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L'EROISMO QUOTIDIANO DI MARGHERITA SANNA, SINDACO DI ORUNE

postato da Natalino Piras [13/06/2011 09:13]
 

   "Compendiava in sé i caratteri della donna forte del libro dei Proverbi": in terra dura e aspra come i tempi che le toccò attraversare. Margherita Sanna morì a settant'anni 19 marzo del 1974. Fu sindaco democristiano di Orune per tre legislature a iniziare dal 1946: "sindaca" e poi "assessora" provinciale. Più semplicemente, a Orune molti la chiamavano "signorina Sanna". Nel suo libro di viaggio Tutto il miele è finito, Carlo Levi  ne rende una efficace descrizione: "Dal municipio", siamo nel 1952, "uscì una donna dai capelli grigi, avvolta in uno scialle da contadina: era il sindaco di Orune". Sembra di vederla in questo camminare tipico delle donne del fare, come se avessero addosso argento vivo. In Margherita Sanna questa idea del fare era sorretta da una grande dimensione interiore. Tutto in lei era finalizzato alla trasformazione, al divenire, al  passaggio della sua gente da una condizione di stasi, il tempo fermo della società barbaricina, a un'idea di "riscatto", di inserimento del proprio paese dentro una più allargata società contemporanea. Si temprò in anni difficili. Era sindaco del paese ma soprattutto insegnante elementare. "Per quasi tutta la vita", ha scritto Salvatore Bussu nell' "Ortobene" del 15 marzo 1987, "svolse un'opera preziosissima nel campo dell'educazione, una donna che è stata quando era vivente un punto di riferimento di tutto il paese".  Fare la maestra non fu la sua prima occupazione. Figlia di pastori, Margherita Sanna, si diplomò ragioniera a Sassari. Vinse un concorso per entrare a lavorare in una banca della città ma le fu preferito un uomo. Ritornata al suo paese, lavorò per qualche tempo  nella segreteria del comune. Era molto efficiente. Tra l'altro sapeva parlare l'inglese.  Non era però quella del rendicontare  la sua via. "Ho rinchiuso un altro giorno di lavoro nelle sue carte e nei suoi numeri". Così si legge  nelle pagine di un intenso diario, ancora inedito. È il 15 dicembre del 1933, il giorno prima dell'inizio della novena, "quasi Natale" annota Margherita Sanna. Il clima natalizio "si sente dall'odore di pani e di dolci". Ci sono anche "gli spari a salve, le visite, i progetti di festa". Tutto questo è come "un'altra croce" dopo che le è venuto a noia "il gioco della quadratura dei conti, il susseguirsi preciso delle fasi del lavoro e l'efficienza burocratica di moduli, calcoli e cifre". Tornata a casa si domanda perché la nonna, la madre, la sorella, debbano "dedicare tanto tempo alle faccende domestiche che intorpidiscono il cervello se pure tengono elastici gli arti. Non riesco a capire la forza rassegnata di generazioni di donne che sacrificano dieci ore della propria giornata alla casa e alle sue cose".  Margherita pensa invece ai  bambini, quelli a cui insegna il catechismo. "Voglio che imparino a leggere e a scrivere. Voglio che trovino lavoro onesto, voglio che vivano la loro vita al servizio di Cristo nel servizio della comunità che li ospita. Maschi e femmine". A quel tempo Margherita Sanna si era già diplomata maestra,  a Cagliari, e insegnava nel suo paese, impegnata in politica e soprattutto nell'Azione Cattolica. Per quel Natale del 1933, pensava di presentare a Orune il nuovo catechismo. Solo che era di per sé "difficile leggere e ripetere anche quello vecchio". La maestra conosce bene la realtà in cui opera. Sa che occorre ancora molto più tempo del suo, pure totale e senza riposo. "Se trovassi più tempo per loro", per i bambini e le donne "forse riuscirei a comunicare questo bisogno di azione e di conoscenza, questa esigenza di aprire la mente al di là delle pareti domestiche, questa passione al sacrificio che trasforma la rassegnazione in forza costruttiva e operante di donne  capaci di muovere apatie,  di moderare esacerbazioni". Magari "con un sorriso". La scuola è fatta di giornate cruciali. "Hanno rubato i maiali al babbo di Francesca", annota in un'altra pagina. Francesca "ha dovuto ripetere la storia dieci volte mano mano che un nuovo compagno arrivava". La maestra si rende conto dell'inutilità di insistere con Mazzini e Garibaldi. Chiede ai bambini che mettano per iscritto il racconto di Francesca.  C'è però  Cosimo, ancor più eccitato perché il loro podere è vicino a quello del padre di Francesca,  che continua a bisbigliare e a lasciare la pagina bianca. Si prende una bacchettata sulle mani. "Devo aver picchiato forte", riflette, tormentandosi,  Margherita Sanna."Che senso ha il dolore in una manina di bambino? Che senso ha la violenza sui deboli? Qualsiasi punizione ma non quel colpo. Mai più colpi ai miei bambini. È la massima sconfitta del maestro".

 Nel 1939, Margherita Sanna si iscrive al Partito Nazionale Fascista. Senza quella tessera non avrebbe potuto più insegnare. In realtà non è per niente convinta della politica mussoliniana che sta portando l'Italia verso la guerra e la catastrofe. Dice il Dizionario biografico degli antifascisti sardi che Margherita Sanna "era stata più volte segnalata come appartenente al gruppo degli oppositori nuoresi".  Quelli che, recita un pro-memoria di Salvatore Mannironi, "eravamo regolarmente schedati e qualificati con un nome che mi pare fosse quello di vigilati di frontiera". L'antifascismo di Margherita Sanna è nelle cose: nella sua radicata fede cattolica e nella prassi politica Era dirigente provinciale dei gruppi femminili legati prima al Partito popolare e in seguito alla Democrazia cristiana. In questo operare, Margherita Sanna molto attribuisce alle donne. Si potrebbe dire che fu una femminista ante litteram. Scrive nel dicembre del 1942 che "il vescovo è preoccupato dalle notizie della guerra. Ci ha voluto in Curia, me, Francesca Pintori e Francesca Funedda. Ci affida la formazione delle giovani. Abbiamo fatto molto in questi anni. Le nostre ragazze hanno imparato ad uscire di casa, a parlare e ad organizzare i gruppi in parrocchia. Abbiamo imparato a pensare; non possiamo accettare decisioni politiche passivamente". Nel gennaio del 1943, Margherita Sanna viene arrestata e resterà in carcere per due mesi. Una esperienza terribile che la segnerà molto. È accusata di fare parte del gruppo nuorese che doveva favorire lo sbarco alleato nelle coste della Sardegna orientale, ancor prima di quello che poi avvenne in Normandia. Anche in Sardegna, a Sarrala, nella marina di Tortolì ci fu uno sbarco di ben più ridotte proporzioni.  Venne arrestato un agente del controspionaggio inglese che era in realtà un sardo: Salvatore Serra.  Gli fu trovato  addosso un elenco di nomi tra i quali oltre quelli di Emilio Lussu e dell'ingegnere Dino Giacobbe c'erano  quelli di Salvatore Mannironi e del  veterinario bittese-orunese Ennio Delogu. Salvatore e il fratello Cosimo Mannironi, il loro fattore a Jacu Piu e due pescatori di Siniscola, padre e figlio, furono arrestati. Condotti al carcere cagliaritano di Buoncammino, furono trasferiti a Oristano dopo in bombardamenti di febbraio e marzo del  '43. Da lì, dopo aver rischiato la fucilazione, a Roma e a Isernia,  in un campo di concentramento. L'odissea proseguì dopo l'8 settembre del 1943 quando i Mannironi e gli altri casa attraversarono l'Italia devastata dalle rovine prima di ritornare a casa. A gennaio era stata arrestata anche Margherita Sanna. "Non si è mai capito la ragione per la quale fosse stata coinvolta nella nostra vicenda", scrive Salvatore Mannironi nel suo promemoria. "Può darsi che qualche sospetto nei suoi confronti fosse perché collaborava con me nell'Azione Cattolica, soprattutto durante il vescovado di monsignor Giuseppe Cogoni, strenuo difensore delle libertà religiose". Forse fu coinvolta nell'intrico senza che lei ne sapesse niente perché "aveva la sfortuna di conoscere e di parlare l'inglese" scrive Salvatore Bussu. A guerra finita, passati i giorni dolorosi del carcere, tanti che durante il tempo di Mussolini  l'avevano osteggiata e rifuggita come un'appestata si avvicinarono nuovamente a Margherita Sanna. Facevano a gara nel distruggere le tessere del partito fascista. Lei  non mostrò interesse per questa nuova furia dei trasformisti. Severa con se stessa, non coltivò odi. Amministrò con saggezza e lungimiranza. Tra le sue opere ci sono la fondazione, insieme a dottor Ennio Delogu, della "Cooperativa pastori orunese", una delle prime in Sardegna, l'impianto della pineta sopra il paese e il primo lotto del caseggiato scolastico di Cuccuru ‘e Teti. Continuava a urgerle l'educazione permanente della sua gente. Fece molte ripetizioni gratis, a tanti. "Il sole è finalmente tramontato abbandonando il creato al riposo", annota in una pagina di diario, il 15 ottobre 1960. "Penserà la Provvidenza ad aprire un'altra strada. È tardi. Ora ho il tempo di riposare". Natalino Piras

 Nel diario ancora inedito di Margherita Sanna, ci sono pagine dal carcere molto significative. Furono scritte nel febbraio del 1943, a Buoncammino. Sono pagine intense, recuperate da un copione teatrale che anni fa fu messo in scena in una scuola di un paese della nostra provincia. "13 febbraio 1943. Compio 39 anni. La musica non si lesina per la mia festa. L'ultimo scoppio era vicinissimo". I bombardieri inglesi e americani  gettavano dall'alto il loro carico di morte sopra Cagliari. "Grande trambusto nei corridoi" scrive Margherita Sanna. "Il carcere deve essere stato colpito". Nonostante la terribilità dell'ora, si vive una situazione di quasi normalità. "Puntuale è arrivata la razione, ma non una parola sui bombardamenti. Cerco di mangiare, anche se non sono certa che tra un minuto sarò qui". La prigioniera dice che il giorno prima è venuta a visitarla monsignor Cogoni. Il vescovo, trasferito dalla diocesi di  Nuoro a quella di Oristano, "fa tutto il possibile, muove ogni forza, ma non può molto per i detenuti politici". La maestra continua ad essere interrogata. Dice che le fanno "domande pazze". Ritornata in cella, tra "quest'inferno di fischi e di bombe" vive appieno l'angoscia del Getsemani. "Io non ho mai sobillato contro le istituzioni" ripete a se stessa. "Io non ho mai istigato ai disordini. Ho sempre fermamente voluto che ognuno sia cosciente della propria autonomia di pensiero e sono convinta che dal confronto e dal dibattito nasca la democrazia". Il fascismo fu la negazione della democrazia. "Mi accusano di aver plagiato minori riferendosi alla mia attività in seno all'Azione Cattolica. Il logorio continuo delle argomentazioni a mia difesa estenua la mia resistenza". Deve essere stata molto dura per quella donna che pure proveniva da una terra in cui la durezza era connaturata al vivere. "È già quasi un mese di tortura. Non possiamo avere libri, niente corrispondenza, non riceviamo visite se non dietro permesso speciale". Margherita Sanna pensa ai "miei bambini abbandonati", alla disperazione di sua madre. "Ed io qui". Prega "per la disperazione di non odiare", "per paura", "ad invocare forza". Ma la preghiera non lenisce il dolore. Non porta risposte. "Non suscita nuova forza nello spirito sfinito". La cella del carcere è proprio come l'orto degli ulivi.

Sabato 13 dicembre 2008 ho coordinato a Orune la presentazione del libro Sa Sindachessa Margherita Sanna, pubblicato a cura dell' Amministrazione Comunale di Orune, con il patrocinio dell'Amministrazione Provinciale di Nuoro. Interventi di Francesca Zidda, sindaco di Orune,                 
Tonino Ladu, assessore provinciale alle politiche sociali ed educative
il deputato PD Amalia Schirru, Caterina Loi, consigliere provinciale ed ex sindaco di Dorgali, Franca Cocco, viceprefetto di Nuoro e lo studioso-ricercatore Giovanni Puggioni  .