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Alberto Brumat riguardo la poesia di Nicola Feruglio "Dimmi come devo chiamare gli alberi"

postato da millennioenergetismocomunicazioneempatia.blog.aruba.it [15/01/2018 15:15]
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Alberto Brumat riguardo la poesia di Nicola Feruglio "Dimmi come devo chiamare gli alberi" (Ispirazioni - edizioni Pagine) 

 

Questa poesia di Nicola Feruglio, dal titolo "Dimmi come devo chiamare gli alberi", come le altre sei di questa raccolta, è una "poesia nella poesia" ed è come tutta la produzione letteraria dell'autore, un connubio, una mescolanza, un intersecarsi di contenuti biografici-personali e filosofici-gnoseologici.
 
Lo stile poetico è quello del poemetto didascalico che ha appunto tra i suoi fini quello di trasmettere un contenuto gnoseologico. Gli alberi che purificano l'aria e ci dice l'autore, che "ci dona i suoi frutti" di cui ci nutriamo e che con il suo sacrificio ci scalda, ci da calore. Il poeta fa riferimento anche agli alberi che egli vedeva nel giardino della sua infanzia; due pini, due melograni e un fico, nella parte posteriore del giardino stesso.
 
L'albero che "ogni bambino disegna", che tanto ci dona silenziosamente, come un maestro di vita trasmette e mette in circolo l'energia vitale, l'ossigeno; esso è una voce e un richiamo intimo. Negli alberi della giovinezza dello scrittore, come di tutti noi, risiedono le radici ed il percorso di un uomo; un bambino che poi diviene ragazzo e poi si fa uomo. I piedi piantati per terra e lo sguardo proteso in alto. Il focolare domestico e le radici appunto, come il simbolo e il significato esoterico dell'albero del melograno. Quel luogo che (avendo condiviso con Nicola esperienze personali e scolastiche), anch'io ho potuto frequentare e nel quale sentivo e respiravo uno speciale calore e, come ci insegna la magia elementale di quest'albero o il suo simbolismo segreto, l'armonia e l'amicizia!
 
Un'indicazione forse per l'autore di futuro lavoro per la fratellanza universale. Io credo che leggendo la profondità e la semplicità delle parole usate da Nicola per descrivere gli alberi, ci si indirizzi verso un cambio di prospettiva, si senta un richiamo interiore, innanzitutto verso la natura. Maieuticamente l'autore, con queste parole, ci apre dei nuovi orizzonti e con nuove chiavi percettive, ci faccia guardare e sentire con maggiore intensità questi esseri straordinari.
 
Così nel pino percepiamo e intuiamo il significato recondito e arcano della scelta, il cammino ossia, esotericamente parlando, l'albero d'acquario. Queste creature che hanno corpo, anima e spirito come noi ma che sono prive di ego, ci insegnano un percorso rispetto le nostre proprie e soggettive esistenze, rispetto il luogo in cui abitiamo o viviamo o ci siamo incarnati.
 
Ed infine il fico, che sempre da un punto di vista gnoseologico, situato nella parte posteriore del giardino, celato e nascosto, è l'elementale - cioè l'anima della pianta - legato alle forze sessuali, all'alchimia e al potere del femminile. 
La poesia sembra dirci che questi grandi esseri suggerivano un ponte, un accesso, - sentendoli, vivendoli e percependoli quotidianamente - verso la quarta dimensione; la Regione Eterica che vibra con i Tattva (le differenti vibrazioni dell'etere). Gli elementali delle piante, saggi e forti, cominciavano a parlare e a risuonare nel profondo, nell'intimo dell'autore. Parlavano la lingua segreta e svelavano i loro meravigliosi poteri. Suggerivano allo scrittore la connessione di tutte le cose, la vibrazione, l'energia e la vita. Cominciava già in età precoce, ad assaporare la Gnosis, l'insieme di Scienza, Mistica ed Arte regia. Il linguaggio segreto della natura è il linguaggio dell'Essere, e un modo per leggere e scoprire l'Essere.
 
Un linguaggio fatto di simboli e metafore da scoprire e decifrare, non solo con la mente ma anche e soprattutto con il cuore. Così è per la poesia, per il linguaggio poetico. Il poetare è infatti un modo conscio e inconscio ad un tempo di muoversi, un modo di far fluire, da parte dell'autore il Verbo.
 
Un'urgenza intima, in cui, in questo atto creativo e catartico, in assenza di "io" e basandosi, come ci spiega il grande filosofo moderno Samael Aun Weor, sulla psicologia intima, sul lavoro di ricerca e di auto-osservazione e scrittura intima, egli da parola all'Essere. Citando gli scritti di Samael Aun Weor sulla rivoluzione della Coscienza, troviamo un'efficace sintesi: "l'auto-osservazione oggettiva e reale dell'essere è ciò che conta, quando l'Essere si esprime attraverso di noi, lo fa in modo perfetto e laconico". 
L'albero stesso può essere assunto come metafora della poesia e del poetare, simbolo ad un tempo di processo vitale, di crescita, e processo di conoscenza, illuminazione e ancora del penetrare dell'inconscio nel conscio.
 
L'albero poi, nella tradizione ebraica antica è l'albero di Sepiroth, cioè l'albero cosmico-mistico che simboleggia anche l'uomo che è terreno e trascendente ad un tempo, perché contiene in sé i germi, i semi per crescere ed elevarsi. Per gli alchimisti l'albero è l'intero Opus, la Grande Opera, il cammino iniziatico e di trasformazione. L'albero ha anche un significato simbolico legato al femminile, simbolo cioè di trasformazione; la sapientia, la saggezza e la conoscenza.
 
Come simbolo del Sé è un'immersione nell'inconscio, è un'opera di diversificazione o anche di denominazione o ri-denominazione, che fa anche riferimento al titolo della poesia "Dimmi come devo chiamare gli alberi". Un riferimento ed un collegamento quindi con la filosofia antica ed in particolare platonica, che ci porta al segno, alla parola, all'atto del poetare. Per questo motivo concludo questo commento che è anche un breve excursus sui significati archetipali, filosofici e gnoseologici dell'albero, con una bella frase di Arnoldo di Villanova, alchimista medioevale del XIII sec. che scrive: "il filosofo non è il padrone della pietra, ma il suo servitore", così intende il poetare, lo scrivere e l'atto creativo, l'autore di questa poesia.
 
Gennaio 2018

Alberto Brumat

Socio di Antropologia Terzo Millennio