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E' radicato un antico assunto secondo cui arte visiva e parole non debbano uscire dalla stessa fonte; chi compone un quadro faccia l'artista e chi ha voglia di argomentare faccia il teorico, il filosofo o che altro. Mestieri diversi, ed è meglio che ognuno faccia il suo Queste affermazioni, come mille altre dello stesso spessore logico, sono non solo possibili ma assolutamente normali perché noi, esseri organici, siamo inconsapevolmente sospesi su un vuoto molto problematico : la perdita del senso della complessità,.. Questo lutto non è un accidente ma semplicemente la necessaria conseguenza dell'assioma che fonda la cultura, quella cultura che, fatte le debite varianti, sta gestendo il Mondo da molti millenni. Parlo di quel sistema di relazioni e di pensiero che sul piano antropologico è classificabile come patriarcale, sul piano logico è definibile come dicotomico e sul piano dei sistemi organici e del pensiero sistemico è qualificabile come antisistemico e produttore di paradossi . Parlo della cultura quantitativa che ci sta scoppiando dentro mandandoci in pezzi. Miliardi di ombelichi vanno per la tangente.

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NOVA QUAESTIO: MONARCHIA ASSOLUTA O MONARCHIA COSTITUZIONALE.-.E ...REPUBBLICA PARLAMENTARE?

postato da Maria Micozzi [29/10/2010 19:22]
 

 

 

 

Sto pensando alla bassissima pressione ‘climatica'che da anni  schiaccia il ‘pensiero'.

Le notizie, con le quali la cronaca della politica occupa lo spazio, mettono in corto gli snervati circuiti mentali; i milioni di cose che corrono nelle teste annullano il tempo e la capacità della riflessione. La supercrescita del numero di frammenti normalizza la grevità banale della forma espressiva e la vacuità distraente dei contenuti, ruba il tempo dello stupore, dell'indignazione, e soprattutto la disposizione ex-naturale di chiedersi, scientemente e gratuitamente,  "il perché" dei fatti.

 

Noi umani siamo di discendenza arboricola e dopo aver saltato di ramo in ramo siamo scesi e abbiamo cercato di segnare tracce dove, all'occorrenza, poter ritrovare la strada,  e così abbiamo cominciato a scrivere  la storia dove, all'occorrenza, poter capire gli errori.

Nel secolo scorso noi Italiani, svegliati da una guerra andata al di là del calcolo cinico di  ‘un migliaio di morti' da giocare sul tavolo dei vincitori,  eravamo arrivati a scegliere tra Monarchia e Repubblica.

Eravamo riusciti a prendere le distanze dalla ‘famiglia' gestita dal padre decisore, avevamo maturato la necessità di discutere di una ‘Res pubblica'  e della  forma che fosse la più garante  della libertà di tutti,  dell'assunto secondo cui  tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Insomma fu fatto un lavoro grosso e alla fine furono costruite le regole di una società libera e rispettosa dei diritti, decisa a non  ricadere nell'ottundimento critico, nella resa al fascino  dell'uomo della provvidenza. La sveglia drammatica che aveva dato la seconda guerra mondiale sembrava aver cancellato ogni rischio di scivolare nuovamente nella posizione prona, nel servilismo in vista di benefici e protezioni.

Le atrocità della ‘belligeranza' sembravano aver fatto balzare, coralmente, gli Italiani, dopo secoli di sudditanze varie,  dalla posizione di figli gregari a quella di adulti responsabili.  

Oggi invece  la Res Pubblica costituzionale, democratica, parlamentare non si ritrova  molto bene, sente i contorni sbiaditi,  le ‘distinzioni' argomentative che l'avevano legata ai pari diritti di tutti i cittadini hanno perso le coordinate di riferimento, lo spessore e la complessità delle relazioni tra soggetti diversi ha lasciato il posto all'autoreferenzialità del solito unico vertice della vecchia  piramide culturale, il rispetto dell'alterità, tanto faticosamente cercato, è messo sotto scacco dall'opportuna confusione tra  "mio" e  "nostro". Si sono persi i diritti alla conoscenza come prima garanzia di libertà. Non ce lo siamo ancora detto, ma siamo tornati  alla ‘monarchia'.

 

Proprio dentro, non a caso la questione è  regredita fino a stagnare in un confronto acritico  tra  monarchia assoluta e  monarchia costituzionale,  come se le differenze fossero di piccolo conto.

 E' la patologia del particolare che  pretende di diventare il contesto del contesto!.

Si discute tra un Re  assoluto che non concepisce diaframmi tra sé e il popolo, e un Re che, invece, concede al popolo  la garanzia di una costituzione, siamo andati mille miglia lontano dal contesto che definisce il cittadino, il contesto in cui il cittadino, mentre conferisce  al proprio rappresentante  il compito di portare in parlamento le istanze nelle quali si riconosce, conserva il proprio diritto-dovere di conoscenza e di critica sull'azione dell'eletto.

I cittadini hanno perso i caratteri che  articolavano  la relazione individuo-collettività  e sono stati assorbiti in un'entità  inerziale, in un'insostituibile fonte di risonanze umorali. I cittadini sono stati trasformati nella massa indistinta di ‘popolo', l'oggetto posseduto  che acclama o mugugna. Il popolo non chiede di ‘conoscere', di articolare differenze, vuole solo il salvatore nutriente, non chiede altro; il popolo si fa oppiare da arcobaleni incongrui, si fa aggiogare mezzo inibito dalla paura e mezzo esaltato dalle promesse di  favori e protezione .

Il voto del popolo è la salvezza del re ‘unto dalla sorte', il voto dei cittadini è cosa diversa, è una cosa impegnativa che richiede libertà di giudizio informato, il dissenso e la verifica come metodo, il confronto paritetico e dinamico tra rappresentante e rappresentato

I cittadini quando cominciano ad essere chiamati ‘popolo' cominciano anche a scivolare nell'omologazione, perdono le articolazioni, le differenze, il pensiero critico, l'affrancamento dal ‘padre'. 

La sberla terribile sparata  dalla seconda guerra mondiale ha dettato molte lezioni, ma la memoria o porta conoscenza  e sostanzializza regole o è un pacco sempre più anonimo che le generazioni finiscono per dimenticare in giro; cose che dipendono da molte variabili e purtroppo, non tutti possono crescere sull'elaborazione delle esperienze fatte;  la conoscenza è un processo che fiorisce con l'autonomia e che evapora con la dipendenza, il processo pertanto non è mai risolto una volta per tutte, i fattori che entrano nell'accettazione della dipendenza  sono molti e  correlati a varianti complesse, problemi  che richiedono solide capacità analitico-sintetiche, cioè soprattutto apertura nel distinguere e relazionare differenze

La struttura  sostanzialmente  patriarcale di tutta la cultura, ( il sistema che al di là delle tante differenze si conserva problematico e indisturbato da tempi remoti), non aiuta questo tipo di crescita, la cultura verticistica teme la responsabilizzazione dei soggetti  come la loro apertura al rischio conoscitivo, e,  per coerenza, facilita  qualsiasi scivolata conservatrice; basta la minima sonnolenza della ragione perché tutti gli sforzi per raggiungere il ruolo di soggetto-persona  ripieghino verso le protezioni regressive care all'oggetto gestito ;  tutto questo  è nell'assioma del sistema, nel Dna del modello patriarcale: un vertice-nutrice indiscusso e, sotto di lui, una gerarchia infinita di sotto-posti, di oggetti. 

La ‘pancia' pesa sempre più del cervello, specie se il cervello perde massa ‘critica'; la memoria della  pancia , se diventa dominante, si lega a doppio nodo, e senza scampo,  all'esperienza primaria del poppante, non può diventare né storia né  conoscenza ma  semplice plastilina informe,  materia grezza  pronta per il vitello d'oro cui tornare a vendersi, felici,  in cambio di favori.

Bisognerebbe cercare di emergere dalla monarchia, anche da quella più liberale, dove il Re è il miglior padre possibile, costituzionale, ma Re per sempre, che ama i figli, adolescenti a vita. Bisognerebbe trovare il coraggio di diventare adulti, responsabili di se stessi, ognuno e tutti. Bisognerebbe uscire dal vecchio sistema monopolare io-esso e scoprire il sistema complesso e  organico,  io-tu. In fisica siamo riusciti a passare  dal sistema tolemaico, più ristretto, a quello copernicano, più complesso. Mi rendo conto di come sia più facile cambiare il punto di partenza di una teoria scientifica piuttosto che di una visione del mondo, ma quest'ultima, oggi, è più importante del primo.

Domanda: è possibile  diventare, nella sostanza,  cittadini di una Repubblica costituzionale, parlamentare e porsi il compito di analizzare differenze, di entrare nei sensi articolati delle parole, e, infine, di scegliere il modo di essere ‘liberi', tutti insieme e tutti diversi?

 

Ricordo un gioco che facevo da bambina: ero la maestra e davo un quadernetto scritto alla pupazza di carta che avevo ritagliato e dicevo" leggi e poi scrivi cosa hai capito". E leggevo alla mia scolara e parlavo e domandavo.... Un gioco di tanti anni fa.