BRAHMACARYA-CASTITA'
BRAHMACARYA... Il termine Brahmacarya viene spesso tradotto con «continenza» o «astinenza sessuale»: secondo la visione di alcuni filoni religiosi tradizionali infatti è indispensabile la castità assoluta per poter disporre delle energie che indubbiamente e normalmente si disperdono nell'atto sessuale ai fini della propria crescita spirituale. Ardua impresa mi viene da dire, tuttavia, la castità se non viene vissuta con consapevolezza può facilmente trasformarsi in sofferenza, senso di esclusione dalla vita ed impossibilità di sperimentare ciò che Dio ha concesso all'uomo per uno scopo ben preciso. Ogni essere vivente infatti ricerca l'unione con il suo opposto e complementare per tentare di ottenere lo stato di pienezza e completamento; l'uomo inconsapevole utilizza l'accoppiamento a scopo di gratificazione, per sentire il fluire della vita, per procreare, per esprimere un'energia naturale che però, se non viene trasmutata, andrà dispersa, (atto fisico). L'essere umano si avvale della sua mente e della sua immaginazione per intensificare ogni piacere, rimanendo in tal modo rinchiuso nella prigione della sua ignoranza; non si rende conto della sacralità di un atto che nella sua natura essenziale riproduce l'unione dei principi cosmici: maschile - femminile, Shiva-Shakti, principio spirituale immutabile ed eterno e la sua potenza, il principio che genera la materia; dalla loro unione nasce l'universo, il mondo che noi conosciamo. Per arrivare a questa visione è necessario mantenere il cuore e la mente puri, liberi dall'attaccamento, dal desiderio, dalla possessività; la fretta e l'improvvisazione vanno banditi, occorre una seria preparazione materiale e spirituale. Lo Yoga ed il Tantra insegnano come arrivare a tramutare il piacere in gioia e a dissolvere quella barriera formata dalla mente inferiore, che irretisce in una ragnatela mortale tutte le nostre sensazioni e i nostri pensieri; solo una mente purificata può dunque giungere oltre la dimensione terrena e percepire l'eternità dell'atto amoroso, la fusione delle due polarità che arriva a ricreare l'Uno. Qui nasce un doveroso chiarimento: per ottenere questo scopo, la via del Tantra Yoga, va praticata sotto la guida di un Maestro. Cioè colui che abbia trasceso e superato la barriera della mente, dei sensi. Colui che abbia già sublimato l'aspetto emozionale e di puro piacere personale dell'atto amoroso in sé. Di siffatti Maestri però se ne possono contare sulle dita di una mano. Ecco perché la Via del Brahmacarya è per l'uomo comune alquanto ardua, ma possibile se affrontata seriamente. Bisogna imparare a scorgere il Dio (o la Dea) dietro al volto umano, percepire una coscienza che è il riflesso della «eterna luce» che si esprime attraverso le forme - con tutte le loro limitazioni - e che rappresenta quella polarità che l'uomo va cercando, nella sua inconsapevolezza, per ricreare l'atto cosmico, l'unione con l'Assoluto. Il piacere così viene sublimato; l'opposizione della mente si dissolve e la gioia di ritrovarsi Uno, in Uno, inonda la coscienza. Brahmacarya è il quarto yama (restrizione, astinenza o armonizzazione delle relazioni interpersonali) negli Yogasutra di Patanjali e più precisamente significa «vivere in Dio»: consiste nel sentire la presenza divina in ogni esperienza ed in ogni momento, trasformando ogni azione in un atto sacro che conferisce pieno significato alla nostra esistenza; qualsiasi eccesso è contrario all'ideale del brahmacârin, che sia mangiare, dormire, parlare: il Brahmacarya affranca l'uomo dalla schiavitù dei sensi. L'essere umano è oppresso dall'angoscia, attanagliato dell'incapacità di arrivare a comprendere il significato della vita; invece di soffermarsi a cercare si rivolge all'esterno, cercando il piacere in ogni situazione: non mangia per mantenere in salute il corpo, non si accontenta di soddisfare la fame naturale ma cerca ogni mezzo per stimolare un palato già eccitato; ed è così per ogni esperienza, compreso il sesso. Dietro l'eccitazione e la stimolazione vi è il dolore, la sofferenza di una vita vissuta correndo, senza riflessione e chiarezza. «Chi sono io?». Se la risposta è: «Sono il mio corpo» allora tutto è giustificato. Tutto è in qualche misura concesso. Se invece si sente essere anche altro, allora vale la pena ricercare, praticare e affinarsi per percepire la propria interiorità innata. L'uomo ha a disposizione ricchezza, potere, tecnologia avanzata e questo lo porta, nella sua presunzione, a sentirsi superiore agli altri animali; è indubbiamente intelligente, ma quale uso fa della sua intelligenza? Nonostante la ricchezza, alla fine della vita si ritrova vuoto, povero. Perché non fermarsi? perché non dare risposta alle domande che sorgono dall'animo? Solo ascoltando l'«altro», l'essere umano ha la possibilità di percepire le forze universali di ogni essere e di giungere a comprendere il significato dell'esistenza. |
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Di seguito riproponiamo un dialogo tra un discepolo e il Maestro Realizzato
Ramana Maharshi a proposito del termine Brahmacharya. D. - E necessaria la castità (brahmacharya) per la realizzazione del Sé? M.- Brahmacharya vuol dire vivere in Brahman.Vivere in Dio. Non ha alcun rapporto con la castità come la si intende comunemente. Un vero Brahamachari, cioè uno che vive in Brahman, trova beatitudine in Dio, che è lo stesso Sé. Perché dunque dovrebbe cercare altre fonti di felicità? In effetti, l'uscita dal Sé è la causa di ogni infelicità. D.- La castità è una condizione "sine qua non" nello Yoga? M.- E così. La castità è certamente un aiuto alla realizzazione, come tanti altri aiuti. D.- Allora non è indispensabile? Può un uomo o una donna sposato realizzare il Sé? M.- Certamente. E' una questione d'attitudine mentale. Sposato o celibe, un uomo può realizzare il Sé, che è qui ed ora. Se non fosse così, ma raggiungibile con degli sforzi in un altro momento, se fosse una cosa nuova, qualcosa da acquisire, non varrebbe la pena mettersi alla sua ricerca. Perché ciò che non è naturale non può essere permanente. Il Sé è qui ed ora. |
| postato da Centro Sathya Yoga il 13/03/2010 15:23 | |

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