034 MUJI TORINO SULLA STAMPA

postato da roberto murgia [31/01/2010 12:24]

 

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la stampa, 3 dicembre 2006, pag. 83

 

GIUSEPPE CULICCHIA

 

 

ANGOLI CHE SCOMPAIONO

GLI SPLENDIDI SCAFFALI DI LATTES SOPPIANTATI DAL NIPPO-MINIMAL-CHIC DI MUJI

La prevalenza del global cancella la vecchia Torino

 

Ricordo bene la prima volta che entrai da Muji, diversi anni fa, e ricordo anche con che cosa ne uscii: una serie di trasparenti, levigati album fotografici, perfetti a seconda del formato per raccogliere sia le classiche foto di viaggio sia le Polaroid, piu' un paio di quaderni con su stampata la scritta Made in Japan. Pero', per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare dove stava quel Muji. Era a Parigi? E se era a Parigi si trattava di quello nel Marais o di quell'altro a Les Halles? Oppure era a Londra? E nel caso, si trovava a Kensington o in King's Road? Di sicuro non era il Muji di Monaco di Baviera, perche' l'ultima volta che sono passato per quella citta' Muji non c'era ancora. E nemmeno quello di Oslo, perche' a Oslo sono stato una volta sola in vita mia l'anno scorso e il ricordo a cui mi riferisco risale alla fine degli anni Novanta. I noti scherzi della globalizzazione: finisci per confondere una citta' con l'altra. L'altro giorno pero' stavo percorrendo via Garibaldi in direzione di piazza Castello e a un tratto, quasi all'angolo con la piazza, ho visto il primo Muji torinese. Li' per li' ho strabuzzato gli occhi, non me l'aspettavo proprio. Subito mi sono detto, grandioso, ora sono dove ricomprare i miei album fotografici. Poi mi sono reso conto che in quel punto fino a pochi mesi fa c'era una bella e storica libreria, la Lattes. E allora mi e' tornata in mente una conversazione avuta di recente con Alessandra, libraia giovane, capace e gentile: che quando venne a sapere della prossima chiusura della Lattes avrebbe voluto comprarne gli arredi, ovvero scaffali e banconi, ma che non pote' farlo perche' (cosi' le venne detto) dovevano rimanere dov'erano, vista appunto la storicita' del luogo. Beh: non e' andata cosi'. E si capisce che, essendo la Muji una catena giapponese con punti vendita in tre o quattro continenti, tutti ovviamente identici e concepiti in puro stile Muji, uno stile che si potrebbe definire nippo-minimal-chic, era difficile per non dire impossibile conciliare la cosa con i vecchi scaffali e banconi in puro stile Lattes, uno stile che in molti ricordiamo turin-massiccio-esageruma nen. Resta il rammarico, oltretutto nell'anno di Torino Capitale Mondiale del Libro, di aver perso anche la Lattes dopo la Druetto, in entrambi i casi con i rispettivi arredi. E, dopo la ventilata e poi smentita apertura di un punto vendita Calzedonia al posto del Bicerin, cresce l'inquietudine per la facilita' con cui pezzi importanti di citta' scompaiono cosi', senza lasciare traccia: vedi la storica farmacia di via Pietro Micca, sostituita da un'altra catena (questa volta di ristorazione self-service di genere vegetariano-salutista) e di cui e' rimasta giusto l'insegna, o l'altra farmacia altrettanto storica di piazza Carignano, oggi agenzia di viaggi (qui per fortuna gli arredi sono rimasti). La cosa assurda e' che se tu, privato, stai in una casa d'epoca tutelata dalle Belle Arti, non puoi toccare nemmeno una finestra; ma se per caso uno stilista decide di comprarsi il Fiorio o il Baratti & Milano per farci uno show-room, allora chi lo ferma? In un Paese che molti ritengono soffocato da leggi e regolamenti, mancano le leggi e i regolamenti per la tutela dei locali storici. Come diceva Gassmann nel «Sorpasso»? «Bene, bene, continuiamo pure con quest'andazzo».