  alla sfera inquietante della repellenza e della colpa: si legano ambiguamente la prepotenza del desiderio e l'angoscia del peccato.

La caccia alle streghe costituisce un modello estremo di ogni fenomeno di intolleranza, un modello emblematico e potente, nella sua chiusura, per tutte le  valenze che lo rendono totalmente autoreferenziale.

La strega incarna la cupezza aggressiva del male più nascosto e  stregonica diventa la folla dei troppo diversi, come i troppo poveri, i troppo malati, i troppo lontani che si fanno prossimi, è la vertigine che richiama il chaos primitivo dove inizia e finisce il senso dei cicli della vita e dei cicli della morte, dove il rassicurante potere dell'ordine umano deve scontrarsi con il proprio definitivo limite.

Ritorna sempre quel disordine che Esiodo aveva chiuso nell'otre di Pandora e su cui invece Pandora aveva avuto potere, come Eva ha avuto potere di libertà sull'imperativo all'obbedienza. 

E' il ventre del femminino a contenere l'insondabile, il mai-vuoto in cui tutte le generazioni nascono in riti d'acqua, dolore e sangue, mostrando il mistero e la potenza del sacro.                                                 

E non a caso è proprio la potenza generativa che diventa il luogo di tutto ciò che è troppo diverso, l'archetipo che sta sotto la paura grande di ogni ordine lineare che l'uomo ha costruito.

Interessante è anche il  tema delle levatrici, le donne che entrano nella generatività di altre donne e ne segnano le liturgie.

La paura del Femminino è la paura di ciò che per la dicotomia lineare è il dis-ordine.

 

IV oggi :  la sessualità, la seduzione e il mercato

 

Nell'operazione dicotomica, come si è detto, il re-guerriero-sacerdote gestisce  la  vita e la morte, alla femmina, portatrice di un altro ordine, è vietato ogni aspetto a rilevanza sociale sia materiale che simbolico, le è vietata la parola stessa. Nella cultura del ‘verbo', infatti, Paolo di Tarso dice: "mulier taceat in ecchlesia".

Il femminile si identifica così nel partorire e nutrire i figli del padre per ingrandire il gruppo e compensare le perdite che la morte procura ad esso.

La cosa, nei millenni sembra essere andata  molto avanti e dal sacerdote-re siamo arrivati alla figura astratta della finanza, ma, cambiati i costumi degli attori, il copione è restato sostanzialmente lo stesso e, insieme alla figura del nemico, mai sufficientemente asservito, viene mantenuto  il sottofondo  problematico della  paura e del controllo e, quindi,  dell' ossessione contro tutto quanto  non è gestibile con procedure lineari.

La sessualità entra per prima nella categoria delle complessità manipolate dalla dicotomia e appiattite in linearità gestibili; infatti la sessualità è un processo che inerisce all'intera evoluzione psico-fisica, in grado di articolare infinite varianti ; per questo motivo  è  sempre e ancora  all'indice, come crogiolo di potenze inquietanti legate al mistero rimosso dell'affettività.

Nelle religioni politeiste  la sessualità è in mano ad una schiera vasta di dei che in qualche modo si fanno carico dei diversi aspetti che la abitano; invece  la rigida separazione tra bene  e male, più affine alle gerarchie religiose monoteiste,  impone la cancellazione delle istanze  meno controllabili e la spartizione dicotomica del restante. Da ambito particolarmente complesso è ridotto ad un insieme di oggetti sessuali e comportamenti controllabili

Come ho già detto, l'alvo legato alla vita e alla morte  si traduce in  potenza fallica  ed entra nel bagaglio lineare del guerriero-re-sacerdote.

Il sesso, come puro meccanismo copulatorio,  resta in quanto ri-nominato dallo schema oppositivo: il maschio assume  il ruolo attivo del portatore di seme fecondo  e la femmina quello del contenitore; Tertulliano parla di ricettacolo vuoto e a questo proposito mi corre l'associazione a due classiche frasi latine : "horror vacui" e "hic sunt leones": ancora  la paura dell'incontrollabile, ancora la riflessione che il lineare non vede il complesso e, confuso, lo rifugge.

Questa vuota passività tanto ossessivamente insistita in secoli di letteratura parla sin troppo del proprio contrario

Ai tempi dell'inquisizione l'aspetto magmatico della sessualità diventa l'intera aura del diabolico  e quindi della strega;  il sesso è la trappola  di Satana; i tempi che viviamo, invece,  hanno talmente alleggerito i toni d'ombra da rendere l'intero argomento quasi stilisticamente patinato, i grumi inquietanti non trovano eco nelle anime, ma restano negli angoli scuri della cronaca: ci si vanta della caduta dei tabù sessuali fino a lagnarsi dei limiti perduti.

Questo salto è lungi dall'essere  una rivoluzione, il patriarcato non conosce cambiamenti di assioma, ma solo ribellioni di figli che vogliono  diventare come i padri, la contraddizione quindi è solo apparente.

Il problema sta nel fatto che sfugga come in effetti ad esser mutate sono soltanto   le forme superficiali  di una struttura che invece è restata essenzialmente sempre la stessa; la sessualità, nella sua potenzialità psico-fisica,  è ancora tabù, lo schema dicotomico continua a tenerla fuori campo perché proprio la sua complessità la rende terreno che la dicotomia non è in grado di gestire; la struttura lineare  lavora al suo appiattimento e alla sua de-composizione:  divisa in parti, viene estrapolato l'aspetto più oggettivabile e docile al controllo, mentre tutto il resto viene rimosso;   è legittimata solo  sessità di organi nudi, senza persona, cose, carni-oggetto; prodotti oppiacei per frustrazioni indotte, merci decisamente gestibili che il mercato riproduce in catene di montaggio e spende a piene mani.  La parte rimossa, restata grezza e involuta, attiva troppo spesso comportamenti  estremi.

Incontrollabile  e malefico è sentito anche tutto il linguaggio fisico e metaforico della sessualità, e cioè la sfera della  seduzione,  la molla che attiva il desiderio, il potere che l'ordine lineare della razionalità non riesce a definire, la potenza che il desiderante vede tanto più terribile quanto più ne ha, insieme, necessità e timore.

Può essere identificata con la forza affettiva esercitata da un soggetto su di un altro, un atto di ‘fascino' che si presenta come potere di ‘distogliere-da-qualcosa', ‘condurre-a-parte',  come indica l'etimo latino ‘sed-ducere;   in questo ‘distogliere-da'...per-condurre-a, inteso come vero e proprio spostamento affettivo, stanno tutte le ragioni che fanno desiderare e/o temere la seduzione.

Come la ‘scelta' eretica viene controllata con la violenza inquisitoria, così anche il potere ‘distogliente della seduzione viene  reso controllabile attraverso una destrutturazione; ma nessuna operazione elimina l'ineliminabile. 

Nella lotta della dicotomia contro la complessità della seduzione, il mostro da sconfiggere  è l'eros vitale  dell'organico vivo, ma nessuna  battaglia tra Apollo e il serpente riesce ad annientare quest'ultimo, semmai lo spinge  ad innervare sempre di più i meandri del sommerso portando la sua forza a diventare più grezza e violenta.

Gli inquisitori avevano colorato di zolfo l'intero universo seduttivo nel tentativo di tenerne lontani i fedeli, oggi, i consumatori si trovano un prodotto  semplice e di nessun peso: la comunicazione di massa  ha attuato un'altra forma di difesa, ha svuotato  l'universo seduttivo di ogni complessità fisiologica per renderlo asetticamente disponibile nelle tante varianti dello sballo merceologico.  

Oggi la seduzione è stata ripulita da ogni valenza più o meno profonda, più o meno mistica o luciferina,  è diventata uno strumento docile nelle mani del gestore,  una prassi mercantile  per le cose da bruciare in fretta, per convincimenti da ingoiare .

Una cosa è certa, il controllo, sempre più subliminale, sembra  quasi perfetto; sono passati diversi decenni da quando il filosofo e freudiano ortodosso, Erick Fromm parlava di una ‘dittatura degli automi'.

In definitiva è sempre sulla carne, temuta, ambita, usata,  che continua il gioco dicotomico di seduzione, desiderio, paura, violenza e ossessione. La carne , per la violenza, deve essere soltanto ‘cosa', come per il senso di colpa deve essere semplicemente ‘non-persona'.

E' la carne, sempre più gravida del rimosso, ad essere ossessionata da se stessa: si cerca, si punisce, e si  pulisce compulsivamente, si vuole  detergere della sua stessa ossessione  ...

 

  "..., la maggior parte delle tecniche di tortura, come la ruota, lo schiacciapollici, il ‘supplizio della corda' e l'immersione in acqua evitavano lo spargimento di sangue della vittima. Come se quei mezzi fossero stati concepiti  per provocare molto dolore e poca sporcizia."

 

Non c'è dubbio che siano stati concepiti per provocare molto dolore e poca sporcizia perché questo da un lato rende possibile scaricare la propria ossessione e, dall'altro evita al soggetto che infierisce  il rischio risvegliare una qualche scomoda empatia nella sua stessa carne.

Nella lunga storia della cultura patriarcale,  non sono rare punte  acute di questa ossessione: anche pochi  decenni fa la paranoia ha avuto un singolare scrupolo per la ‘pulizia' e per far fronte al problema ha usato cristalli imbevuti di acido cianidrico. Erano in grado di dare la morte in ‘soli' dieci, quindici minuti, si chiamavano Cyklon B.